Chi sono

Utente: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

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mercoledì, 08 agosto 2007

XIA XUJIE

Due bimbi 

       C’era una volta, non molto tempo fa: era il primo giorno di scuola, una fanciulla che apparve in piedi sulla porta brillante disegnata dal sole sul pavimento di un’aula. Era piccola piccola, molto magra e i suoi capelli neri rifulgevano come seta mentre i suoi occhi a mandorla, scuri e lucenti, risaltavano violentemente sulle sue guance di colorito giallognolo.
Prima che il maestro che stava facendo l’appello se ne accorgesse di quella minuscola presenza, molti alunni piegarono il capo da un lato cercando di osservare la fanciulla da una diversa prospettiva ma, anche cambiando angolazione, il risultato rimaneva immutato: il suo contrasto con i tratti somatici di tutti loro era omnidirezionale.
        — Buongiorno, signor maestro! — Salutò la fanciulla, aprendo la boccuccia squisita dalla quale il sorriso usciva come un chiarore e la parola come una musica.
        Il maestro girò la testa verso la vocina e spalancò tanto d’occhio.
        — Chiedo scusa, signor maestro, per il mio ritardo — continuò la fanciulla che era apparsa come una folata di luce — ho dovuto aspettare che mia madre terminasse il suo turno di notte in fabbrica per farmi accompagnare — poi domandò, continuando a ritrarre così chiaramente la lettera R da dare l’impressione che se ne servisse meno spesso di qualunque altra persona: — questa è l’aula della prima elementare, vero?
        — Ah, sì, sì… — rispose il maestro alla piccola e magra fanciulla che riboccava eloquenza — tu devi essere… — e frugò nel registro per leggere il nome della sua nuova alunna ma, per un attimo, l’ombra di un turbamento calò sul suo volto e domandò alla fanciulla con un’espressione d’imbarazzata implorazione: — Ma come si pronuncia il tuo nome?
        — Xia Xujie — disse la fanciulla con la sua vocina poco ampia ma limpida, provocando le risatine degli alunni che trovarono quel nome molto bizzarro.
        — Ssst…Fate silenzio — ordinò il maestro, poi si rivolse a Xia Xujie — siediti accanto a Leonardo — e le indicò il posto.
    Ma sia detto a suo onore, solo Leonardo, soprannominato “Pomodorino” a causa della timidezza che lo faceva arrossire, non aveva riso quel giorno.
Xia fece un inchino gentile verso il maestro poi si voltò verso i suoi nuovi compagni e, mentre le aleggiava intorno qualcosa di misteriosamente buono e dolce, salutò anche loro con un inchino:
        — Buongiorno a tutti — disse, facendo crollare in loro un pezzo di quelle spaventose tenebre della diffidenza e nascere nei loro cuori qualcosa di caloroso e d’ineffabile, simile alla fiducia e all’amicizia; anche se tutta la persona di quella nuova compagna, la sua andatura, il suo atteggiamento, il suono della voce ed il minimo gesto esprimevano e traducevano una sola idea: la diversità.
        In pochi giorni, tutti i compagni di scuola di Xia Xujie impararono a pronunciare correttamente il suo nome, e solo il maestro trovò quel compito difficile, impossibile.
Così, durante ogni appello, Leonardo, incapace di sopportare la violenza che subiva il nome della sua compagna, si alzava in piedi di scatto sfidando la propria timidezza e lo scherno degli altri e sbottava, scandendo le sillabe con tono aspro:
        — Si chiama Xia Xujie, maestro, Xia Xujie.
        Poi si sedeva e la sua pelle bianca, che lasciava vedere qua e là le arborescenze azzurrine delle vene, si tingeva di rosso fuoco, e, inevitabilmente molti lo schernivano chiamandolo “Pomodorino” e ridacchiando. Ma per Leonardo, che era un vero gentilfanciullo, quale piacere essere la causa di quel luminoso mutamento del viso di Xia e l’oggetto di un così dolce sguardo e un incantevole inchino di gratitudine mentre gli diceva “Grazie, Leonardo!”, ritraendo la lettera R e producendo nella sua testa un canto che lo rendeva sordo ad ogni altro pensiero e a qualsiasi scherno.
        Tuttavia, a fare di Xia Xujie una diversa non era solo il suo nome o il suo aspetto fisico. Infatti, ben presto cominciarono a circolare voci strani: molti riferirono di aver sentito Xia parlare con la reginetta della rugiada che dormiva tra i fiori del giardino della scuola. Altri giurarono d’averla visto guarire dal raffreddore un povero grillino tremante sull’erba di un prato ma nessuno, nessuno, era riuscito a scoprire perché Xia Xujie, la fanciulla che apparve come una folata di luce, raccogliesse tanti sassolini scegliendoli con meticolosità. Neanche Leonardo, forse a causa della sua timidezza cronica, osò chiedere a Xia il segreto di quei sassolini e decise di spiarla, roso dalla curiosità.

        Un giorno, mentre Xia era rimasta sola nell’aula durante un intervallo ad esaminare i suoi sassolini, Leonardo detto “Pomodorino” si mise a spiarla dalla finestra e la vide, con somma meraviglia, alzarsi e andare a parlare con un segmento “ED” che il maestro aveva tracciato la mattina con un pennarello blu sulla lavagna, vicino ad una linea retta “MA”.
            — Perché stai piangendo, Eddy? — Domandò Xia al segmento.
            — Mi fa molto male la schiena, Xia — rispose “ED” singhiozzando dal dolore — non ce la faccio più a stare così rigido, non ce la faccio più…
       — Vuoi che ti aiuti, Eddy? — Chiese Xia, addolorata, al povero segmento rigido.
        — Oh, sì! — Esclamò “ED” — Ho sentito dire che hai guarito dal raffreddore un grillino tremante sull’erba di un prato; guarisci anche me, ma prima, dimmi perché non riesco a vedere. Sono per caso cieco?
        — No, Eddy, non sei cieco — Rispose Xia, ridendo nel modo più melodioso — non riesci a vedere perché il tuo mondo ha una sola dimensione.
        La risposta confortò molto Eddy anche se non aveva capito un bel niente, e Xia, in un baleno, lo trasformò in un bellissimo cerchio blu.
            — Che meraviglia! — Esclamò Eddy — Mi sento già molto meglio; ma non riesco a vederti. Dimmi la verità, Xia. Sono per caso cieco?
            — Ma no, Eddy, tu non sei cieco — rispose Xia guardandolo con gli occhi sereni e leali — non riesci ancora a vedermi perché il tuo mondo ha soltanto due dimensioni. Vuoi che ti trasformi in una sfera per potermi vedere.
         — Oh, sì, sì, Xia! Fallo subito, fallo subito — rispose Eddy impaziente.
        Xia fece compiere al cerchio una rivoluzione attorno al asse contenuto nel suo piano e che passava dal centro, e Eddy divenne una bellissima sfera blu.
            — Ti vedo Xia, ti vedo! — Gridò Eddy quasi pazzo di gioia — Come sei bella, grazie, grazie. Ma perché non vedo me stesso?
            — Hai bisogno di uno specchio — affermò Xia — seguemi.
        Eddy la sfera fluttuò nello spazio tridimensionale e seguì Xia che lo portò davanti allo specchio del bagno.
        — Sono perfetto! Sono perfetto! — Ripeté Eddy facendo evoluzioni di gioia.
        Ma mentre Xia si lavava le mani, Eddy cadde nel lavandino pieno d’acqua e credette di affogare.
        — Aiuto — Gridò spaventato — Xia, aiutami, non so nuotare.
        Xia raccolse dall’acqua il povero Eddy tremante e completamente scolorito. Così, quando fluttuò di nuovo davanti allo specchio, rabbrividì dalla paura e gridò:
            — Dove sono Xia? Non riesco a trovare me stesso. Dove sono Xia?
            — Stai calmo, Eddy, ti sei scolorito nell’acqua, nulla di grave. Ora sei trasparente perché la luce attraversa tutto il tuo corpo senza subire alcuna riflessione.
            Eddy si tranquillizzò, anche se non aveva capito un bel niente, e il suo sguardo cadde su un arcobaleno che si vedeva dalla finestra.
        — Oh, che bei colori! — Esclamò meravigliato — Xia, fammi avere i colori di quell’arco.
        — Quello è un arcobaleno — spiegò Xia — e nessun umano è riuscito a raggiungerlo, perché è un fenomeno ottico dovuto alla rifrazione dei raggi del sole sulle gocce d’acqua sospese nell’aria.
        Poi spronò la sfera a compiere l’impresa:
        — Coraggio, Eddy, vai, tuffati nell’arcobaleno e acquisisci tutti i suoi colori!
        La sfera non aveva capito un bel niente ma, fiduciosa, schizzò fuori dalla finestra e andò a tuffarsi nell’arcobaleno.
        Al suo ritorno, Eddy la sfera non cessò mai di guardarsi nello specchio ringraziando Xia e ridendo con tale allegra aria di trionfo che era un divertimento guardarlo. Ma presto divenne triste e disse:
        — Xia, cara, chissà quante altre dimensioni potrò scoprire. Voglio viaggiare, voglio girare il mondo, dopo aver passato una vita rigido come uno stecchino. Ma non voglio partire da solo — e tacque sospirando…
        — Con chi vorresti partire, Eddy? — Gli domandò Xia.
     — Ecco — disse Eddy dopo aver schiarito la voce con un rispettabile piccolo colpo di tosse pieno di significato — io sono stato sempre affezionato a Emma. Se trasformi anche lei in una sfera, partiremo insieme.
        Xia ritornò alla lavagna, seguita da Eddy che fluttuava impaziente attorno a lei, e trasformò la linea retta “MA” in una bellissima sfera blu che scolorò con l’acqua e la fece accompagnare da Eddy a tuffarsi nell’arcobaleno. Quando Emma e Eddy ritornarono, Xia si mise a ridere per simpatia irresistibile e a cuor leggero verso la loro gioia, poi si congedò da loro:
        — Salutatemi i miei nonni quando arriverete in Cina — raccomandò Xia Xujie con le lacrime negli occhi.
        — Lo faremo senza altro, Xia — promise Emma.
        — Lo faremo senza altro, Xia — ripeté Eddy come un’eco.
   
        Al suo rientro in aula, Xia trovò tutti i suoi compagni già seduti; il maestro osservò accigliato le sue mani imbrattate di blu e le disse aspro:         — Xii…Xu…Xixu…Insomma, tu. Perché hai cancellato dalla lavagna i segmenti che avevo tracciato stamattina?
        — Non li ho cancellato, maestro — rispose Xia Xujie, candidamente — li ho trasformati in due sfere e adesso stanno andando in Cina a salutarmi i nonni.
        — Bugiarda! Ma che sciocchezze mi stai raccontando, Xii…Xuxi? — Ringhiò il maestro contro Xia con tale violenza che ella si mise a piangere.
        Allora, Leonardo, il gentilfanciullo, si alzò in piedi e affrontò il maestro:
        — Xia Xujie non è una bugiarda, maestro, e non è certo colpa sua se il segmento “ED” ha avuto un terribile mal di schiena e le chiese di aiutarlo a guarire. In ogni caso, io sono pronto a giurare sul mio onore che “ED” e “MA” stanno bene adesso e che stanno in viaggio per la Cina. E si sedette tingendosi di rosso pomodoro.
        Il maestro lo fissò spalancando la bocca poi borbottò:
        — Quanta fantasia questi fanciulli…— Guardò di nuovo Xia, poi Leonardo, e disse sarcastico: —Va bene, va bene, non vorrei mica mettere in dubbio la tua parola d’onore. Ma adesso voi due dovete tracciare due bei segmenti, e li voglio ben dritti. Intesi?!
       
        Appena la lezione ebbe fine, Leonardo chiese scusa a Xia per averla spiata dalla finestra, e lei affermò con superiore saggezza che ad un gentilfanciullo si può sempre perdonare una leggerezza, poi gli domandò:
        — Ma perché mi spiavi, Leonardo?
        Alla legittima domanda, espressa con il sollevare dei sopracigli, che Leonardo ascoltò senza cessare di trangugiare gelosamente ogni singola parola pronunciata da Xia ritraendo la lettera R, il gentilfanciullo confessò:
        — Volevo conoscere il segreto dei sassolini che raccogli. Tutti sono curiosi di saperlo e anche i maestri ne parlano tra di loro dicendo che sei molto strana.
        Xia guardò Leonardo con una tenerezza luminosa che le straripava dalle palpebre, e gli disse senza battere ciglio:
        — I sassolini mi servono per ricostruire il ponte di Mostar .
    Leonardo provò quell’emozione che l’imprevisto causa sempre. Indietreggiò pensando che Xia fosse completamente pazza e balbettò:
         — Che-che co-o-sa?!
        — Sì, Leonardo — affermò Xia con fiducia nella forza del suo progetto — dobbiamo essere noi, fanciulli di tutto il mondo a raccogliere tanti sassolini per ricostruire il ponte di Mostar così, quando saremo Grandi non oseremo mai distruggerlo. Sarebbe la cosa più stupida da fare. Non credi anche tu, Leonardo, che distruggere un ponte sia più pazzesco che ricostruirlo?
       
        Il povero Leonardo passò tutto il pomeriggio immerso in profonde riflessioni, e, alla fine, giunse a giudicare Xia Xujie la pensatrice, la filosofa, più acuta e completa di tutti i secoli. Frugò nel cassettino delle sue cianfrusaglie e recuperò un bellissimo minerale che trovò nel deserto della Tunisia durante una vacanza e che gli abitanti di quel paese chiamano “rosa del deserto”. Guardò a lungo quella “rosa” pensando a Xia e al ponte di Mostar, ed ebbe l’ispirazione per scrivere qualche verso.         L’indomani, si fermò tutto rosso in faccia davanti a Xia Xujie, le diede il suo sassolino a forma di rosa in segno d’adesione al Grande Progetto, e recitò i suoi versi con trasporto:

“Ti amo Xia, pensa, la follia di noi fanciulli
E’ pari a quella dei Grandi
Raccogliamo i sassolini più dolci
E costruiamo il nostro ponte.”

        Da quel giorno, tutti i fanciulli di quella scuola entrarono nel cerchio incantato di Xia Xujie, e si misero a raccogliere, indolentemente, sassolini sotto gli occhi sbalorditi dei maestri.


“Sono diventati tutti pazzi” dicevano i Grandi!

postato da: metoikos alle ore 11:27 | link | commenti
categorie: racconti, xia xujie