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Utente: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

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venerdì, 10 agosto 2007

TRADUZIONE DELLE MEMORIE DI UN POETA MORTO

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        Mausoleo di Ash-Shabbi                                La tomba del poeta                                     

         Oasi di Tozeur - Tunisia                                   

Inizio, da oggi (10 agosto 2007), a tradurre e pubblicare le memorie di un uomo morto il 9 ottobre 1934, all’età di venti cinque anni. È il poeta tunisino più noto nel mondo arabo e all'estero. Non meno di 200 libri e 600 articoli parlano di ABŪ’L-QĀSIM ASH-SHĀBBĪ.

Ogni volta che inserisco un pezzo tradotto, do una notizia del giorno, scelta da me. Poi commento la notizia col testo di una canzone.

Reuters - Ven 10 Ago - 08.57

MILANO (Reuters) – Due ordigni, di cui uno è esploso senza causare gravi danni, sono stati piazzati questa notte davanti al centro islamico di Abbiategrasso, in provincia di Milano.

Lo riferiscono i carabinieri, specificando che il primo ordigno è esploso verso l'una di questa notte davanti all'ingresso del centro, senza tuttavia danneggiare in maniera significativa la struttura, che si trova in via Crivellino ad Abbiategrasso.

La seconda delle due bombe artigianali, composte da un tubo di metallo contenente materiale incendiario, è stata fatta brillare dagli artificieri intervenuti sul posto.

Si tratta del secondo episodio del genere in provincia di Milano nel giro di pochi giorni: domenica notte infatti la macchina di un religioso musulmano è stata data alle fiamme vicino al centro islamico di Segrate, ad est del capoluogo lombardo.

L'incendio ha mandato in frantumi le finestre e annerito il muro esterno del centro, ma non ci sono stati feriti.

 

WHAT A WONDERFUL WORLD
Louis Armstrong 

Io vedo alberi verdi e anche rose rosse
Li vedo sbocciare per me e per te
E penso tra me, che mondo meraviglioso!

Vedo i cieli blu e nuvole bianche
Il chiaro e benedetto giorno e la sacra notte scura
E penso tra me, che mondo meraviglioso!

I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Si riflettono anche sui visi delle persone
Vedo amici tenersi per mano, e dirsi 
"Come stai?"
Ma in realtà loro dicono "Ti amo"

Sento bambini piangere, Io li vedo crescere
Loro impareranno molto più di quello che io so
E penso tra me, che mondo meraviglioso
Sì penso tra me, che mondo meraviglioso
Oh sì

Questa canzone è stata messa di recente all’Indice delle canzone proibite in USA dalla Clear Channel Communication, proprietaria di 1.170 stazioni radio americane, che ha redatto un elenco di canzoni, oltre 150, che in questo periodo sono fortemente sconsigliate e saranno probabilmente bandite dai programmi radiofonici.

 

Mercoledì 1° gennaio 1930

 

            Nella calma della notte, eccomi, solitario, seduto a una scrivania tristemente posta al centro di una stanza avvolta nel silenzio. I tempi passati, colmi di lacrime e di tristezza, mi riempono d’amarezza. I quadri degli avvenimenti lontani si ripresentano davanti a me, riflettendo la mia vita nel corso dei giorni e delle notti, portati dalle vicissitudini del tempo verso gli abissi di un oblio senza confini.

 

            Seduto, solo, nella calma della notte, passo in rivista i quadri della vita, meditando sulla felice epoca passata, esumando anime dalle sepolture del tempo.

 

            Eccomi che scruto nei meandri del passato, fendendo con lo sguardo le tenebre dell’oscura e terrificante eternità. Guardo e vedo immagini multiple che si sono succedute nella vita come nuvole di primavera, che si sono mosse attorno a me come brezza del mattino, che si sono intrecciate attorno al mio cuore come sorgenti sgorganti dalla montagna. Guardo ancora, ed ecco che i quadri oscuri, agitati e cangianti, come onde del mare, fantasmi multicolori come l’arcobaleno, belli come lo spirito della primavera che passano davanti a me per sparire subito dopo, danzano attorno a me, poi si perdono nelle profondità di una oscurità opaca.

 

Costruisco sogni che nascono piano piano, simili a uccelli che cantano nei boschi, si sviluppano simili a una vegetazione lussureggiante, sbocciano come rose, per appassire, seccare e sparpagliarsi infine ai venti; poi spariscono nel silenzio del nulla.

 

Ecco i miei compagni di una volta risuscitare, nobili e belli come prima. Spontaneamente, ho rivissuto con loro i ruoli della passata vita, da noi interpretati una volta poi mai terminati. Dimentico allora le difficoltà dell’esistenza e le pene della vita, con l’illusione di poter essere come prima, gaio e felice come una tortora dei campi, e di non essere più straniero in mezzo a spettri che non mi capiscono mai, solo in mezzo a statue immobili, che obbediscono solo alle cose materiali e ai desideri del corpo. Cosi mi trovo ben lontano dal felicissimo mondo che frequentavo allora e dal quale mi separa l’avversità della vita, piazzandolo nell’immortalità e lasciandomi solo pieno di dolori e rimpianti.

 

Eccoli di nuovo, gli amici della mia sognante infanzia, che  ho conosciuto in vari luoghi, cavalcare attraverso le praterie verdeggianti, formando mazzi di papaveri e di margherite, arrampicandosi sulle colline per scovare gli uccelli dell’estate, canticchiando arie innocenti e candidi. Li rivedo seduti ai bordi di bei ruscelli che mormorano, costruendo case di sabbia che ricoprono d’erba raccolta nei campi, poi, divisi in due gruppi, si inseguono l’un l’altro e giocano cosi, inconsapevolmente, la grande commedia umana che rappresenta l’eterno ritorno delle notti.

 

Ed ecco la bella donna che la vita ha spinto sulla mia strada, fissarmi con i suoi bei occhi angelici e sognanti. Tende verso di me una mano dolce e incantevole, dalle dita affusolate color di rose, e, con le sue labbra nutrite con nettare della vita, stampa sulla mia bocca un bacio voluttuoso e inebriante.

 

Ed ora, ecco mio padre, il viso sorridente e radioso, mandarmi uno sguardo pieno di generoso affetto paterno. L’ascolto mentre mi parla con voce calma e composta. Passeggia con me nei dintorni della villa di Zaghuan scalando sentieri di montagna costeggiati di pini che effondono freschi profumi. Mi mostra pianure verdeggianti che si stendono all’infinito, seminate di graziose capanne e bei palazzi, simili a colombe bianche sparpagliate nelle praterie.

 

Ora, attorno a me, tutto è spopolato. Tutti son partiti verso il profondo nulla, ritornati all’Eterno Silenzio. Mai li rivedrò sulle strade dell’esistenza. Fino alla morte, non li rivedrò più nell’arido mondo di quaggiù. Uno schermo li separa da me, per sempre. Rimango da solo in questo mondo, sforzandomi di comunicare con loro in vano, talmente sono lontani per rispondere alle mie chiamate e alle grida del mio cuore solitario. Sono partiti tutti. E sono qui, solo, nelle calme tenebre dell’isolamento.

 

 


postato da: metoikos alle ore 18:44 | link | commenti (5)
categorie: poesia, memorie, notizia del giorno, shabbi

MARIO SCALESI

Scalesi Mario

16 FEBBRAIO 1892
NASCE A TUNISI IL PRECURSORE DELLA
LETTERATURA MULTICULTURALE NEL MAGHREB

MARIO SCALESI

LE LIRICHE DI UN MALEDETTO
Traduzione dal francese e cura di
Salvatore Mugno


Tra gli italiani vissuti in Tunisia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando i flussi migratori andavano dall’Italia, soprattutto dalla Sicilia, verso il Nord Africa, una figura di spicco è quella del poeta Mario Scalesi (Tunisi 16 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo 1922).  

Il padre era emigrato da Trapani. A Tunisi svolse il mestiere di scambista  ferroviario. La madre dello scrittore, di origini genovesi e maltesi, era donna di pulizie presso le classi agiate della capitale tunisina.  

Mario Scalesi aveva cinque fratelli e la condizione economica non florida della sua famiglia fu aggravata dal grave incidente a lui occorso quando aveva l’età di cinque anni: la caduta dalle scale di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale, storpiandolo irrimediabilmente.  

Dopo aver frequentato la Scuola Primaria francese, Mario non potrà proseguire gli studi per la necessità di guadagnarsi da vivere. Farà il contabile, prima in un carrozziere poi in una tipografia.  

Deriso dai coetanei, umiliato dalle donne, forse incompreso dai famigliari, avrebbe subito anche l’oltraggio della tubercolosi e della meningite.  

Avendo conservato la nazionalità italiana, dal 30 settembre 1921 viene ricoverato al Manicomio di Palermo, proveniente dall’Ospedale Coloniale  Italiano “Giuseppe Garibaldi” di Tunisi.

Vi morirà, per “marasmo”, il 13  marzo dell’anno successivo e il suo corpo sarebbe stato buttato in una fossa comune del cimitero.

L’opera letteraria di Mario Scalesi è alle origini della poesia nordafricana di espressione francese e si concretizza di una sola silloge Les Poèmes d’un Maudit  (pubblicata postuma, ha finora avuto sei edizioni: Parigi, 1923 e  2002; Tunisi 1930, 1935, 1996; Palermo, 1997).

Quest’ultima, in versione bilingue e contenente gran parte della produzione poetica scalesiana, è stata pubblicata dall’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici di Palermo; da noi curata e introdotta da un nostro ampio saggio. La presente edizione si rifà proprio al citato volume del 1997, sebbene qui abbiamo apportato  delle modifiche ad alcuni testi delle traduzioni.  

Sulla figura di Scalesi sono stati organizzati (e pubblicati i relativi Atti) tre convegni internazionali (Tunisi 1937 e 1997; Palermo 1998).  

L’opera precorritrice di Scalesi è ravvisabile anche nella sua appassionata e lucida attività di critico letterario: collaborò, infatti, alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie Illustrée» dove apparvero le sue innovative teorizzazioni di una  “letteratura nordafricana” di lingua francese.  

Il suo nome figura nella Histoire de la littérature tunisienne di Jean Fontaine (Tunisi, Cérès, 1999) e in numerose antologie dedicate agli scrittori del Mediterraneo di espressione francese. Nel 2002, per la cura di Abderrazak Bannour e Yvonne Fracassetti Brondino, l’editore parigino Publisud ha stampato l’opera completa (poesie e articoli) del nostro autore, sotto il titolo: Mario Scalesi, précurseur de la littérature multiculturelle au Maghreb.

Ammiratore del parnassiano Heredia, di Gautier, di Hugo e di Baudelaire (il nostro mauditlivre de chevet proprio Les fleurs du mal), Scalesi prova a tenersi, tuttavia, lontano da l’art pour l’art e dagli eccessi romantici, ricercando una propria strada che dal simbolismo si orienterà verso un engagement di stampo realistico e quasi espressionistico, ad esempio laddove il poeta condanna la morale borghese, il capitalismo, il militarismo, la violenza contro l’individuo e le masse. 

Molto si apprende sul retroterra letterario scalesiano anche dall’analisi dei suoi testi di critica.

Su Scalesi, nel 1935, nella parigina «Revue des deux mondes», spese parole di grande elogio Yves-Gérard Le Dantec, tra i maggiori esperti di “poeti maledetti” e curatore delle loro opere complete  (in particolare, di Verlaine, Edgar Allan Poe e Baudelaire) per Gallimard.

Mentre, in anni a noi più vicini, precisamente nel 1997, un critico letterario tunisino scrisse: «(…)  se Chebbi è il nostro poeta nazionale, Scalesi è la figura mediterranea della nostra letteratura (…)».

Gli studiosi - soprattutto francesi e nordafricani - si sono occupati in modo ciclico di questo autore che, benché morto giovanissimo, quando ancora aveva pubblicato soltanto su riviste, è riuscito ad attraversare quasi un secolo di tenebre e a giungere fino a noi vibrante e tenerissimo: per lui è, forse, arrivato il momento di un riconoscimento pieno, solido e duraturo.


Chi è Salvatore Mugno?

È mio amico...


Salvatore Mugno  è nato a Trapani nel 1962.

Ha pubblicato un volume di racconti (In ogni buco della città, 1999) e tre romanzi (Opere terminali, 2001; Il biografo di Nick La Rocca, 2005; Il pollice in bocca, 2005). È anche autore di biografie  (L'italiettano. Storia umana e giudiziaria di Cizio-Margutte, 1995; Mauro Rostagno story. Un'esistenza policroma, 1998), di inchieste giornalistico-giudiziarie (Mauro è vivo, 1998 e 2004; Mecca maledetta, 2005) e di monografie di critica letteraria su autori siciliani (Tito Marrone, Giuseppe Marco Calvino, Tommaso Romano, Nino De Vita, Renzo Porcelli). Ha dedicato molte ricerche agli scrittori della sua città,  raccolte in due volumi (Novecento letterario trapanese, 1996 e 2006) e ha tradotto dal francese e curato le edizioni italiane di Les poèmes d’un Maudit del poeta siculo-tunisino Mario Scalesi (1997; 2006) e della silloge poetica Nouba dello scrittore tunisino Moncef Ghachem (2004).


postato da: metoikos alle ore 23:00 | link | commenti (2)
categorie: poesia, scalesi, salvatore mugno

LAPIDAZIONE


 

Lapidazione

 

Questo libro, alla gloria indifferente,

estraneo agli alambicchi della mente,

nutrimento non cerca dalla Muse Noire

né dall’Abîme e neanche da Les Fleurs du Mal.

 

Se esso trabocca di funebri versi,

questi non gridano che la rivolta

che sale da una vita tenebrosa

e non da freddo spleen premeditato.

 

Invalido, ho narrato gli anni grevi

dell'età giovane d'un paria in lacrime

in ogni debolezza saccheggiato

schernito nei tormenti innumerevoli.

 

Dunque, delle più antiche verità,

lettore, si conferma la più certa:

nelle maledizioni dei tuoi simili

si rispecchiano quelle del Destino.

 

Nell'abbandono e nella povertà,

tenuto a bada come un appestato,

la mia vita ho infiorato di rovine,

di misero ideale disperato.

 

E, raccattando queste tristi pietre

dal fondo di un inferno mai descritto,

le mie ametiste vi distribuisco

o fratelli che m'avete maledetto!


 

Lapidation

 

Ce livre, insoucieux de gloire,

N'est pas né d'un jeu cérébral:

Il n'a rien de la Muse Noire,

De l’Abîme ou des Fleurs du Mal.

 

S'il contient tant de vers funèbres,

Ces vers sont le cri révolté

D'une existence de ténèbres

Et non d'un spleen prémédité.

 

Infirme, j'ai dit ma jeunesse,

Celle des parias en pleurs,

Dont on exploite la faiblesse.

Et dont on raille les douleurs.

 

Car, des plus anciens axiomes,

Lecteur, voici le plus certain:

Les malédictions des hommes

Secondent celles du Destin.

 

Dans l'abandon, dans la famine,

Honni comme un pestiféré,

J'ai fleuri ma vie en ruine

D'un idéal désespéré.

 

Et, ramassant ces pierres tristes

Au fond d'un enfer inédit,

Je vous jette mes améthystes,

Ô frères qui m'avez maudit!


postato da: metoikos alle ore 23:06 | link | commenti
categorie: poesia, scalesi
sabato, 11 agosto 2007

L'INCIDENTE

 

L'incidente

 

L’attimo in cui cessai di vivere

per lungo tempo ancora rivedrò.

(Chiuso il suo libro la speranza,

sicuri si è d'essere morti).

 

Musa, che tu celebri voglio

la banale e vecchia scala

che, spezzandomi la schiena,

mi spinge a non dimenticarla.

 

Tu conosci la storia, io credo,

poiché talvolta visitavi

quei sogni bizzarri d'infanzia

e le mie sorridenti ingenuità.

 

Era Natale, inverno africano,

l'inverno simile all'Aprile

nell'aria balsamica sbocciava

tra solari indorature.

 

Andavo su a cercar le carte.

Secondo usanze d'altri tempi,

che si giocassero, soleva,

le torte, fave cotte e noci.

 

Poco illuminata era la scala.

Felice, io conducevo il gioco,

quando il piede posò nel vuoto

mentre sognavo un cielo azzurro.

 

Dicon che, eludendo il sudario,

di notte, a volte, il trapassato

bazzichi la camera ardente

per ripercorrervi il passato.

 

Ma tali macabre escursioni,

sovente le si nega, a torto:

fuggono i miei guasti pensieri

lungo la scala dove sono morto.



L'accident

 

L'instant où j'ai cessé de vivre,

Je le verrai longtemps encor.

(Quand l'espoir a fermé son livre

On peut bien dire qu'on est mort).

 

Muse, je veux que tu célèbres

Ce vieil et banal escalier

Qui, m'ayant brisé les vertèbres,

Me force à ne point l'oublier.

 

Tu connais l'histoire, je pense,

Puisqu'étaient par toi visités

Ces fantasques rêves d'enfance

Où riaient mes naïvetés.

 

C'était Noël. L'hiver d'Afrique,

Cet hiver aux avrils pareil,

Fleurissait dans l'air balsamique

Sous les dorures du soleil.

 

J'allais là-haut chercher des cartes.

Une coutume d'autrefois

Voulait que l'on jouât les tartes,

Les fèves cuites et les noix.

 

L'escalier était un peu sombre.

Heureux, je rapportais le jeu,

Lorsque mon pied glissa dans l'ombre

Comme je songeais au ciel bleu.

 

On dit que, fuyant le suaire,

Parfois, la nuit, un trépassé

Hante sa chambre mortuaire

Pour y revivre le passé.

 

Et ces macabres escapades,

Voyez comme on les nie à tort:

Je sens fuir mes pensées malades

Vers l'escalier où je suis mort.



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categorie: poesia, scalesi

A MIA MADRE

 

A mia madre

 

Consumato è il tuo cuore, mamma?

Dinnanzi agli algidi occhi tuoi non oso

indirizzarti la preghiera fervida

di abbracciarmi come un tempo.

 

Non ardisco, inasprita come sei

dall'indigenza e dall'età,

confidarti il sogno

del fanciullo che sono rimasto.

 

Soltanto vorrei per poco

poggiare la mia fronte alle tue gambe,

riposarmi delle mie battaglie

e molto dolcemente rivangare.

 

Così mi crederei ancora al tempo

delle bianche farfalle e dei fiori.

Fantasticherei d'essere stato saggio,

indifeso nella culla del tuo abbraccio.

 

Bisogno estremo ho di una carezza,

di una parola che mi consoli un po’!

Se perdo infine la tua tenerezza

che mai farò sotto l'azzurro cielo?

 

Per te e per il vecchio genitore,

quando il funereo rintocco mi chiamava,

ho proseguito la mia strada amara.

E tu lo sai, quanto sia stanco.

 

Comprendevo allora l'ebbrezza

del sole e del rifiorir dei prati:

ciò che mi avanzava della giovinezza,

la vostra miseria me l'ha tolto.

 

Rendimi alfine l'illusione propizia,

sgranami i rosari d'una volta.

Credo alle favole della nutrice

quando a narrarmele sei tu.


 

À ma mère

 

Ton cœur s'est-il usé, ma mère?

Je n'ose, devant tes yeux froids,

T'adresser l'ardente prière

De m'embrasser comme autrefois.

 

Je n'ose, te sachant aigrie

Par les ans et la pauvreté,

Te raconter la rêverie

De l'enfant que je suis resté.

 

Je voudrais pour quelques minutes

Poser mon front sur tes genoux

Et m'y reposer de mes luttes

En un ressouvenir très doux.

 

Je me croirais encore à l'âge

Des papillons blancs et des fleurs.

Je croirais qu'ayant été sage,

Je m'endors en tes bras berceurs.

 

J'ai tant besoin d'une caresse,

D'un mot qui me console un peu!

Si je perds aussi ta tendresse,

Que ferai-je sous le ciel bleu?

 

C'est pour toi, c'est pour mon vieux père,

Qu'alors que m'appelait le glas,

J'ai poursuivi ma voie amère.

Tu sais à quel point je suis las.

 

Je comprenais jadis l'ivresse

Du soleil, des prés refleuris:

Ce qui me restait de jeunesse,

Votre misère me l'a pris.

 

Rends-moi l'illusion propice,

Égrène-moi tes vieux récits.

Je crois aux contes de nourrice

Lorsque c'est toi qui me les dis.


postato da: metoikos alle ore 08:34 | link | commenti
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TENTAZIONE

 

Tentazione

 

Tu mi hai salvata, mamma.

                                      Ti racconto come.

Guardavo, ieri, perdersi nella bruma,

costeggiando il malinconico lago,

le oscure rotaie ferrate,

le lunghe linee omicide dei binari elettrici;

il luogo assopito invitava al riposo,

quando alle luci della tettoia, su grandi cartelli,

sillabavo, vinto da insondabile fiducia,

parole solenni e incomprensibili:

«Divieto assoluto di attraversare le rotaie.

Pericolo di morte».

E mi trovavo solo, a pensare con fatica:

«La gente teme la morte come una pena,

la bella Fidanzata dalle pupille d'ebano,

che sempre m'invita al suo torbido letto,

o matti! Scongiurare il suo bacio amoroso!»

Deciso, m'ero avvicinato alla ferrovia,

e tendevo la mano alla rotaia che fulmina,

quando avvertii, con repentino singhiozzo,

la tua flebile voce domandare pane!


 

Tentation

 

Mère, tu m'as sauvé.

                                Voici comment. Hier,

Je regardais s'enfuir les rails d'ombre et de fer,

Les longs rails meurtriers du chemin électrique,

Dans la brume, le long du lac mélancolique;

Et, le site assoupi m'incitant au repos,

Aux lumières du hall, sur de grands écriteaux,

Je déchiffrais, gagné d'une sourde espérance,

Ces mots mystérieux et solennels: «Défense

«De traverser jamais les rails. Danger de mort.»

Et je me trouvais seul, pensant avec effort:

«Les gens craignent la mort comme on craint une peine,

«La belle Fiancée aux prunelles d'ébène,

«Qui m'appelle sans cesse à son lit ténébreux,

«Ô les fous! redouter son baiser amoureux!»

Je m'étais approché, tranquille, de la voie,

Et j’étendais la main vers le rail qui foudroie,

Mais je perçus alors en un sanglot soudain,

Ta pauvre vieille voix qui demande du pain.


postato da: metoikos alle ore 08:43 | link | commenti
categorie: poesia, scalesi

IL CASTIGO

 

Il castigo

 

Una notte in cui infuriava inverno,

intirizzito, entrai in un bar.

Bevvi. Era piacevole, al riparo.

L'acquazzone e la tramontana che morde e penetra le ossa

avevano reso la strada un tenebroso pantano, un deserto.

Pioggia e vento si flagellavano a vicenda.

L'acqua grondava il marciapiede, appannava vetrate.

Laggiù, ai flebili bagliori del lampione,

nel punto in cui, biforcandosi, le linee del tram

mostravano luccicanti rotaie lungamente spruzzate,

intravidi, attraverso fitta pioggia, nell'oscurità,

il vecchio padre curvo nel tetro pastrano.

Vi esercitava il mestiere di scambista.

E non nutriva speranza d'un domani migliore,

per lui non v'era scampo.

L'acqua lentamente sgocciolava,

gli colava sul collo, s'afflosciavano i suoi baffi.

Io lo sentivo tossire al punto da strapparsi

i polmoni nello sforzo di sputare.

Certamente il vegliardo espiava delle colpe.

Un uomo non viene cosi abbandonato, senza ragione,

nell'indifferenza, al furore del cielo.

Indubitabilmente egli era un criminale.

Vediamo: trentasei anni aveva lavorato,

sfinito dalla miseria, per un magro salario,

sempre onesto, preciso, sottomesso.

Dei suoi superiori diceva: «Gli amici!»

Ma, allora, ciò che in lui la tempesta puniva,

era il delitto d'esser povero e probo,

d'amare troppo il suo lavoro?

Ma nasceva, forse, dalla rassegnazione

il suo castigo...


 

Le châtiment

 

Une nuit que l'hiver avait trop triomphé,

Tout grelottant de froid, j'entrai dans un café.

Je bus. Il faisait chaud. Il faisait bon. L'averse

Et la bise qui mord les os et les traverse

Avaient fait de la rue un bourbier ténébreux,

Un désert; pluie et vent se flagellaient entre eux.

L'eau baignait le trottoir et ternissait les glaces

Du bar, et, sous le gaz versant des lueurs lasses,

Au  point où, bifurquant, les lignes des tramways

Montraient leurs rails luisant abondamment lavés,

J'aperçus, à travers la pluie énorme et l'ombre

Mon vieux père voûté dans sa capote sombre.

C'est là qu’il exerçait son métier, d'aiguilleur.

Il n'avait pas l'espoir d'un lendemain meilleur,

Il n'avait point d'abri. L'eau ruisselante et lâche

Lui coulait dans le cou, lui mouillait la moustache.

Je l'entendais tousser au point de s'arracher

Les poumons dans l'effort qu'il faisait pour cracher.

Sans doute ce vieillard expiait quelque chose.

Un être humain n'est pas ainsi livré, sans cause,

Par l'homme indifférent à la fureur du ciel.

Certainement mon père était un criminel.

Voyons. Trente-six ans, épuisé de misère,

Il avait travaillé pour un maigre salaire,

Toujours probe, toujours exact, toujours soumis.

S'il parlait de ses chefs, il disait: «Quels amis!»

Mais alors, ce qu'en lui punissait la tempête,

C'était le crime d'être pauvre, d'être honnête,

Et d'aimer le labeur jusqu'à la passion?

À moins que ce ne fût sa résignation.


postato da: metoikos alle ore 08:49 | link | commenti
categorie: poesia, scalesi

PROFUMI

 

Profumi

 

Sulla sabbia cosparsa di detriti marini

ella avanzava frivolmente ancheggiando i fianchi.

Come scrigni mi attraevano le sue labbra,

mentre con le dita ne sfioravo le mani bianche e fini.

 

Un mormorio leggero tremolava sotto le ramaglie.

Delle vele macchiettavano il verde quieto dei flutti.

O l'incantevole testa dai pensieri viperini

che accanto a me fantasticava, nella pace domenicale!

 

Dalle ridenti ville lungo il sentiero,

i profumi del garofano, del lillà, del gelsomino,

esalavano, mescolandosi alla brezza salmastra.

 

Ma nulla mi era dolce quanto i suoi occhi perversi

e i capelli suoi di vergine dove aspiravo, delizia,

odor di zàgara del Paradiso.


 

Parfums

 

Elle allait, balançant coquettement ses hanches,

Sur le sable strié de détritus marins.

Ses lèvres m'attiraient ainsi que des écrins

Et mes mains effleuraient ses mains fines et blanches.

 

À peine un gazouillis tremblait-il sous les branches.

Des voiles mouchetaient le vert des flots sereins.

Ô la tête charmante aux pensers vipérins

Qui rêvait près de moi, dans la paix des dimanches!

 

Des joyeuses villas qui longeaient le chemin,

Les parfums de l'œillet, du lilas, du jasmin,

S'exhalaient, se mêlant à la brise saline.

 

Mais rien ne m’était doux que ses yeux pervertis

Et ses cheveux de vierge où j'aspirais, divine,

L'odeur des orangers fleuris au Paradis.


postato da: metoikos alle ore 09:00 | link | commenti
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POSSESSIONE

 

Possessione

 

Magici i vostri occhi - limpida notte,

notte luminosa nella tenebra -

come fluido spandono

dolcezza e orgoglio di rango.

 

E la scienza delle alcove

a tal punto potenzia la vostra bellezza,

che si crede intravedere intorno ai vostri fulvi capelli

una scia di voluttà.

 

Per quale capriccio, se tutto vi sorride

e la vita vi gronda di piacere,

avete tentato la malizia

di suscitarmi un folle desiderio?

 

Era una cattiva idea.

Bionda lettrice di romanzi,

addio! Io vi ho posseduta

quanto nessuno dei vostri amanti.

 

Di voi qualcosa, che sfugge

al vostro stesso dominio,

si nega ai loro fragili amplessi

e ne vanifica l'avidità.

 

Quando il poeta

nel cuore ritrova il bell'altare d'un tempo,

di nuovo ha raggiunto, fugace conquista,

ciò che di voi non muore.


 

Possession

 

Vos yeux magiques, nuit limpide,

Nuit lumineuse en sa noirceur,

Épandent ainsi qu'un fluide

L'orgueil de caste et la douceur.

 

Et la science des alcôves

Rehausse tant votre beauté,

Qu'on croit voir en vos cheveux fauves

Le nimbe de la volupté.

 

Tout vous sourit. Par quel caprice,

Vous dont la vie est un plaisir,

Avez-vous tenté, la malice

De m'inspirer un fou désir?

 

C'était une méchante idée.

Blonde lectrice de romans,

Adieu! Je vous ai possédée

Bien mieux que nul de vos amants.

 

En vous quelque chose, indocile

À votre propre volonté,

Manque à leurs étreintes d'argile

Et frustre leur avidité.

 

À la seconde où le poète

Retrouve au cœur son vieil autel,

J'ai possédé, brève conquête,

Ce qui de vous est immortel.


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IL VECCHIO TOSCANO

 

Il vecchio Toscano

 

Faceva freddo ed imbruniva,

ma tu non rincasavi! Tuo padre,

in piedi, friggendo di rabbia,

arrotava il taglio d'un rasoio.

 

Tua madre piangeva in silenzio.

Ora tragica! Mio malgrado,

immaginai, senza eccessivo sussulto,

la lama tinta di scarlatto.

 

Non scherzava il vecchio Toscano,

freddamente inferocito imprecava,

di sfregiarti il volto,

o mia piccola dagli occhi di fuoco...

 

Mi credevo di vederti a tal punto trasformata

da non dover più disperare:

io soltanto t'avrei ancora adorato

una volta annientata la tua bellezza.

 

Delle tue fattezze dolci e martoriate,

ormai scolpite nella mia memoria,

avrei resuscitato la magnificenza

sotto il fervore dei miei baci.

 

Con paziente tenerezza,

ricreando il tuo tempo migliore,

dal tuo sorriso profumato

avrei ricavato la mia sola ebbrezza.

 

Ma ho deviato l'arma. Mi suggeriva male,

il cielo, per la tua conquista.

Addio, piccola! Io rimpiango

il provvidenziale delitto.


 

Le vieux Toscan

 

II faisait froid, il faisait noir,

Et tu ne rentrais pas! Ton père,

Debout, sifflotant de colère,

Éprouvait le fil d'un rasoir.

 

Ta mère pleurait en silence.

Heure tragique! Malgré moi,

J'imaginai sans trop d'émoi

La lame teinte de garance.

 

Le vieux Toscan badinait peu.

Il jurait, froidement sauvage,

De te taillader le visage,

Ô ma mignonne aux yeux de feu…

 

Je rêvais de te voir réduite

À ne plus me désespérer:

J’eusse été seul à t'adorer,

Une fois ta beauté détruite.

 

Tes traits doux et martyrisés

Étant sculptés dans ma mémoire,

J'aurais ressuscité leur gloire

Sous la ferveur de mes baisers.

 

Par ma patiente tendresse

Refleurissant ton mois de Mai,

De ton sourire parfumé

J'aurais fait mon unique ivresse.

 

J'ai détourné l'arme. Le ciel

M'inspirait mal pour ta conquête.

Adieu, mignonne! Je regrette

Le crime providentiel.


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