
Tra gli italiani vissuti in Tunisia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando i flussi migratori andavano dall’Italia, soprattutto dalla Sicilia, verso il Nord Africa, una figura di spicco è quella del poeta Mario Scalesi (Tunisi 16 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo 1922).
Il padre era emigrato da Trapani. A Tunisi svolse il mestiere di scambista ferroviario. La madre dello scrittore, di origini genovesi e maltesi, era donna di pulizie presso le classi agiate della capitale tunisina.
Mario Scalesi aveva cinque fratelli e la condizione economica non florida della sua famiglia fu aggravata dal grave incidente a lui occorso quando aveva l’età di cinque anni: la caduta dalle scale di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale, storpiandolo irrimediabilmente.
Dopo aver frequentato
Deriso dai coetanei, umiliato dalle donne, forse incompreso dai famigliari, avrebbe subito anche l’oltraggio della tubercolosi e della meningite.
Avendo conservato la nazionalità italiana, dal 30 settembre 1921 viene ricoverato al Manicomio di Palermo, proveniente dall’Ospedale Coloniale Italiano “Giuseppe Garibaldi” di Tunisi.
Vi morirà, per “marasmo”, il 13 marzo dell’anno successivo e il suo corpo sarebbe stato buttato in una fossa comune del cimitero.
L’opera letteraria di Mario Scalesi è alle origini della poesia nordafricana di espressione francese e si concretizza di una sola silloge Les Poèmes d’un Maudit (pubblicata postuma, ha finora avuto sei edizioni: Parigi, 1923 e 2002; Tunisi 1930, 1935, 1996; Palermo, 1997).
Quest’ultima, in versione bilingue e contenente gran parte della produzione poetica scalesiana, è stata pubblicata dall’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici di Palermo; da noi curata e introdotta da un nostro ampio saggio. La presente edizione si rifà proprio al citato volume del 1997, sebbene qui abbiamo apportato delle modifiche ad alcuni testi delle traduzioni.
Sulla figura di Scalesi sono stati organizzati (e pubblicati i relativi Atti) tre convegni internazionali (Tunisi 1937 e 1997; Palermo 1998).
L’opera precorritrice di Scalesi è ravvisabile anche nella sua appassionata e lucida attività di critico letterario: collaborò, infatti, alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie Illustrée» dove apparvero le sue innovative teorizzazioni di una “letteratura nordafricana” di lingua francese.
Il suo nome figura nella Histoire de la littérature tunisienne di Jean Fontaine (Tunisi, Cérès, 1999) e in numerose antologie dedicate agli scrittori del Mediterraneo di espressione francese. Nel 2002, per la cura di Abderrazak Bannour e Yvonne Fracassetti Brondino, l’editore parigino Publisud ha stampato l’opera completa (poesie e articoli) del nostro autore, sotto il titolo: Mario Scalesi, précurseur de la littérature multiculturelle au Maghreb.
Ammiratore del parnassiano Heredia, di Gautier, di Hugo e di Baudelaire (il nostro mauditlivre de chevet proprio Les fleurs du mal), Scalesi prova a tenersi, tuttavia, lontano da l’art pour l’art e dagli eccessi romantici, ricercando una propria strada che dal simbolismo si orienterà verso un engagement di stampo realistico e quasi espressionistico, ad esempio laddove il poeta condanna la morale borghese, il capitalismo, il militarismo, la violenza contro l’individuo e le masse.
Molto si apprende sul retroterra letterario scalesiano anche dall’analisi dei suoi testi di critica.
Su Scalesi, nel 1935, nella parigina «Revue des deux mondes», spese parole di grande elogio Yves-Gérard Le Dantec, tra i maggiori esperti di “poeti maledetti” e curatore delle loro opere complete (in particolare, di Verlaine, Edgar Allan Poe e Baudelaire) per Gallimard.
Mentre, in anni a noi più vicini, precisamente nel 1997, un critico letterario tunisino scrisse: «(…) se Chebbi è il nostro poeta nazionale, Scalesi è la figura mediterranea della nostra letteratura (…)».
Gli studiosi - soprattutto francesi e nordafricani - si sono occupati in modo ciclico di questo autore che, benché morto giovanissimo, quando ancora aveva pubblicato soltanto su riviste, è riuscito ad attraversare quasi un secolo di tenebre e a giungere fino a noi vibrante e tenerissimo: per lui è, forse, arrivato il momento di un riconoscimento pieno, solido e duraturo.
Chi è Salvatore Mugno?
È mio amico...
Salvatore Mugno è nato a Trapani nel 1962.
Ha pubblicato un volume di racconti (In ogni buco della città, 1999) e tre romanzi (Opere terminali, 2001; Il biografo di Nick
Questo libro, alla gloria indifferente,
estraneo agli alambicchi della mente,
nutrimento non cerca dalla Muse Noire
né dall’Abîme e neanche da Les Fleurs du Mal.
Se esso trabocca di funebri versi,
questi non gridano che la rivolta
che sale da una vita tenebrosa
e non da freddo spleen premeditato.
Invalido, ho narrato gli anni grevi
dell'età giovane d'un paria in lacrime
in ogni debolezza saccheggiato
schernito nei tormenti innumerevoli.
Dunque, delle più antiche verità,
lettore, si conferma la più certa:
nelle maledizioni dei tuoi simili
si rispecchiano quelle del Destino.
Nell'abbandono e nella povertà,
tenuto a bada come un appestato,
la mia vita ho infiorato di rovine,
di misero ideale disperato.
E, raccattando queste tristi pietre
dal fondo di un inferno mai descritto,
le mie ametiste vi distribuisco
o fratelli che m'avete maledetto!
Ce livre, insoucieux de gloire,
N'est pas né d'un jeu cérébral:
Il n'a rien de
De l’Abîme ou des Fleurs du Mal.
S'il contient tant de vers funèbres,
Ces vers sont le cri révolté
D'une existence de ténèbres
Et non d'un spleen prémédité.
Infirme, j'ai dit ma jeunesse,
Celle des parias en pleurs,
Dont on exploite la faiblesse.
Et dont on raille les douleurs.
Car, des plus anciens axiomes,
Lecteur, voici le plus certain:
Les malédictions des hommes
Secondent celles du Destin.
Dans l'abandon, dans la famine,
Honni comme un pestiféré,
J'ai fleuri ma vie en ruine
D'un idéal désespéré.
Et, ramassant ces pierres tristes
Au fond d'un enfer inédit,
Je vous jette mes améthystes,
Ô frères qui m'avez maudit!
L’attimo in cui cessai di vivere
per lungo tempo ancora rivedrò.
(Chiuso il suo libro la speranza,
sicuri si è d'essere morti).
Musa, che tu celebri voglio
la banale e vecchia scala
che, spezzandomi la schiena,
mi spinge a non dimenticarla.
Tu conosci la storia, io credo,
poiché talvolta visitavi
quei sogni bizzarri d'infanzia
e le mie sorridenti ingenuità.
Era Natale, inverno africano,
l'inverno simile all'Aprile
nell'aria balsamica sbocciava
tra solari indorature.
Andavo su a cercar le carte.
Secondo usanze d'altri tempi,
che si giocassero, soleva,
le torte, fave cotte e noci.
Poco illuminata era la scala.
Felice, io conducevo il gioco,
quando il piede posò nel vuoto
mentre sognavo un cielo azzurro.
Dicon che, eludendo il sudario,
di notte, a volte, il trapassato
bazzichi la camera ardente
per ripercorrervi il passato.
Ma tali macabre escursioni,
sovente le si nega, a torto:
fuggono i miei guasti pensieri
lungo la scala dove sono morto.
L'instant où j'ai cessé de vivre,
Je le verrai longtemps encor.
(Quand l'espoir a fermé son livre
On peut bien dire qu'on est mort).
Muse, je veux que tu célèbres
Ce vieil et banal escalier
Qui, m'ayant brisé les vertèbres,
Me force à ne point l'oublier.
Tu connais l'histoire, je pense,
Puisqu'étaient par toi visités
Ces fantasques rêves d'enfance
Où riaient mes naïvetés.
C'était Noël. L'hiver d'Afrique,
Cet hiver aux avrils pareil,
Fleurissait dans l'air balsamique
Sous les dorures du soleil.
J'allais là-haut chercher des cartes.
Une coutume d'autrefois
Voulait que l'on jouât les tartes,
Les fèves cuites et les noix.
L'escalier était un peu sombre.
Heureux, je rapportais le jeu,
Lorsque mon pied glissa dans l'ombre
Comme je songeais au ciel bleu.
On dit que, fuyant le suaire,
Parfois, la nuit, un trépassé
Hante sa chambre mortuaire
Pour y revivre le passé.
Et ces macabres escapades,
Voyez comme on les nie à tort:
Je sens fuir mes pensées malades
Vers l'escalier où je suis mort.
Consumato è il tuo cuore, mamma?
Dinnanzi agli algidi occhi tuoi non oso
indirizzarti la preghiera fervida
di abbracciarmi come un tempo.
Non ardisco, inasprita come sei
dall'indigenza e dall'età,
confidarti il sogno
del fanciullo che sono rimasto.
Soltanto vorrei per poco
poggiare la mia fronte alle tue gambe,
riposarmi delle mie battaglie
e molto dolcemente rivangare.
Così mi crederei ancora al tempo
delle bianche farfalle e dei fiori.
Fantasticherei d'essere stato saggio,
indifeso nella culla del tuo abbraccio.
Bisogno estremo ho di una carezza,
di una parola che mi consoli un po’!
Se perdo infine la tua tenerezza
che mai farò sotto l'azzurro cielo?
Per te e per il vecchio genitore,
quando il funereo rintocco mi chiamava,
ho proseguito la mia strada amara.
E tu lo sai, quanto sia stanco.
Comprendevo allora l'ebbrezza
del sole e del rifiorir dei prati:
ciò che mi avanzava della giovinezza,
la vostra miseria me l'ha tolto.
Rendimi alfine l'illusione propizia,
sgranami i rosari d'una volta.
Credo alle favole della nutrice
quando a narrarmele sei tu.
Ton cœur s'est-il usé, ma mère?
Je n'ose, devant tes yeux froids,
T'adresser l'ardente prière
De m'embrasser comme autrefois.
Je n'ose, te sachant aigrie
Par les ans et la pauvreté,
Te raconter la rêverie
De l'enfant que je suis resté.
Je voudrais pour quelques minutes
Poser mon front sur tes genoux
Et m'y reposer de mes luttes
En un ressouvenir très doux.
Je me croirais encore à l'âge
Des papillons blancs et des fleurs.
Je croirais qu'ayant été sage,
Je m'endors en tes bras berceurs.
J'ai tant besoin d'une caresse,
D'un mot qui me console un peu!
Si je perds aussi ta tendresse,
Que ferai-je sous le ciel bleu?
C'est pour toi, c'est pour mon vieux père,
Qu'alors que m'appelait le glas,
J'ai poursuivi ma voie amère.
Tu sais à quel point je suis las.
Je comprenais jadis l'ivresse
Du soleil, des prés refleuris:
Ce qui me restait de jeunesse,
Votre misère me l'a pris.
Rends-moi l'illusion propice,
Égrène-moi tes vieux récits.
Je crois aux contes de nourrice
Lorsque c'est toi qui me les dis.
Tu mi hai salvata, mamma.
Ti racconto come.
Guardavo, ieri, perdersi nella bruma,
costeggiando il malinconico lago,
le oscure rotaie ferrate,
le lunghe linee omicide dei binari elettrici;
il luogo assopito invitava al riposo,
quando alle luci della tettoia, su grandi cartelli,
sillabavo, vinto da insondabile fiducia,
parole solenni e incomprensibili:
«Divieto assoluto di attraversare le rotaie.
Pericolo di morte».
E mi trovavo solo, a pensare con fatica:
«La gente teme la morte come una pena,
la bella Fidanzata dalle pupille d'ebano,
che sempre m'invita al suo torbido letto,
o matti! Scongiurare il suo bacio amoroso!»
Deciso, m'ero avvicinato alla ferrovia,
e tendevo la mano alla rotaia che fulmina,
quando avvertii, con repentino singhiozzo,
la tua flebile voce domandare pane!
Mère, tu m'as sauvé.
Voici comment. Hier,
Je regardais s'enfuir les rails d'ombre et de fer,
Les longs rails meurtriers du chemin électrique,
Dans la brume, le long du lac mélancolique;
Et, le site assoupi m'incitant au repos,
Aux lumières du hall, sur de grands écriteaux,
Je déchiffrais, gagné d'une sourde espérance,
Ces mots mystérieux et solennels: «Défense
«De traverser jamais les rails. Danger de mort.»
Et je me trouvais seul, pensant avec effort:
«Les gens craignent la mort comme on craint une peine,
«La belle Fiancée aux prunelles d'ébène,
«Qui m'appelle sans cesse à son lit ténébreux,
«Ô les fous! redouter son baiser amoureux!»
Je m'étais approché, tranquille, de la voie,
Et j’étendais la main vers le rail qui foudroie,
Mais je perçus alors en un sanglot soudain,
Ta pauvre vieille voix qui demande du pain.
Una notte in cui infuriava inverno,
intirizzito, entrai in un bar.
Bevvi. Era piacevole, al riparo.
L'acquazzone e la tramontana che morde e penetra le ossa
avevano reso la strada un tenebroso pantano, un deserto.
Pioggia e vento si flagellavano a vicenda.
L'acqua grondava il marciapiede, appannava vetrate.
Laggiù, ai flebili bagliori del lampione,
nel punto in cui, biforcandosi, le linee del tram
mostravano luccicanti rotaie lungamente spruzzate,
intravidi, attraverso fitta pioggia, nell'oscurità,
il vecchio padre curvo nel tetro pastrano.
Vi esercitava il mestiere di scambista.
E non nutriva speranza d'un domani migliore,
per lui non v'era scampo.
L'acqua lentamente sgocciolava,
gli colava sul collo, s'afflosciavano i suoi baffi.
Io lo sentivo tossire al punto da strapparsi
i polmoni nello sforzo di sputare.
Certamente il vegliardo espiava delle colpe.
Un uomo non viene cosi abbandonato, senza ragione,
nell'indifferenza, al furore del cielo.
Indubitabilmente egli era un criminale.
Vediamo: trentasei anni aveva lavorato,
sfinito dalla miseria, per un magro salario,
sempre onesto, preciso, sottomesso.
Dei suoi superiori diceva: «Gli amici!»
Ma, allora, ciò che in lui la tempesta puniva,
era il delitto d'esser povero e probo,
d'amare troppo il suo lavoro?
Ma nasceva, forse, dalla rassegnazione
il suo castigo...
Une nuit que l'hiver avait trop triomphé,
Tout grelottant de froid, j'entrai dans un café.
Je bus. Il faisait chaud. Il faisait bon. L'averse
Et la bise qui mord les os et les traverse
Avaient fait de la rue un bourbier ténébreux,
Un désert; pluie et vent se flagellaient entre eux.
L'eau baignait le trottoir et ternissait les glaces
Du bar, et, sous le gaz versant des lueurs lasses,
Au point où, bifurquant, les lignes des tramways
Montraient leurs rails luisant abondamment lavés,
J'aperçus, à travers la pluie énorme et l'ombre
Mon vieux père voûté dans sa capote sombre.
C'est là qu’il exerçait son métier, d'aiguilleur.
Il n'avait pas l'espoir d'un lendemain meilleur,
Il n'avait point d'abri. L'eau ruisselante et lâche
Lui coulait dans le cou, lui mouillait la moustache.
Je l'entendais tousser au point de s'arracher
Les poumons dans l'effort qu'il faisait pour cracher.
Sans doute ce vieillard expiait quelque chose.
Un être humain n'est pas ainsi livré, sans cause,
Par l'homme indifférent à la fureur du ciel.
Certainement mon père était un criminel.
Voyons. Trente-six ans, épuisé de misère,
Il avait travaillé pour un maigre salaire,
Toujours probe, toujours exact, toujours soumis.
S'il parlait de ses chefs, il disait: «Quels amis!»
Mais alors, ce qu'en lui punissait la tempête,
C'était le crime d'être pauvre, d'être honnête,
Et d'aimer le labeur jusqu'à la passion?
À moins que ce ne fût sa résignation.
Sopra una tavola, col suo vestito bianco
e i capelli abbandonati in un'onda d'oro,
giaceva mia sorella, come bimba addormentata.
Al dito aveva l'anello suo della domenica.
Ingenuamente, ne ignoravo il trapasso.
Come sapere che mia sorella fosse morta?
M'inquietava, però, la sua rigidità,
al punto che, senza comprendere, piangevo.
Ceri, feretro, corone, acqua benedetta,
chierichetti in mantellina violetta,
tutto mi dava brividi e turbamento:
presentivo un rito spaventevole.
Mi si dimenticava: nessuna parola di dolcezza!
Tra me, incolpavo il prete:
«Quest'uomo nero, viscido come un traditore,
dunque è venuto a togliermi la sorellina?»
Nello stupore di un sogno che avvizzisce,
mi avvicinai alla morta e posai,
nervosamente e in tutta fretta, scostandole i capelli,
un bacio tenero sulla sua fronte diafana.
Mi dissero che al cielo occorresse
abbondanza di fanciulli e di bambine gracili
per assecondare angelici puntigli
e preparare torte al dolce Dio.
E quel bacio che m'insegnò il dolore
da allora s'è impresso sul mio labbro,
come aroma di giglio,
sapore di un tempo di speranze...
Sur une table, avec sa robe blanche
Et ses cheveux lâchés en un flot d'or,
Ma sœur gisait, telle une enfant qui dort.
Elle portait sa bague du dimanche.
Bambin naïf, j'ignorais le trépas.
Comment savoir, que ma sœur était morte?
Mais sa raideur m'inquiétait en sorte
Que je pleurais et ne comprenais pas.
Cierges, cercueil, couronnes, eau bénite,
Enfants de chœur en camail violet,
Tout m'emplissait de frissons, me troublait:
Je pressentais un effroyable rite.
On m'oubliait. Plus un mot de douceur.
Et j'accusais mentalement le prêtre:
«Cet homme noir et furtif comme un traître
«Est donc venu pour me prendre ma sœur?»
Dans la stupeur d'un rêve qui se fane,
Je m'approchai de la morte, et nerveux,
Je mis bien vite, écartant ses cheveux,
Un doux baiser sur son front diaphane.
On m'expliqua qu'il fallait, au ciel bleu,
Bien des enfants, bien des fillettes frêles,
Pour seconder les angéliques zèles
Et préparer des gâteaux au bon Dieu.
Et ce baiser où j'appris la souffrance
S'est conservé sur ma lèvre depuis
Comme un arôme aspiré sur un lis,
Une saveur de mes ans d'espérance...
Sulla sabbia cosparsa di detriti marini
ella avanzava frivolmente ancheggiando i fianchi.
Come scrigni mi attraevano le sue labbra,
mentre con le dita ne sfioravo le mani bianche e fini.
Un mormorio leggero tremolava sotto le ramaglie.
Delle vele macchiettavano il verde quieto dei flutti.
O l'incantevole testa dai pensieri viperini
che accanto a me fantasticava, nella pace domenicale!
Dalle ridenti ville lungo il sentiero,
i profumi del garofano, del lillà, del gelsomino,
esalavano, mescolandosi alla brezza salmastra.
Ma nulla mi era dolce quanto i suoi occhi perversi
e i capelli suoi di vergine dove aspiravo, delizia,
odor di zàgara del Paradiso.
Elle allait, balançant coquettement ses hanches,
Sur le sable strié de détritus marins.
Ses lèvres m'attiraient ainsi que des écrins
Et mes mains effleuraient ses mains fines et blanches.
À peine un gazouillis tremblait-il sous les branches.
Des voiles mouchetaient le vert des flots sereins.
Ô la tête charmante aux pensers vipérins
Qui rêvait près de moi, dans la paix des dimanches!
Des joyeuses villas qui longeaient le chemin,
Les parfums de l'œillet, du lilas, du jasmin,
S'exhalaient, se mêlant à la brise saline.
Mais rien ne m’était doux que ses yeux pervertis
Et ses cheveux de vierge où j'aspirais, divine,
L'odeur des orangers fleuris au Paradis.
Magici i vostri occhi - limpida notte,
notte luminosa nella tenebra -
come fluido spandono
dolcezza e orgoglio di rango.
E la scienza delle alcove
a tal punto potenzia la vostra bellezza,
che si crede intravedere intorno ai vostri fulvi capelli
una scia di voluttà.
Per quale capriccio, se tutto vi sorride
e la vita vi gronda di piacere,
avete tentato la malizia
di suscitarmi un folle desiderio?
Era una cattiva idea.
Bionda lettrice di romanzi,
addio! Io vi ho posseduta
quanto nessuno dei vostri amanti.
Di voi qualcosa, che sfugge
al vostro stesso dominio,
si nega ai loro fragili amplessi
e ne vanifica l'avidità.
Quando il poeta
nel cuore ritrova il bell'altare d'un tempo,
di nuovo ha raggiunto, fugace conquista,
ciò che di voi non muore.
Vos yeux magiques, nuit limpide,
Nuit lumineuse en sa noirceur,
Épandent ainsi qu'un fluide
L'orgueil de caste et la douceur.
Et la science des alcôves
Rehausse tant votre beauté,
Qu'on croit voir en vos cheveux fauves
Le nimbe de la volupté.
Tout vous sourit. Par quel caprice,
Vous dont la vie est un plaisir,
Avez-vous tenté, la malice
De m'inspirer un fou désir?
C'était une méchante idée.
Blonde lectrice de romans,
Adieu! Je vous ai possédée
Bien mieux que nul de vos amants.
En vous quelque chose, indocile
À votre propre volonté,
Manque à leurs étreintes d'argile
Et frustre leur avidité.
À la seconde où le poète
Retrouve au cœur son vieil autel,
J'ai possédé, brève conquête,
Faceva freddo ed imbruniva,
ma tu non rincasavi! Tuo padre,
in piedi, friggendo di rabbia,
arrotava il taglio d'un rasoio.
Tua madre piangeva in silenzio.
Ora tragica! Mio malgrado,
immaginai, senza eccessivo sussulto,
la lama tinta di scarlatto.
Non scherzava il vecchio Toscano,
freddamente inferocito imprecava,
di sfregiarti il volto,
o mia piccola dagli occhi di fuoco...
Mi credevo di vederti a tal punto trasformata
da non dover più disperare:
io soltanto t'avrei ancora adorato
una volta annientata la tua bellezza.
Delle tue fattezze dolci e martoriate,
ormai scolpite nella mia memoria,
avrei resuscitato la magnificenza
sotto il fervore dei miei baci.
Con paziente tenerezza,
ricreando il tuo tempo migliore,
dal tuo sorriso profumato
avrei ricavato la mia sola ebbrezza.
Ma ho deviato l'arma. Mi suggeriva male,
il cielo, per la tua conquista.
Addio, piccola! Io rimpiango
il provvidenziale delitto.
II faisait froid, il faisait noir,
Et tu ne rentrais pas! Ton père,
Debout, sifflotant de colère,
Éprouvait le fil d'un rasoir.
Ta mère pleurait en silence.
Heure tragique! Malgré moi,
J'imaginai sans trop d'émoi
La lame teinte de garance.
Le vieux Toscan badinait peu.
Il jurait, froidement sauvage,
De te taillader le visage,
Ô ma mignonne aux yeux de feu…
Je rêvais de te voir réduite
À ne plus me désespérer:
J’eusse été seul à t'adorer,
Une fois ta beauté détruite.
Tes traits doux et martyrisés
Étant sculptés dans ma mémoire,
J'aurais ressuscité leur gloire
Sous la ferveur de mes baisers.
Par ma patiente tendresse
Refleurissant ton mois de Mai,
De ton sourire parfumé
J'aurais fait mon unique ivresse.
J'ai détourné l'arme. Le ciel
M'inspirait mal pour ta conquête.
Adieu, mignonne! Je regrette
Le crime providentiel.