

Reuters - Ven 10 Ago - 08.57
MILANO (Reuters) – Due ordigni, di cui uno è esploso senza causare gravi danni, sono stati piazzati questa notte davanti al centro islamico di Abbiategrasso, in provincia di Milano.
Lo riferiscono i carabinieri, specificando che il primo ordigno è esploso verso l'una di questa notte davanti all'ingresso del centro, senza tuttavia danneggiare in maniera significativa la struttura, che si trova in via Crivellino ad Abbiategrasso.
La seconda delle due bombe artigianali, composte da un tubo di metallo contenente materiale incendiario, è stata fatta brillare dagli artificieri intervenuti sul posto.
Si tratta del secondo episodio del genere in provincia di Milano nel giro di pochi giorni: domenica notte infatti la macchina di un religioso musulmano è stata data alle fiamme vicino al centro islamico di Segrate, ad est del capoluogo lombardo.
L'incendio ha mandato in frantumi le finestre e annerito il muro esterno del centro, ma non ci sono stati feriti.
WHAT A WONDERFUL WORLD
Louis Armstrong
Io vedo alberi verdi e anche rose rosse
Li vedo sbocciare per me e per te
E penso tra me, che mondo meraviglioso!
Vedo i cieli blu e nuvole bianche
Il chiaro e benedetto giorno e la sacra notte scura
E penso tra me, che mondo meraviglioso!
I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Si riflettono anche sui visi delle persone
Vedo amici tenersi per mano, e dirsi
"Come stai?"
Ma in realtà loro dicono "Ti amo"
Sento bambini piangere, Io li vedo crescere
Loro impareranno molto più di quello che io so
E penso tra me, che mondo meraviglioso
Sì penso tra me, che mondo meraviglioso
Oh sì
Questa canzone è stata messa di recente all’Indice delle canzone proibite in USA dalla Clear Channel Communication, proprietaria di 1.170 stazioni radio americane, che ha redatto un elenco di canzoni, oltre 150, che in questo periodo sono fortemente sconsigliate e saranno probabilmente bandite dai programmi radiofonici.
Mercoledì 1° gennaio 1930
Nella calma della notte, eccomi, solitario, seduto a una scrivania tristemente posta al centro di una stanza avvolta nel silenzio. I tempi passati, colmi di lacrime e di tristezza, mi riempono d’amarezza. I quadri degli avvenimenti lontani si ripresentano davanti a me, riflettendo la mia vita nel corso dei giorni e delle notti, portati dalle vicissitudini del tempo verso gli abissi di un oblio senza confini.
Seduto, solo, nella calma della notte, passo in rivista i quadri della vita, meditando sulla felice epoca passata, esumando anime dalle sepolture del tempo.
Eccomi che scruto nei meandri del passato, fendendo con lo sguardo le tenebre dell’oscura e terrificante eternità. Guardo e vedo immagini multiple che si sono succedute nella vita come nuvole di primavera, che si sono mosse attorno a me come brezza del mattino, che si sono intrecciate attorno al mio cuore come sorgenti sgorganti dalla montagna. Guardo ancora, ed ecco che i quadri oscuri, agitati e cangianti, come onde del mare, fantasmi multicolori come l’arcobaleno, belli come lo spirito della primavera che passano davanti a me per sparire subito dopo, danzano attorno a me, poi si perdono nelle profondità di una oscurità opaca.
Costruisco sogni che nascono piano piano, simili a uccelli che cantano nei boschi, si sviluppano simili a una vegetazione lussureggiante, sbocciano come rose, per appassire, seccare e sparpagliarsi infine ai venti; poi spariscono nel silenzio del nulla.
Ecco i miei compagni di una volta risuscitare, nobili e belli come prima. Spontaneamente, ho rivissuto con loro i ruoli della passata vita, da noi interpretati una volta poi mai terminati. Dimentico allora le difficoltà dell’esistenza e le pene della vita, con l’illusione di poter essere come prima, gaio e felice come una tortora dei campi, e di non essere più straniero in mezzo a spettri che non mi capiscono mai, solo in mezzo a statue immobili, che obbediscono solo alle cose materiali e ai desideri del corpo. Cosi mi trovo ben lontano dal felicissimo mondo che frequentavo allora e dal quale mi separa l’avversità della vita, piazzandolo nell’immortalità e lasciandomi solo pieno di dolori e rimpianti.
Eccoli di nuovo, gli amici della mia sognante infanzia, che ho conosciuto in vari luoghi, cavalcare attraverso le praterie verdeggianti, formando mazzi di papaveri e di margherite, arrampicandosi sulle colline per scovare gli uccelli dell’estate, canticchiando arie innocenti e candidi. Li rivedo seduti ai bordi di bei ruscelli che mormorano, costruendo case di sabbia che ricoprono d’erba raccolta nei campi, poi, divisi in due gruppi, si inseguono l’un l’altro e giocano cosi, inconsapevolmente, la grande commedia umana che rappresenta l’eterno ritorno delle notti.
Ed ecco la bella donna che la vita ha spinto sulla mia strada, fissarmi con i suoi bei occhi angelici e sognanti. Tende verso di me una mano dolce e incantevole, dalle dita affusolate color di rose, e, con le sue labbra nutrite con nettare della vita, stampa sulla mia bocca un bacio voluttuoso e inebriante.
Ed ora, ecco mio padre, il viso sorridente e radioso, mandarmi uno sguardo pieno di generoso affetto paterno. L’ascolto mentre mi parla con voce calma e composta. Passeggia con me nei dintorni della villa di Zaghuan scalando sentieri di montagna costeggiati di pini che effondono freschi profumi. Mi mostra pianure verdeggianti che si stendono all’infinito, seminate di graziose capanne e bei palazzi, simili a colombe bianche sparpagliate nelle praterie.
Ora, attorno a me, tutto è spopolato. Tutti son partiti verso il profondo nulla, ritornati all’Eterno Silenzio. Mai li rivedrò sulle strade dell’esistenza. Fino alla morte, non li rivedrò più nell’arido mondo di quaggiù. Uno schermo li separa da me, per sempre. Rimango da solo in questo mondo, sforzandomi di comunicare con loro in vano, talmente sono lontani per rispondere alle mie chiamate e alle grida del mio cuore solitario. Sono partiti tutti. E sono qui, solo, nelle calme tenebre dell’isolamento.
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Source: Al Jazeera |
Giovedì 2 gennaio 1930
Si tratta qui di un aspetto infelice della vita. Del resto, ci sono altre cose nella vita diverse dalla meschinità? D’altronde, anche le meschinità della vita comportano elementi che sono fonti di tristezza e di struggimento del cuore.
Parlerò qui di un amico che era altero, dignitoso, di buona moralità, dalla voce paca e il discorso eloquente. Amava le belle lettere senza farne un mestiere. Conosceva a memoria molte poesie, ma non ne componeva mai. Mentre ero assente dalla capitale per qualche giorno, appresi che il nostro uomo fu colto da follia e perdette la ragione. Rimasi in preda a una tristezza che solo Dio ne conosce la grandezza. Di ritorno alla capitale, trovai l’uomo guarito, e ha riacquistato il suo equilibrio mentale. L’incrociavo qualche volta; si tratteneva con me, brevemente. Se, nella discussione, il discorso cadeva sul tempo della sua pazzia, ne parlava con sentimento di pena e di amarezza. Divenne per la maggior parte del tempo taciturno. La conversazione lo stancava, soprattutto quando si protraeva. Poi appresi che ha avuto una ricaduta peggiore. Rimanevo per qualche tempo senza vederlo.
Questa mattina, mentre ero ancora a letto, sentii bussare alla porta. Chi è? Gridai. Non potei riconoscere colui che, con voce rauca, dice: “Apri!”
Apersi la porta; con voce aspra, a me sconosciuta, qualcuno mi dice: “Salve!” Poi vidi entrare mio amico il pazzo. Era molto pallido, tradendo violenti crisi di nevrastenia. Il suo sguardo non poteva fissarsi un sol istante sullo stesso oggetto: una volta il soffitto, un’altra la porta, poi il tavolo sul quale erano impilati vari libri, prima di porsi sulla finestra poi sul piccolo mobile-biblioteca. Mi ostinai a salutarlo; non prestò attenzione alcuna, come se non avesse sentito niente. Prese un libro che si trovava sul tavolo e si mise a leggere qualche verso con voce rozza.
Decise poi di buttarlo sul letto, di prenderne un altro per mettersi a leggervi indifferentemente prosa o poesia, con la stessa voce canzonatoria. Subito stufo di questo libro, se ne sbarazzò e si abbandonò a un monologo ininterrotto, fermandosi solo per riprendere fiato e ripartire con voce canzonatoria che ricordava quella con la quale aveva letto i versi all’inizio. Si direbbe che fu inondato da una corrente lirica irresistibile di cui fece una misura che dava ritmo a tutto ciò che faceva fluire: poesia, prosa, ed altre parole. Il discorso del nostro amico era un misto di racconti narranti vari avvenimenti della sua vita, gemiti, sospiri, scoppi di riso, di canzoni, di fischiettio, d’ironia, di tenerezza, di durezza e di crudeltà. A volte si metteva a raccontare una storia vecchia di venti anni, per abbandonarla a metà strada, e passare a un’altra cosa totalmente inattesa, oppure a un’altra storia datata soltanto di qualche ora o qualche giorno. I ricordi del nostro uomo erano cosi numerosi e cosi disordinati che ne aveva la mente completamente intasata. Li lasciava fluire senza nesso logico, confusi, vaghi, faceva una confusione totale tra le premesse e le conclusioni, il vecchio e il nuovo, gli avvenimenti datati di qualche anno ed altri che hanno solo qualche ora. I suoi ricordi erano come una opera preziosa, rilegata con gusto, di bella carta, che sfogliava di tanto in tanto. L’opera fu sfatta, le sue pagine mischiate fra di loro svolazzavano al vento. Nei suoi discorsi il nostro uomo passava come un lampo da Adham Pacha e Mustafa Kamal ai Raggi Röntgen; dall’affermazione che tutto doveva essere rinnovato compresa la lingua di tutti i giorni, alla proclamazione che egli stesso deteneva le chiavi della vita. Spesso lo sentii dire: “Bisogna sottomettersi con rassegnazione alla volontà di Dio”, “Sono il profeta dell’Universo”; “Sono più potente del Destino”; “Sono la parola che orienta la gente e la guida sulla retta via, e che fa superare gli ostacoli”. Spesso, lo sentii anche esclamare: “I Raggi Röntgen!” Questi raggi, infatti, rappresentano tutto per lui: una volta li vedeva come la forza che reggeva l’universo, un’altra l’intelligenza ed il genio, oppure il segreto della vita.
Si metteva a parlare seriamente di se stesso e delle sue disgrazie dicendo: “Dio mio, quanto è duro patire un tal martirio per sei anni, dall’età di dieci anni; di sopportare i tormenti, reggere l’ipocresia della gente ed il rancore dei prossimi. I miei due fratelli non hanno tentato di assassinarmi per impossessarsi dei miei beni?” Di colpo, scoppiò a ridere: “Ha! Ha! Ha! Come i Raggi Röntgen elevano un gennio del mio calibro al disopra del livello dei mortali! Ti tocca, amico mio, fare pratica coi Raggi Röntgen per essere alla moda. Stai attento a non ignorare il mio valore e il mio rango. No! Mi conosci bene, o, almeno, in parte, non si sa mai. Poco importa! È uguale. Siamo toccati dalla grazia divina”. Poi, lanciando uno sguardo verso la porta, vide uno studente cha passava. Esclamò: “Ha! Ha! Hi! Vieni qui brav’uomo, ha! Ha!Ha! La vita è cosi; o no!” Tacque un momento. Alzò gli occhi verso il soffitto, poi chiudendoli, si mise a strofinarli con le sue piccole dita. Con gli occhi ancora chiusi, disse: “Porta quel libro, giovanotto”. Tenendo il libro tra le mai, l’aperse, ne lesse qualche riga con la sua voce canzonatoria e dura, poi lo buttò brutalmente sul letto.
Eccolo ora che si precipita verso un gruppo di studenti che discutono dell’epidemia della peste. La maggior parte di loro teme questo flagello; altri decidono di partire. Dice gridando: “Sono Riccardo Cuor di Leone, e tu, tu sei Saladino. A te di giocare la tua parte”. All’istante stesso, grida con voce teatrale e potente: “Se con la mia spada e col mio braccio non difendevo...”. Aggiunge; “E voi, ed io stesso, e i gattini pure siamo tutti esseri liberi. Si, tutti liberi. In effetti il far pratica coi Raggi Röntgen mi ha appreso a parlare l’arabo lettarario”.
Venerdì 3 gennaio 1930
Passando in rassegna i fatti della giornata e cercando di trarre ciò che meriterebbe menzione e commento, non ne trovo nulla che attiri l’attenzione: non sono che fatti piatti e ordinari, che non presentano alcuna attrazione per lo spirito e non risvegliano alcun sentimento.
Mi sono svegliato alle dieci del mattino. Avevo concordato con un compagno di rendere visita a uno dei miei amici, che abita in una bella periferia della capitale. Questo compagno non mantenne la parola e mi lasciò ad aspettare per un’ora e mezzo.
Non importa se era sincero nelle scuse che mi presentava per giustificare il mancato rispetto della parola data e l’offesa alla virtù della franchezza oppure se le scuse da lui portate erano menzognere. Rimane il fatto che non ha per niente mantenuto la parola.
Alle ore quindici e trenta precise, scrutavo l’orizzonte per sapere se il cielo era coperto. Avendo rinunciato a rendere visita al mio amico della periferia, mi prese la voglia di andare a passare il pomeriggio nel bel parco del Belvedere,che amavo tanto. Mentre mi prestavo a uscire, mi chiedevo che cosa bisognava prendere come libro per abbellire questa passeggiata. Infatti, per abitudine, non potevo andare a passeggiare senza munirmi di un libro. Non importa poi se lo leggo o meno. Mi prestavo dunque a portare la raccolta di poesie di Aqqâd e Thaïs [di Anatole France]. Dando uno sguardo al mio tavolo, scorsi il libro di Gustave Le Bon “Idéés et Croyances”. Rinunciai ai due primi per portare questo come compagno. Lasciai
Mi affrettai per guadagnare tempo ed evitare di passarlo in questa città che sopportavo male e di cui detestavo il chiasso assurdo. È stato in vano; perché, appena giunto alla stazione del tram, vidi il cielo oscurarsi e le nuvole opache arrivare, rapide, da lontani orizzonti. Dio mi protegga dalla furia e dalla collera della natura. Dove andare mentre si apprestava a riversare tutta la sua collera sull’universo in questa fine giornata? Se avevo deciso di andare al Belvedere, era per godere della bellezza e dell’incanto della natura, ammirare le belle donne che ancheggiano sotto gli alberi fitti dai rami coperti di fiori viola, fuggire l’impostura della società, la furbizia e i fantasmi della gente, e anche l’aspetto triste e taciturno delle mura della città. Ma come arrivare a tutto questo mentre il tempo non poteva generare che tempesta violenta e piogge torrenziali?
La tempesta che geme sotto i rami e scuote i tronchi degli alberi presenta un cosi meraviglioso spettacolo; la pioggia che cade sull’erba, accarezzando i petali delle rose, offre un aspetto cosi incantevole e bello. Ma questo spettacolo non può essere né coinvolgente né attraente per chi, trovandosi in una simile situazione, non può evitare d’avere la testa fracassata o gli abiti bagnati come un uccello inseguito. Non ti lanciare nell’avventura, o Shabbi, e ritornati al tuo nido; Dio t’accorderà compenso alla tua pena e alla tua amara delusione.
Eccomi di ritorno nella mia camera silenziosa. Mi siedo davanti al mio tavolo, rivoltato, corrucciato, assalito da una folla tumultuosa di idee. Ma, l’astuzia dell’ambigua natura non si fermò mica qui. Infatti, appena seduto al mio tavolo, assorto nei miei pensieri, vidi un raggio di sole che, dalla finestra, giungere fino a me, buttare una bella luminosità sulla scrivania e spandere in tutta la camera una luce splendente.
Era l’ultimo sorriso che denunciava lo scherno della vita. Cosi, il Destino si è divertito a prendere gioco di me tre volte, passando dall’una all’altra senza prevenire. Poco tempo dopo, il sole si nascose dietro spesse nuvole, la sua radiosa luminosità m’abbandonò dopo essersi presa gioco di me di una maniera diabolica e disumana, lasciandomi in una violente collera.
Quando iniziai la redazione di questa pagina, non pensavo mai che sarebbe stata cosi lunga. Tuttavia, idee e immagini intrecciate s’imposero a me.
PRETORIA (Reuters) - Un ex ministro della polizia sudafricana dei tempi dell'apartheid, Adriaan Vlok, e quattro suoi complici sono stati condannati oggi al processo per il tentato omicidio di un attivista dei diritti dei neri nel 1989, ma la pena è stata parzialmente sospesa.
Vlok e il capo della polizia Johann van der Merwe sono stati condannati a 10 anni di reclusione, ma la pena è stata sospesa per 5 anni, mentre altri tre poliziotti di grado inferiore sono stati condannati a cinque anni ridotti a uno dalla sospensione.
Tutti gli accusati si erano dichiarati colpevoli del tentativo di assassinare l'attivista anti-apartheid Frank Chikane, ora consigliere del presidente Thabo Mbeki, avvelenandogli le mutande. Una volta assorbito dalla pelle, il veleno ha colpito il sistema nervoso della vittima rendendolo gravemente malato.
Il magistrato Anton Ackermann ha detto che gli accusati hanno patteggiato e che le accuse di tentato omicidio sono state ritirate.
"Questo non è il processo di Norimberga", ha detto Ackermann riferendosi al processo degli anni
L'anno scorso Vlok lavò pubblicamente i piedi a Chikane in segno di pentimento. Questo gesto simbolico ebbe un grande impatto su un paese dove molti cittadini si definiscono devoti cristiani e le ferite causate dagli scontri del passato sono ancora fresche.
Chikane era presente nell'aula dove i suoi attentatori sono stati condannati.
Fuori dal tribunale, però, un gruppo di manifestanti protestavano chiedendo che Vlok fosse giudicato anche per altri reati commessi dalla polizia quando lui era il responsabile durante il regime dell'apartheid, il sistema politico razzista con cui il Sud Africa è stato governato dal 1948 al 1994.
Il giudizio di oggi è considerato da molti come un test per i processi che dovranno affrontare altri gerarchi dell'era dell'apartheid a cui non è stata concessa l'amnistia dalla Commissione per la verità e la riconciliazione.
Solo pochi casi sono finiti in tribunale dal 2003, anno in cui
Vlok è l'unico ministro apparso davanti alla Commissione e per questo gli sono stati perdonati una serie di attentati dinamitardi organizzati a quel tempo.
Per i casi di omicidio, torture e sequestro in cui gli accusati si sono rifiutati di apparire davanti alla Commissione, o per i quali si è deciso di non concedere il perdono, si è passato alla giustizia ordinaria.

Peter Gabriel
September '77
Port Elizabeth weather fine
It was business as usual
In police room 619
Oh Biko, Biko, because Biko
Oh Biko, Biko, because Biko
Yihla Moja, Yihla Moja [*]
-The man is dead
When I try to sleep at night
I can only dream in red
The outside world is black and white
With only one colour dead
Oh Biko, Biko, because Biko
Oh Biko, Biko, because Biko
Yihla Moja, Yihla Moja
-The man is dead
You can blow out a candle
But you can't blow out a fire
Once the flames begin to catch
The wind will blow it higher
Oh Biko, Biko, because Biko
Yihla Moja, Yihla Moja
-The man is dead
And the eyes of the world are
watching now
watching now.
NOTE
[*] "Yihla Moja, Yihla Moja" proviene dal ritornello dell'inno dell'African National Congress, Nkosi sikelel' iAfrika, scritto da Enoch Sontonga nel 1897 (attualmente divenuto l'inno nazionale sudafricano). Le parole, in lingua xhosa, significano "Discendi Spirito Santo, Discendi Spirito Santo".
Steve Biko (vedi foto) era il leader pacifista e antirazzista del partito comunista sudafricano (all'epoca fuorilegge), ucciso dalla polizia del regime dell'Apartheid nel 1977.
Sabato 4 gennaio 1930
C’è bel tempo ed il cielo è limpido ; si direbbe una giornata primaverile. Il sole brilla di un vivo splendore, e bagna con i suoi raggi un cielo puro privo di nuvole. Ci si sente rivivere, pieni di dolci sensazioni, attratti dai bei paesaggi della natura. Nulla ti impedisce d’andarci, tu che li ami tanto. Cosi dissi a me stesso. Erano le undici. Chiesi a un compagno di accompagnarmi in una passeggiata che sarebbe gradevole fare lontano dalla città. Mi rispose che sarebbe meglio partire dopo pranzo. Lo aspettai dunque. Dopo di che, presi il mio burnus nella mano destra, chiusi la porta della mia camera e andai a cercarlo. Erano le ore tredici. Gli chiesi di sbrigarsi per fare la nostra passeggiata nelle praterie. Si scusò di non potermi accompagnare a questo luogo lontano; perché aveva un appuntamento con un amico alle ore quattordici; ma in un’ora di tempo, era impossibile effettuare la passeggiata ed essere all’appuntamento. Senza pronunciare parola, lo lasciai provando nei suoi confronti più disprezzo che collera, perché ero riuscito a sapere che non aveva né appuntamento né amico. Non era che una scusa per non accompagnarmi nella mia passeggiata attraverso le belle praterie. Era vero che non avevamo le stesse inclinazioni, e che non poteva mai commuoversi per gli aspetti della vita che mi toccavano e mi entusiasmavano...Breve, lo lasciai senza rivolgergli la parola, affrettando il passo verso le verdi praterie e le belle colline coperte d’erba verdeggiante, che effondevano un profumo di fiori selvatici.
Una volta lontano dalla città, dal tumulto dei passanti e dal chiasso delle macchine, vidi un bel paesaggio impressionante e campi verdeggianti che incantavano lo sguardo. Avvicinandomi, scoprii praterie che, nella calma e la tranquillità, s’abbandonavano alle fantasticherie primaverili. Un silenzio totale regnava tutto attorno; si sarebbe detto un lago immobile all’ascolto di una nenia interpretata dalla brezza al chiaro di luna.
Nel mezzo di questo silenzio completo, avvolto dai sogni, giungeva all’orecchio, di tanto in tanto, il canto di un bell'uccello, chino su un ramo di timo il cui profumo si spargeva ovunque, oppure il canto solitario di una allodola che attraversava l’orizzonte incantato.
Gli innumerevoli fiori che cospargevano i campi, pieni di vita, sono illuminati dal sole e cullati dalla brezza. Lembi di nuvole, qua e là, ghirlandavano l’orizzonte radioso.
In questa cornice meravigliosamente poetica, su una delle numerose collinette, mi sedetti, solo, per dare libero corso alle fantasticherie della vita, e a colmarmi della bellezza dell’esistenza. Numerosi ricordi si presentarono alla mia mente, susseguendosi come voli d’uccelli. Mi tuffai dunque nel mondo lontano dei ricordi.
Da sei anni, ho preso l’abitudine di recarmi, da solo, in queste belle colline e in questi pendi ondeggianti, per sentieri che si perdevano attraverso i campi, stando attento a non calpestare un fiore sbocciato o rompere un rametto cullato dalla brezza.
In fondo a me stesso, sentivo che avrei commesso un grande crimine se avessi raccolto un bel fiore oppure strappato un ramo verdeggiante.
Questo fiore, mentre carezza l’orizzonte celestino, nasconde ai miei occhi lo slancio vitale che procede impercettibilmente nelle sue profondità.
Lo vedo fremere sotto le carezze della brezza, come una briosa creatura che si agita nelle braccia del suo fortunato amante. Vedo i suoi delicati petali tremare come se si apprestassero ad esprimersi o a cantare l’inno dell’aurora e della bellezza. Come potrei permettermi dunque di coglierlo per lasciarlo appassire e perire, vedere poi, coi miei occhi, il soffio della vita lasciare i suoi petali, la grazia della giovinezza abbandonare le sue belle labbra e i suoi incantevoli petali sparpagliarsi nel vento. Certamente, commetterei un crimine che mi spezzerebbe il cuore se raccogliessi una rosa nel pieno della vita. Sarebbe, per me, uccidere un essere innocente, soffocare una anima pura e interrompere giovani speranze nutrite da una aurora primaverile.
Che chiamino questo follia o isteria, poco importa la denominazione che si potrebbe dare a questo stato d’animo da me vissuto in questo periodo. Quello che posso dire semplicemente, è che rimarrei in questo stato un anno intero, senza osare mai assassinare rose, accontentandomi di essere felice di contemplare e gioire della voluttà di vivere che m’ispiravano.
Ero dominato da questa spiritualità celeste che mi faceva pensare che la vita era, in questa esistenza, ovunque la stessa. Non siamo, quaggiù, che strumenti a corda che una sola mano fa vibrare, che sia il fiore vivo, l’onda impetuosa o la graziosa cortigiana, per produrre una melodia a timbri vari ma che esprimono lo stesso tema. In altri termini, formiamo una unità universale mossa dalle onde della vita, anche se gli stampi nei quali siamo stati fusi sono differenti. È la ragione per la quale provo nei confronti del fiore vivo la stessa tenerezza che per l’uomo.
Che chiamino pure questo follia o isteria come ho già detto. Che il Destino impassibile sia colpito da una simile isteria affinché abbia della simpatia per una rosa che sogna l’aurora primaverile. Il mondo allora sarebbe felice di una tale isteria e di una follia simile e la vita sarebbe più facile da sopportare.
Seduto in mezzo a questi pendii muti che traducevano tuttavia il senso profondo della vita, questi ricordi si agitavano dentro di me, e mi sentivo posseduto da queste idee e queste immagini.
Alla fine di queste meditazioni, raccolsi tre rametti di timo dai quali esalava un profumo selvatico. Conservati ancora vicino al mio tavolo, m’imbalsamano di effluvi della campagna, e ravvivano in me la bellezza dei campi e il ricordo del passato lontano.
Domenica 5 gennaio 1930
È stato gradevole il pomeriggio che ho passato oggi ; particolarmente piacevole, perché ho fatto una passeggiata nel parco del Belvedere; in più, perché non l’ho sprecato in discussioni futili e banali, è stato consacrato, invece, a una discussione che, senza aver trattato interamente di cose dell’arte, ne era tuttavia largamente impregnata.
È una passeggiata a piedi, insieme a due compagni del secondo anno della Scuola di diritto tunisino. Lungo quel largo viale con le palme ai bordi, uno dei miei compagni mi parlava con tono calmo e ponderato, del centenario dell’occupazione dell’Algeria, che
Con pena e disprezzo, il mio compagno parlava delle compagnie teatrali tunisine che si affrettavano a proporre la loro partecipazione ai festeggiamenti dell’iniquo colonialismo. La stima che avevo per questo compagno crebbe sentendolo parlare cosi sinceramente; eppure era fra i funzionari che consideriamo come figurine di legno nell’enorme corteo della colonizzazione.
Con tono sarcastico, il mio compagno si mise a parlare di un’altra categoria di gente, quella che si piccava della letteratura e pretendeva di giocare il ruolo di “capo spirituale”.
Tuttavia, bruciavano il loro talento come incensi sull’altare di ragazze di diletto. Disse: “ Passavo un giorno in una strada della capitale indaffarato in cose di cui non mi ricordo più, quando uno di loro venne verso di me e mi strinse la mano. Mi tenne compagnia e, dopo un attimo, mi domandò: sei disposto ad ascoltarmi?
- Di che si tratta?
- Un bel discorso!
Tirò fuori dalla tasca un grande foglio di carta di lusso, e, con voce nasale, gaia e fiera, ciondolando la testa da un lato all’altro, il viso radioso, gli occhi brillanti, si mise a declamare questo pezzo: “Alla dea dell’arte, musa del genio; uccello che canta perché su rami divini...”. E il testo continuava cosi pieno di termini ridondanti, presentando l’arte sotto forma di rami, d’alberi, a volte giardini, e facendo della sua dama di gioia un uccello che si compiaceva a cantare sugli alberi.
Al termine di questo lungo prologo, dove si passa costantemente da un giardino a un ramo, da un albero a un uccello, disse:
“A..., presentiamo il risultato degli sforzi di un anno intero, i frutti di un talento generoso e inesauribile..., presentiamo la raccolta delle commedie che abbiamo tradotto e preparato per la prossima stagione”.
Avendo finito il suo discorso, il mio interlocutore nascose il suo foglio con cura in un bel fazzoletto specialmente destinato a questo uso. Poi alzò gli occhi verso di me e disse:
- Che ne pensi?
- Vuoi davvero conoscere il mio parere?
- Certo.
Agendo cosi, gli dissi, ti infischi della tua dignità, della tua penna e del tuo talento
Cosi la tua dea non può considerarti che come un agitatore squilibrato, al quale le basta lanciare uno sguardo soddisfatto, tradendo intensi desideri, per fare di lui un oggetto docile, obbediente a tutti i suoi ordini.
A dispetto di questo, non potrai mai fidarti dei suoi buoni sentimenti né essere al riparo dal suo tradimento.
Infatti, sai bene che è schiava del dirham e del dinaro. Qualcun altro verrà a offrirle una somma superiore alla tua, opterà per lui, disprezzando i tuoi discorsi ben preparati e gli sforzi generosamente forniti. Cosi, tu perdi e la tua dignità e i tuoi beni senza raccogliere nulla in cambio.
La mia franchezza spaventò il nostro uomo, che non trovò per risposta che una alzata di spalle e un sorriso giallo e affettato, aggiungendo: “Esageri molto, perché lei non può mai cadere cosi in basso”. Valutai inutile continuare la conversazione con lui, e, pieno di disprezzo, tacqui. Gli tesi la mano per salutarlo; la rifiutò, si aggrappò a me, pregandomi di accompagnarlo. Lo feci controvoglia. Poco tempo dopo, arrivammo davanti alla casa della prostituta in questione.
S’avvicinò alla porta, premette col dito sul campanello ed aspettò. Contemplavo i passanti che camminavano in mezzo al viale. Poco tempo dopo, la porta si aprì lasciando apparire la sorella della prostituta. Il mio compagno si chinò subito toccando quasi il suolo. Prese un lembo della sua veste e lo baciò religiosamente, come un eremita che santifica le tappezzerie di un tempio. Buttò su di lui uno sguardo beffardo accompagnato da un sorriso malizioso, fatto con un misto di cattiveria, di malefico e di disprezzo. Venne dopo verso di me, augurandomi il benvenuto. Ci accompagnò al secondo piano e ci fece entrare nella camera della prostituta. Trovammo la “dea dell’arte”, secondo l’espressione del mio compagno, stesa sul letto, circondata da cuscini di seta e tessuti multicolori. Il mio compagno, prosternandosi a metà davanti a lei, le tese la mano per salutarla. Appena mi vide, fece uno sforzo per sollevarsi per stringermi la mano. Il mio compagno, uomo di lettere, si affrettò a dirle: “Non ti scomodare, non c’è nessun bisogno di alzarti, è un mio intimo amico”. Allora mi presentò le sue scuse. Balbettai qualche risposta.
E il mio compagno si lanciò in propositi insignificanti, senza alcun interesse. Drizzandosi accanto al letto del quale non superava mai il livello del materasso, si mise a leggere un discorso con voce che volle ponderata, grandiloquente, dalle sillabe ben marcate e dalle sonorità ben piene. Avendo finito la sua declamazione, dette il foglio alla sua Dama con ossequiosa educazione.
Il nostro amico è stato molto contento sentendola dire: “Molto bene”. E, in segno di soddisfazione, appoggiò il foglio alla sua gola. Fu vivamente trasportato dalla gioia. Cosi ebbe fine questa commedia umana, commedia che nel contempo fa ridere e piangere. L’eroe era membro del gruppo che pretendeva di detenere la leadership intellettuale in questo paese, uno degli uomini di lettere in Tunisia”.
Termina qui il racconto del mio compagno. Mi disse: “Che ne pensi di questo uomo di lettere? Penso, dissi, che è privo di dignità umana e di autentica fierezza.
Queste due virtù sono infatti il tesoro prezioso dell’umanità, di cui l’uomo di lettere e l’artista hanno bisogno più che altre persone; perché è da qui che nasce la volontà di raggiungere la libertà creativa.
In questo modo, l’uno e l’altro acquisiscono un guadagno di personalità e di fierezza che traspaiono inevitabilmente nelle loro opere. Allora, la loro via nella vita, e il loro orientamento si trovano chiaramente tracciati. La ricerca di una tale verità non necessita alcun sforzo. I grandi maestri nel mondo letterario ed artistico sono i pensatori che hanno una chiara coscienza del loro talento, del loro valore, della loro identità indipendente e irriducibile, e del loro orgoglio che non soffre alcuna umiliazione. In compenso, disprezzabili sono coloro che hanno una debole coscienza di sé stessi, della loro fierezza e della loro dignità. Cosi si sprofondano nel disprezzo, l’umiliazione e l’imitazione; non potendo farsi una nuova strada verso la gloria e i felici domani.
Il poeta MUTANABBI era di grande fierezza e ne era cosciente, cosi come della sua dignità, nonostante la sua qualità di lodatore di re. Cosi sfidò il tempo per diventare immortale. Dal canto suo, il poeta AL-MA’ARRI aveva una coscienza più acuta della sua fierezza e della sua dignità. Ciò gli permise di elaborare un nuovo metodo di riflessione e una scuola moderna per afferrare il senso della vita.
Tante cose rimangono da dire nel campo letterario; non posso farlo ora, per mancanza di spazio.
2007-08-22 19:57 CASA BIANCA, MANUALE PER SOFFOCARE LE PROTESTE
di Cristiano Del Riccio
WASHINGTON - Se tutto il resto non funziona la cosa migliore è urlare in coro 'USA! USA!'. E' uno dei consigli del manuale della Casa Bianca, destinato agli organizzatori degli eventi dove è invitato il presidente George W. Bush, per annullare l'impatto negativo di eventuali dimostranti. L'opuscolo, ottenuto dai media Usa, elenca una serie di tattiche per controbattere chi cerca di manifestare il suo dissenso con la politica di Bush. Tutti coloro che partecipano agli eventi presidenziali devono avere un biglietto d'invito fornito dagli organizzatori.
Le persone ammesse nella sezione VIP o nelle sezioni vicine al palco "devono avere un atteggiamento estremamente di sostegno" al presidente. Mentre il servizio segreto controlla l'acceso all'evento sotto il profilo esclusivo della sicurezza, squadre di volontari devono essere create per sorvegliare la gente in fila, cercando di individuare striscioni nascosti o cartelli di protesta, informa il manuale. Inoltre squadre di sostegno, con scritte inneggianti al presidente, devono essere collocate tra il pubblico, in aree ben in vista, per essere inquadrate dalle telecamere. Un'altra squadra, sempre munita di striscioni, deve spostarsi nell'area dell'evento per individuare eventuali dimostranti.
Scopo di questa squadra è usare gli striscioni per nascondere i contestatori alla vista del presidente e dei media. Nel caso che i manifestanti comincino ad urlare slogan contro il presidente - sottolinea il manuale - è importante che la squadra di pronto intervento cominci ad urlare a sua volta slogan di sostegno (con canti ritmici come 'USA!, USA!, USA!') per sovrastare le voci degli oppositori. Come risorsa estrema, se tutto il resto non funziona, gli addetti alla sicurezza dovranno espellere i contestatori dalla platea degli spettatori. Ma è importante, prima, stabilire se la protesta può essere sentita dal presidente o dai media. Se la conclusione è che i dimostranti non hanno la possibilità di interferire allora la cosa migliore da fare è non intervenire.
"Ricordate di evitare qualsiasi contatto fisico con i dimostranti - ammonisce il manuale della Casa Bianca -. Spesso é proprio quello che vogliono. Non cadete nella loro trappola". Questo non significa che
Le magliette dicevano 'I cambiamenti di regime cominciano in patria' e 'Amo l'America, Odio Bush'. I due erano stati arrestati, ammanettati e chiusi in carcere prima che le autorità locali archiviassero le accuse, con tanto di scuse. Una successiva causa è finita solo pochi giorni fa con una sentenza che obbliga le autorità a rimborsare i due con un risarcimento di 80 mila dollari.
Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.
Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.
Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.
E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poter riderci sopra,
per continuare a sperare.
E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io.
L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando, è questa la novità.
Lunedì 6 gennaio 1930
Eravamo riuniti nella sala lettura degli “ex Allievi del Sadiki”. La discussione era su Youssef MAHJOUB che non aveva mantenuto la parola di organizzare un dibattito sotto l’egida del club letterario, lasciando la gente ad aspettare invano. Abusando della fiducia del presidente di questa associazione, e di quella del presidente della Khaldouniya, ha annunciato nella stampa che stava per organizzare un dibattito intitolato “Bergson, l’anima e il corpo”, sotto l’egida dell’Associazione degli ex Allievi del Sadiki nella sala della Khaldouniya. Gran parte dei presenti gli rimproverava questa condotta, altri manifestavano nei suoi confronti scontento e collera, altri ancora, silenzio, senza esprimere alcuna opinione.
Arrivò il tesoriere dell’Associazione degli ex Allievi del Sadiki; prese parte alla conversazione. La discussione prese poi una altra piega: il presidente dell’Associazione chiese al Sig. BOUSSEN, il suo tesoriere, di anticipare la somma di centocinquanta franchi, per pagare i corsi che suo figlio seguiva alla Khaldouniya per il periodo di sei mesi. Detta somma doveva rimanere in deposito dal presidente in attesa di una ricevuta rilasciata dalla khaldouniya. Il tesoriere eseguì. Il presidente della Khaldouniya gridò allora ridendo: “Leggerai sui gionali che hai fatto dono alla Khaldouniya della somma di centocinquanta franchi, perché l’insegnamento vi è fornito gratuitamente”. Il presidente degli “ex Allievi” disse allora: “Confischerei piuttosto questa somma a profitto dell’Associazione degli ex Allievi, come dono del suo tesoriere”.
Ci fu allora una discussione serrata tra i due presidenti, nella quale lo scherzo si mescolava al serio. Ciascuno di loro pretendeva che la somma doveva andare alla propria associazione. Il conflitto non pote essere risolto che con l’intervento del Sig. BOUSSEN che propose di donare la stessa somma a ciascuna delle due associazioni. Allora ci furono applausi, complimenti e risa; i due presidenti manifestarono la loro gioia coprendo di baci la testa del tesoriere punzecchiandolo gentilmente. A quel punto, Zine Al Abidine SNOUSSI annunciò una notizia fresca riguardo il Sig. Hamouda BOUSSEN: questo ultimo donava una somma di tremila franchi destinata a istituire un premio per coronare la miglior opera degli uomini di lettere tunisini. Aggiunse indirizzandosi al tesoriere: Caro Sig. Hamouda, grande Nobel della Tunisia, a te e al tuo premio consacrerò una pagina della rivista Al-Alam, abbellita con il tuo ritratto e il cui titolo sarà “Premio Boussen”, esattamente come gli occidentali utilizzano l’espressione “Premio Nobel”, senza alcun commento.
Rimasi talmente colpito dalla generosità di questo uomo cosi nobile e di buon cuore, che non potei controllare i miei sentimenti. Andai a sedermi di fronte a lui per ringraziarlo della sua generosità. Dopo di che, ci siamo messi a passare in rassegna i nomi di coloro che sarebbero suscettibili di costituire la giuria. Abbiamo fatto una lista della quale faceva parte Zine Al Abidine SNOUSSI, sotto la sua insistente richiesta. Questo ultimo disse poi: “Vi parlerò di un altro premio letterario di minor importanza, finanziato da un altro mecenate che incoraggia la produzione letteraria. Del resto, il suo aiuto finanziario avrebbe potuto essere più sostanzioso; perché è un uomo ricco, anzi ricchissimo”. Rivolgendosi poi al tesoriere, aggiunse: “Tuttavia Dio non l’ha dotato di una generosità di cuore proporzionale alla sua fortuna. Ma, per quanto ti riguarda, caro amico Hamouda, Dio ti ha gratificato di una generosità di cuore pari alla tua fortuna”. “Lasciamo perdere, Sig. Zine”, replicò l’uomo dal cuore nobile. Zine Al Abidine disse poi: “Intendo aprire una sottoscrizione per potare il premio a tremila franchi, destinato a compensare l’autore tunisino che avrà scritto il miglior dramma teatrale. Sarà il premio della rivista Al-Alam”. A questo punto, si ricordò che la portinaia del locale degli ex Allievi del Sadiki l’aveva avvisato che qualcuno voleva vederlo. Se ne andò.
Allora, H. BOUSSEN si voltò verso di me dicendo: “Zin Al Abidine parla molto, e io diffido dei chiacchieroni”. Ed io aggiunsi: “Infatti, il nostro amico Zine parla molto e agisce poco”.
Mi pentii subito di aver pronunciato questo giudizio cosi rapidamente, perché Zine Al Abidine è un uomo attivo come una formica, fertile come la buona terra; fa vane promesse solo quando non trova un campo d’azione favorevole. Allora, parla molto come per appagare la sua sete di grandi progetti e colmare le sue grandi speranze.
Al suo ritorno, Zine Al Abidine, tutto contento, gridò verso la portinaia: “Portaci quattro tazzine di verbena, sul mio conto”. Dopo averle bevute, uscimmo. Ero felice di constatare che la gente in Tunisia cominciava a mostrare sollecitudine per le belle lettere, in vista di promuoverle con diversi mezzi. Quando ci separammo, mi misi a meditare sulla società tunisina: “In ogni lato che esamino, trovo attività, movimento e risveglio; cose che provano che siamo entrati in una era di evoluzione e di progresso che avvolge tutti gli aspetti della vita in Tunisia. Che possa Dio esaudire questa speranza. Le tenebre durano da troppo tempo”.
(ANSA) 27 AGO 2007
BERLUSCONI PRENDA LE DISTANZE DA BOSSI ROMA
Frasi come quella di Bossi allontanano la possibilita' di creare un'alternativa credibile al governo Prodi", lamenta Pier Ferdinando Casini. Per il leader dell'Udc "non e' minacciando i fucili che si da' corpo a una seria alternativa". Appello a Berlusconi da Fassino e Rutelli che, in una dichiarazione congiunta, chiedono al leader di Fi una presa di distanza "netta ed esplicita" di fronte ad una "evocazione di ribellione e di violenza che puo' trovare seguaci irresponsabili". Per il presidente dei Verdi e ministro dell'Ambiente Pecoraro Scanio, i toni "da guerra civile sono pericolosi e dannosi" e le parole di Bossi sono dunque "ingiustificabili e richiedono una condanna netta e chiara da parte di tutti i leader del centrodestra". Anche
Fabrizio De André
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi
lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente
così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve
fermati Piero, fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po' addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
e mentre gli usi questa premura
quello si volta, ti vede e ha paura
ed imbraccia l'artiglieria
non ti ricambia la cortesia
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.
Martedì 7 gennaio 1930
Attualmente, mi sento estraneo in questo mondo. Ogni giorno la mia solitudine è più grande in mezzo agli esseri umani, e prendo più coscienza del senso profondo di questa dolorosa solitudine. È la solitudine di un uomo che erra in contrade misteriose e parte alla ricerca dell’ignoto per ritornare tra i suoi a parlare dei suoi lontani viaggi, senza tuttavia trovare una persona in grado di cogliere il senso intimo del suo linguaggio. È la solitudine di un poeta il cui cuore è attento alle voci notturne della vita mentre i mortali gioiscono della dolcezza del profondo sonno. Al giungere del mattino, il poeta evoca le angosce della notte e il terrore delle tenebre; nei suoi versi, suggerisce la palpitazione delle stelle e il fremere dei sogni che danzano in mezzo alle colline. Ahimè! Nessuno è in grado di capire il linguaggio del suo cuore né cogliere il canto della sua anima.
Ora, mi accorgo di essere straniero tra i miei compatrioti. Verrà il giorno in cui i miei sogni toccheranno il cuore dei miei simili? Allora, giovani dallo spirito sveglio reciteranno le mie poesie, e teste ben fatte, che genererà il lontano avvenire, capiranno il lamento lirico e i sospiri soffocati del mio cuore.
Adesso, mi sento disperato; sono un uccello solitario in mezzo a un popolo incapace di capire la minima parola del bel linguaggio che traduce la mia profonda anima, quadri innumerevoli della vita e che sono armoniosamente trasposti nelle mie poesie.
Adesso, ho la certezza di essere un rosignolo celeste che la volontà divina ha buttato all’inferno della vita. Piange e si lamenta in mezzo a statue esanimi, impermeabili ai suoi profondi desideri, sordi ai gemiti del suo cuore incompreso. Tal è il dramma terribile della mia anima.
Parlaci della verità, mi dicono, e smettila con le elucubrazioni... Il mio cuore ha mai fatto loro un discorso diverso dalla verità, da quando la vita gli aveva insegnato a parlare? Orbene, parlando della verità, non ho mai fatto ricorso ai luoghi comuni che avevano l’abitudine di ascoltare dalla bocca delle loro none nella calma della notte, mentre erano sballottati tra il sonno e i sogni.
Descrivici la vita, mi dicono. Ho mai descritto altra cosa che la vita da quando alla loro attenzione declamavo le mie poesie? Orbene, descrivendo la vita, non ne ho mai mostrato gli aspetti superficiali e apparenti, ma piuttosto gli aspetti inafferrabili, misteriosi e nebbiosi. Perché non c’è pensiero nelle tue poesie? Mi dicono, mentre il tuo stile è di una bellezza impareggiabile? Che cosa sarebbe dunque il pensiero se mi rifiutano la qualità di pensatore nei miei canti? A sentirli parlare cosi, bisognerebbe credere che sono il poeta pazzo che canticchia i suoi canti tra i sepolcri, oppure sarebbero piuttosto loro che sono persone limitate al punto di non cogliere l’essenza della vita?
Questa mattina, ho incontrato due uomini di lettere che conoscevo bene e dei quali non rivelo i nomi consapevolmente. Uno di loro era un ateo e non lo nascondeva. L’altro lo era pure senza rivelarlo, tranne ai suoi amici intimi dai quali non temeva alcun male.
Subito, questo ultimo mi disse: “Caro amico, la tua produzione letteraria è un genere strano e non valido in Tunisia; perché sei un poeta simbolico. Sono convinto che solo qualche persona, quattro o cinque al massimo, sono in grado di capire la tua poesia”. E l’altro uomo di lettere obiettò:
“Penso, gli disse, che il tuo giudizio è eccessivo e che sei ingiusto. In base a che cosa ritieni che solo questo numero infimo di persone è in grado di capire la poesia del nostro amico? Cominciando da me stesso, capisco molto bene questa poesia, ne afferro gli obiettivi profondi e, leggendola, mi sento inondato da fantasticherie, trasportato da sentimenti verso orizzonti che si stendono all’infinito davanti a me. Malgrado tutto ciò, nonostante la grande ammirazione che nutro per l’opera, avrei desiderato che il nostro amico non avesse ristretto le sue doti a questo genere letterario soltanto, e che avesse preso parte alla lotta della vita per ritornarne edificato, arricchito di una grande esperienza”.
“Mantengo fermamente il mio punto di vista, disse l’altro. Il principe dei poeti (Shadli KHAZNADAR), per esempio, non capisce niente della poesia di Abu’l-Qasim Ash-Shabbi. Sono sicuro di ciò che affermo. Questo genere letterario che fa ricorso alla natura per tradurre stati d’animo è di una bellezza ineguagliabile. Tuttavia si tratta di un genere cosi sottile e ambiguo che solo qualche raro lettore è in grado di capirlo. Del resto, personalmente non posso cogliere che un aspetto minimo dell’arte di Abu’l-Qasim e dei suoi obiettivi. In più non dovrebbe essere cosi ermetica né carica di immagini simboliche. A parte questo, quando recito la poesia di Ash-Shabbi, il massimo che posso provare è di sentire che sono dominato da una forza misteriosa. Allora sono colto da ammirazione e mi dico: senza dubbio questa musica racchiude in sé la vita e questa nebbia nasconde vasti orizzonti”.
Quando il mio compagno finì di parlare, mi colse un forte sentimento di disperazione. Mi dissi, come Giulio Cesare che, minacciato dai coltelli dei suoi amici, gridò: anche tu Antonius! Eppure pensavo che fosse colui che mi aveva capito meglio, percepito meglio l’espressione delle mie speranze e dei miei sentimenti di soddisfazione. Non era sempre attento ai canti del mio cuore i cui echi si diffondevano attraverso le tenebre dell’infinito? Ed ecco che si rivela impermeabile al linguaggio della mia anima, afferrandone solo l’aspetto ingenuo e superficiale. Rimasi quieto, dicendo a me stesso: “Non sono che un uccello strano che canta per un popolo insensibile. Che importa, un uccello che canta non fa mica caso a ciò che lo circonda? Anzi, mica chiede alla gente: “Chi di voi capisce il canto degli uccelli?” Certo di no! Segui dunque il tuo cammino, cuore mio, e non prendere mai in considerazione i fischi dei demoni. Perché ci sono anime che non ti perdono di vista”.
ANSA 29-08-2007 09:09
LAVAVETRI IN FUGA DA FIRENZE, CRESCE IL FRONTE DEL NO FIRENZE
Tante bottiglie di plastica abbandonate ai semafori delle strade intorno al centro. E' questa l'unica testimonianza di un lavoro che, fino a ieri, anche a Firenze come in tutte le grandi citta', vedeva impegnati decine di giovani, in maggioranza rumeni, polacchi e rom. Stamani le prime denunce, una quindicina, di vigili urbani e polizia, dopo l'ordinanza emessa dal sindaco di Firenze Leonardo Domenici, alla guida di una giunta di centrosinistra, che vieta l'attivita' di lavavetri, con la denuncia penale e il sequestro di spazzole, secchi e saponi. Poi, evidentemente, il passaparola ha funzionato e dai semafori sono spariti tutti. Nel pomeriggio una sola denuncia.
Quasi una fuga generale che a qualcuno e' servita ad evitare anche altri provvedimenti, come l'espulsione. Un lavoro extra per vigili urbani e polizia, impegnati anche a spiegare l'ordinanza ai pochi sorpresi vicino ad un semaforo, in una zona periferica, con in mano le spazzole ma non impegnati a pulire i vetri delle auto di passaggio.
Il giorno dopo l'ordinanza di Domenici, Firenze ha visto cosi' sparire quasi nel nulla decine di lavavetri. Il sindaco non ha dubbi e in una nota spiega che il provvedimento e' ''una risposta concreta al racket che si era creato intorno a quest'attivita''', come dimostrato da alcune indagini nel corso delle quali e' emerso che la citta' era stata suddivisa in aree ''gestite da alcune famiglie''. Non e', pero', si affretta a spiegare il sindaco diessino, come aveva gia' fatto l'assessore alla sicurezza e vivibilita' urbana Graziano Cioni, un attacco a chi chiede l'elemosina, ''ai poveri''. Semmai un provvedimento che punta a ''scoraggiare e a reprimere i comportamenti aggressivi, a volte violenti, dei lavavetri nei confronti degli automobilisti, soprattutto se anziani e donne sole''.
E mentre in molte altri centri gia' si pensa ad imitare Firenze, e gli esponenti leghisti plaudono alla decisione della giunta fiorentina, anche in citta' cresce il fronte del 'no'. Alle perplessita' di ''costituzionalita''' del provvedimento, espresse dal presidente della Corte Antonio Baldassarre, fanno eco i commenti del procuratore capo a Firenze Ubaldo Nannucci che, pur senza scendere nei dettagli, parla di ''una scelta opinabile''; mentre per il procuratore aggiunto, Giuseppe Soresina, ''l'ordinanza e' giuridicamente corretta e opportuna. Il problema, semmai, e' l'effettivita' della sanzione''. Un dubbio che e' emerso subito stamani: ''Vediamo come sara' applicata la norma e come andra' il processo, se mai si terra'. Ma dubito anche che il mio assistito sara' reperibile. Ancora non l'ho incontrato e probabilmente non lo incontrero''', spiega il difensore d'ufficio di uno dei denunciati, Vanessa Luperi. I penalisti temono un aggravio del lavoro della giustizia, e esprimono dubbi sull'applicabilita' dell'articolo 650 del codice penale: ''Si deve intervenire penalmente - spiega il presidente della camera penale fiorentina Lorenzo Zilletti - se un lavavetri danneggia una vettura o aggredisce un automobilista, ma non perche' sta facendo il lavavetri''.
Sul fronte politico, critiche da destra e da sinistra. Mentre alcuni esponenti della Cdl parlano di un ''provvedimento propagandistico'', anche se poi chiedono la sua estensione ai venditori abusivi, da sinistra Prc minaccia una manifestazione di sostegno ai lavavetri. Per Sinistra democratica, l'ordinanza di Domenici poteva essere emessa dai sindaci di Treviso o di Verona, Gentilini e Tosi, ''a cui avremmo lasciato volentieri questo primato''. Critici anche i Verdi, alleati nella maggioranza che governa Firenze, che chiedono ''un dibattito sul provvedimento in Consiglio comunale''. Alla ripresa dell'attivita' politica l'argomento sara' ancora 'caldo' e per Domenici qualche problema potrebbe nascere anche tra gli alleati.
Il Fannullone
Senza pretesa di voler strafare
io dormo al giorno quattordici ore
anche per questo nel mio rione
godo la fama di fannullone
ma non si sdegni la brava gente
se nella vita non riesco a far niente.
Tu vaghi per le strade quasi tutta la notte
sognando mille favole di gloria e di vendette
racconti le tue storie a pochi uomini ormai stanchi
che ridono fissandoti con vuoti sguardi bianchi
tu reciti una parte fastidiosa alla gente
facendo della vita una commedia divertente.
-Ho anche provato a lavorare
senza risparmio mi diedi da fare
ma il sol risultato dell'esperimento
fu della fame un tragico aumento
non si risenta la gente per bene
se non mi adatto a portar le catene.
Ti diedero lavoro in un grande ristorante
a lavare gli avanzi della gente elegante
ma tu dicevi -il cielo è la mia unica fortuna
e l'acqua dei piatti non rispecchia la luna
tornasti a cantar storie lungo strade di notte
sfidando il buon umore delle tue scarpe rotte.
-Non sono poi quel cagnaccio malvagio
senza morale straccione e randagio
che si accontenta di un osso bucato
con affettuoso disprezzo gettato
al fannullone sa battere il cuore
il cane randagio ha trovato il suo amore.
Pensasti al matrimonio come al giro di una danza
amasti la tua donna come un giorno di vacanza
hai preso la tua casa per rifugio alla tua fiacca
per un attaccapanni a cui appendere la giacca
e la tua dolce sposa consolò la sua tristezza
cercando tra la gente chi le offrisse tenerezza.
È andata via senza fare rumore
forse cantando una storia d'amore
la raccontava ad un mondo ormai stanco
che camminava distratto al suo fianco
lei tornerà in una notte d'estate
l'applaudiranno le stelle incantate
rischiareranno dall'alto i lampioni
la strana danza di due fannulloni
la luna avrà dell'argento il colore
sopra la schiena dei gatti in amore.
Mercoledì 8 gennaio 1930
Non ho lasciato il dormitorio (degli studenti) per tutto il giorno. Il tempo era triste, uggioso. Il cielo era coperto. Gli operai imbiancavano le camere il cui pavimento era disseminato di vecchie cose sparse qua e là. Gli attrezzi da lavoro erano cosparsi sia all’interno che all’esterno. Insomma, tutto nel dormitorio era in disordine, a soqquadro. Tuttavia decisi di passarvi tutta la giornata, consacrando una parte della mattinata a revisionare il corso di diritto, in compagnia di qualche condiscepolo. Fu allora che un visitatore inopportuno arrivò, che rischiò di rovinare il nostro lavoro e incomodarci al massimo. Si trattava del capo squadra degli operai che lavoravano nel dormitorio. Un uomo biondo, ben messo, dallo sguardo che racchiudeva nel contempo la stupidità della iena e la furbizia della volpe. Il nostro brav’uomo era chiacchierone, che non smetteva mai di parlare e di porre domande. Al punto che uno dei miei compagni mi sussurrò ridendo: “Sarebbe un buon barbiere; il destino gli fece un torto facendo di lui un capo squadra degli operai”.
Entrò e ci salutò. Prese posto su una panchina e, vedendo la finestra aperta, credette di dover darci un consiglio prezioso dicendo: “Non avreste dovuto lasciare la finestra aperta perché è di fronte alla porta. Non vedete che questo crea una corrente d’aria che rischia di nuocervi e di nuocere ai vostri ospiti?” “L’abbiamo aperta di proposito per creare una corrente d’aria, mandare fuori l’odore della respirazione notturna e aerare il locale”, rispose l’occupante della camera. Il visitatore non pote tacere e disse: “Ora, l’aria della camera è completamente pura, dunque bisogna chiudere la finestra, non è vero?”
Il mio compagno, che aveva più pazienza di noi, gli disse: “L’abbiamo aperta di proposito, il nostro scopo è di rinnovare continuamente l’aria; inoltre siamo al riparo dal pericolo, perché non siamo per niente esposti alla corrente d’aria”. Non contento di queste risposte, il nostro pesante visitatore intendeva continuare la conversazione. Non ne ci facevamo più caso e ritornai alla lettura del mio testo. Il nostro brav’uomo non diede l’impressione di aver capito. Continuò il suo bel discorso e rivolgendosi a uno di noi che stava fumando, gli disse: “Non è sconveniente fumare mentre sei un uomo di scienza e i libri sono aperti davanti a te?” Tutti noi abbiamo sorriso e il fumatore rispose: “È esatto, ma non sono che libri di diritto”. Poi abbozzò un sorriso molto ironico. Il nostro pesante visitatore non l’ascoltò e disse ridendo: “Dammi allora una sigaretta”. La prese ed esprimé ringraziamenti di cui il mio amico non sapeva che fare. Aggiunse: “È gradevole fumare, è molto rilassante”. Questa parola d’oro fu seguita da un sorriso sgradevole e pesante. Approfittando del momento di silenzio, ripresi il libro e mi rimisi a leggere. Di nuovo, il nostro brav’uomo ingaggiò la discussione con qualche amico. Posi allora il libro, mi rassegnai a tacere e ad ascoltare il suo discorso penoso, scioccato da questo individuo pesante e di mal augurio.
Eccolo perso in un lungo discorso sulla funzione pubblica e i funzionari, sui nostri studi e il nostro avvenire.
Si chiese poi chi sarebbe succeduto al presidente dell’Associazione (degli ex Allievi di Sadiki), che era appena deceduto. Uno di noi gli rispose: “Secondo alcune voci, sarebbe un tale”. Gli chiese più ampie informazioni: il luogo dove abitava, in quale via, in quale circondario, il numero civico del suo domicilio, le sue caratteristiche. Non gli rimaneva che informarsi delle dimensioni di questo domicilio, del numero dei piani che lo componevano e di quello delle mattonelle che lo costituivano.
A quel punto, ai limiti dei nervi, perdendo tutta la mia pazienza, presi violentemente il libro e mi rimisi a leggere senza fermarmi. Allora il nostro brav’uomo ebbe coscienza della sua pesantezza eccessiva; si mosse, si preparò a andare via guardando attorno a sé. Vedendo che nessuno faceva niente per trattenerlo, si levò, salutò e se ne andò.
Dopo la sua partenza, mi sentii come liberato da un pesante fardello. Respirai profondamente l’aria che entrava dalla finestra spalancata, malgrado il pesante parere del brav’uomo.
Dissi: “Dio sia lodato per averci accordato la sua clemenza dopo il castigo e per la sua grazia dopo la tortura”. Passai il pomeriggio andando da una camera all’altra. Qua, mi fermai da uno studente che litigava con un operaio, accusandolo di disonestà nel suo lavoro, minacciandolo di fare appello a un esperto per constatare le inadempienze e le frodi commesse. Là, mi fermai presso il nostro pesante brav’uomo per ascoltare i suoi consigli cosi preziosi, i suoi racconti cosi belli e cosi interessanti al punto di soffocare l’individuo e stordirlo completamente. Oppure mi abbandonai a uno studio di testo giuridico con i condiscepoli. Cosi dunque passò il pomeriggio. Una volta il lavoro ultimato, gli operai andarono via. Il nostro studio di testo giuridico ebbe anche fine. Mi misi a un tavolo e cominciai a mettere i miei libri in ordine e a manipolare le mie schede.
Dopo un attimo, vidi arrivare uno dei miei amici conosciuto per i suoi gusti letterari, tenendo in mano il settimanale “as-Siyasa al-usbuiyya”. Lo presi e, mettendomi a sfogliarlo, scopersi un articolo sullo scrittore HAYKAL. Al riguardo mi ritornò in mente una critica che avevo formulato a proposito dell’introduzione del libro “Biografie di autori egiziani ed occidentali”. In questa introduzione, l’autore dava un compendio della storia dell’Egitto, esponendo idee bizzarre e metodi singolari nel trattamento e l’analisi della storia. Parlai al mio amico del mio progetto. Insistette perché lo formulassi per iscritto, al fine di pubblicarlo nella rivista “al-Alam”. Promisi di farlo. Ma fino ad ora non feci niente. Del resto, non so se lo farò mai un giorno. Il tema dell’articolo è maturo nella mia mente; non aspetta che essere messo per iscritto. Tuttavia non me la sento di realizzarlo. No so perché.
Mi assenterò per qualche giorno per recarmi a Polvese, al raduno annuale dei terroristi.
Ci sentiamo presto!
per partecipare
http://www.antiimperialista.org/index.php?option=com_content&task=view&id=5253&Itemid=68
Giovedì 9 gennaio 1930
Era un uomo di lettere dotato di una grande perspicacia, di uno spirito ponderato e d’uno stile puro. Era anche un poeta dall’anima sensibile, avendo una fantastica e meravigliosa propensione alla fantasticheria. La sua immaginazione era potente e folgorante.
Ogni qualvolta mi trovavo con la gente e che ascoltavo le loro conversazioni, sentivo il bisogno di uno stimolante che potesse ravvivare i miei sentimenti, rianimare la mia coscienza, riaccendere in me la fiamma della vita, perché sentivo l’intorpidimento impossessarsi dei miei sensi e dominare la mia anima intera, ridotta in ceneri.
In compenso, con lui, i miei sentimenti e le mie sensazioni s’infiammavano all’estremo, si esteriorizzavano violentemente come una tempesta di fuoco. Nel contempo, sentivo prendere dimora in me una fiamma ardente nutrita dalle sorgenti vive dell’esistenza. Infatti, questo uomo era un vero vulcano in eruzione, che restituisce pienamente i suoni della vita, lontano dal somigliare a una acqua stagnante che riflette, impassibile, montagne e nuvole. Trovavo anche in lui una anima sensibile, appassionata, ricchissima di idee e di immagini, e nel contempo un cuore tenero e vivo, marcando, al suo passaggio, ogni cosa con la sua impronta ardente.
Certo, l’ho conosciuto, senza per questo conoscerlo veramente. Perché è stato solo oggi che scopersi le ricchezze che racchiudeva il suo cuore e i preziosi valori insospettati che celava la sua anima cosi sensibile.
Era l’ora del crepuscolo. Il sole gettava sugli alberi del Belvedere un vello d’oro incantevole. Qua e là, il cielo era macchiato con leggere nuvole multicolori e gaie. Ero seduto con un compagno su una panchina pubblica. Davanti a noi questo gruppo di giovani ragazze europee che giocavano a tennis, eleganti e leste come uccelli. Tenevo in mano Raphaël nel quale Lamartine aveva tracciato aspetti della sua giovinezza piena di sentimenti e di sogno. Il mio compagno leggeva Thaïs. A volte il mio sguardo si dirigeva verso il cielo abbellito da qualche nuvola, a volte verso il sole che spariva graziosamente sulle cime degli alberi, oppure verso queste ninfe animate dal fuoco della giovinezza, incarnando l’essenza della vita. Il nostro amico poeta arrivò, mentre leggevo una pagina di Raphaël e il mio compagno era immerso nella lettura di Thaïs. Sedendosi in mezzo a noi, sulla panchina, salutò e mi disse: “Mi sorprende che la bellezza dell’esistenza e il fascino di queste ninfe non ti deviano dalla lettura; eppure, sei, a quanto ne sappia, un grande ammiratore della natura e della bellezza. Non convieni con me che i libri, malgrado siano a volte ricchi di nutrimenti appetitosi per lo spirito e i sentimenti, inducono spesso le persone in errore e le portano a essere eccessive nel loro giudizio? Eppure sarebbe preferibile interpellare direttamente le meraviglie dell’universo”.
Risposi: “Se tutte le persone attingessero alla stessa fonte, che è questo mondo meraviglioso, sarebbero più felici e si sbarazzerebbero di molti errori e congetture che pesano sui loro spiriti e sulle loro anime da anni. Tuttavia, Dio, per disgrazia dell’umanità, non ha fuso gli esseri umani nello stesso stampo in modo da permettere loro, grazie all’ispirazione e al talento, di capire allo stesso modo gli insegnamenti dell’universo. Quanto ai libri che ho con me, è un plico che prendo ogni volta che vado a passeggiare: a volte leggo, a volte medito sulle cose dell’universo, oppure mi lascio trasportare in un mondo pieno di sogni e di fantasticherie”.
Si voltò poi verso il mio compagno, che era immerso nella lettura di Thaïs, per dirgli: “Che cosa leggi dunque, caro amico? Hai l’aria di essere occupato e preso dal tuo libro”. Rispose sorridendo: Thaïs. “Questo racconto filosofico, continuò l’altro, è certamente molto bello, ma non è altro che un chiacchierio di una anima tormentata che si consuma nell’inferno della vita, simile in questo a tutte le opere di coloro che chiamiamo filosofi, poeti e pensatori”.
Come? Dissi. Rispose: “Questi filosofi, poeti e pensatori hanno scritto molto, molto di più di quanto non si possa immaginare. Ma nonostante ciò, l’uomo non è cambiato, in fondo a sé stesso. È ancora allo stato primitivo, a passare il suo tempo alla ricerca della sua preda attraverso giungle e valli, sentieri di montagna e caverne profonde. Da una eternità, la natura è rimasta uguale a sé stessa: una foresta selvaggia e temibile che la carovana dell’umanità attraversa, avvolta nelle tenebre, smarrita, dall’andatura sfibrata e le palpebre cascanti”. Il mio compagno replicò, giocherellando con le pagine del suo libro: “Perché componi allora poesie, caro amico?” Con voce piena di amarezza e di dolore, rispose: “Perché non ho trovato un ruolo più vile a giocare nella commedia che rappresenta questa vita abietta”. Abbiamo sorriso, inquieti, di umore cupo, immersi in un profondo silenzio.
Il nostro amico tirò fuori una sigaretta, l’accese e si mise a fumare senza dire una parola. Le gambe incrociate, ci diede la schiena e intonò una canzone leggera e dolce che aveva l’abitudine di canterellare quando si trovava in uno stato di fantasticheria o di pensieri agitati e in rivolta. Passò del tempo carico di inquietudine e di pessimismo durante il quale continuava a cantare come se stesse parlando a sé stesso oppure si rivolgesse a una anima smarrita. Poi si levò dicendo: “Ne ho abbastanza di questo luogo, volete andare altrove?” Gli dissi: “Come puoi averne abbastanza, caro amico, mentre attorno a te si stende questo bel paesaggio naturale, e davanti a te si trovano queste ninfe che non sono venute al mondo che per suscitare negli esseri umani l’idolatria dell’amore e della bellezza?” Rispose irritato: “L’amore e la bellezza! O schiavi della vita, finitela con queste parole vacue e ridondanti: gioia, piaceri, desideri, non sono altro che trappole in oro luccicante che la vita ci pone per condurci come schiavi sottomessi, verso i suoi obiettivi lontani e ambigui”. Dissi: “È forse questo un tuo appello per liberarci dalla schiavitù della vita?” Rispose: “Non più; non chiedo questo. Perché liberarsi dalla schiavitù della vita significa morire. Anzi, la morte stessa non è altro che un aspetto dell’eterna schiavitù. Ciò che aumenta ai miei occhi la stima per lo schiavo incatenato è che non considera le sue catene come ornamento che accoglie con gioia, tutto contento e illuminato, ma piuttosto cosciente che non sono altro che intralci luccicanti e manette dorate”. Replicai: “Qual è l’utilità? La vita non diventerebbe più dura e più insopportabile?”
Disse: “Utilità, interesse, tenete a che tutto abbia un interesse. Eppure, non ponete mai domande sull’utilità della nostra creazione quaggiù. Quale interesse? Anche le verità devono avere ai vostri occhi un valore in oro. Per Dio, siete proprio futili, schiavi della vita. L’interesse, è che siamo riusciti a conoscere la verità, malgrado fosse amara. Non siamo stati vittime della impostura della vita. Fuggite l’amara verità, preferendole la dolcezza delle chimere”.
A questo punto, un ragazzo passò trainando una scimmia, offrendola in spettacolo nei ruoli per i quali è stata addestrata. Lo mostrai col dito e dissi con disprezzo, indifferenza ed amarezza: “È cosi triste, è deludente, ecco come le nazioni edificano i bastioni della speranza”. Manifestò qualche irritazione poi, disgustato, soffiando fumo, disse: “Il disprezzo! L’indifferenza, la parola! Ecco ciò che la vita ci ha inculcato. Per quanto concerne le verità, esse piangono il loro destino, abbandonate nelle tenebre macabre”. Poi gettò su di me il suo sguardo pietoso e continuò: “Finiscila con il disprezzo, amico mio; ogni essere umano trascina una o più scimmie nel labirinto della vita: uno rappresenta la bestia e la pretesa; l’altro, la vanità e l’orgoglio; l’altro, la bassezza di carattere e l’abiezione dell’anima, l’altro ancora, la vanità della personalità e la rovina della coscienza. E tante altre scimmie simboliche che la gente trascina a sua insaputa”.
Fabrizio De André
La stagione del tuo amore
non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno
hai la dolcezza della sera.
Se un mattino fra i capelli
troverai un po’ di neve
nel giardino del tuo amore
verrò a raccogliere il bucaneve.
Passa il tempo sopra il tempo
ma non devi aver paura
sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura.
Piangi e ridi come allora,
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia,ogni dolore puoi ritrovarli
nella luce di un'ora.
Passa il tempo sopra il tempo
ma non devi aver paura
sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura.
Piangi e ridi come allora,
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia,ogni dolore puoi ritrovarli
nella luce di un'ora
Domenica 12 gennaio 1930
Non ho nulla da scrivere, oggi. È meglio che vada a letto. In questo modo il mondo dei sogni può farmi dimenticare la mediocrità dell’esistenza e i mali amari e dolorosi che assillano il mio cuore. Tuttavia, so che non posso dormire senza avere l’apprensione delle lacrime e l’ossessione dell’angoscia. Una volta nel mio letto, sarei in preda a incubi soffocanti e ricordi dolorosi che mi feriscono, ricordi della speranza perduta di un cuore insanguinato.
Vedrò mio padre, di cui, ahimè, si è scavata la fossa ed è stato seppellito. E pensare che dopo di lui continuerò a soffrire, assaggiare il piacere, rallegrarmi e rattristirmi. Si, lo vedrò, cosi come lo vedevo davanti le numerose notti una volta la lampada spenta e la camera avvolta da una spessa oscurità! Lo vedo in effetti calmo e tranquillo, parlandomi di diverse cose con tono dolce e pacifico. Allora era gravemente ammalato tra la vita e la morte. Il medico veniva a visitarlo, facendogli iniezioni di vari medicinali; poi usciva disperato, dissimulando il suo sentimento...Lo vedo toccato dalla grazia della morte, l’anima tranquilla, acquistato un perfetto equilibrio come se era immerso in un sogno profondo. Nel cuore della notte, le donne piangevano, squarciando il vuoto con grida acute. Come un uccello ferito, ero cosi triste e piangevo calde lacrime al punto di perdere la ragione. A volte rimanevo fermo al suo capezzale, a volte ai suoi piedi, a volte mi sedevo alla sua destra, altre alla sua sinistra. Con la mano destra gli davo di tanto in tanto cucchiai d’acqua misti alle mie lacrime abbondanti, e che agitavano le scosse prodotte dalle mie implorazioni. Ed ecco che si volta verso di me, fissandomi con lo sguardo. Credetti di capire che voleva rivolgersi a me. Mi avvicinai a lui chiamandolo: “Padre! Padre! Che cosa desideri?” Ahimè! Era l’ultimo sguardo. Non lo sapevo, io, il fanciullo, che ignorava le cose della morte, pensando che era lo sguardo della vita che si rivolgeva a me. Il suo collo divenne molle, il suo sguardo immobile, le sue labbra balbutirono la “shahada” (la professione di fede) che non smetteva mai di ripetere. Rese il suo ultimo respiro.
Mio padre non c’è più, oh! Mio cuore! Che ti resta quaggiù? Mio padre ha lasciato questo mondo; da allora, non ho smesso di lamentarmi, di mortificarmi e di sanguinare come le prefiche. Sulla sua fronte ghiacciato, impressi un ultimo bacio. Che un saluto eterno lo accompagni e che Dio accolga la sua anima tra tutte le anime pure e generose.
Così, ogni volta che vado a letto, mi trovo assalito da questi fantasmi e spettri. Non posso addormentarmi senza essere lacerato dai ricordi, il cuore afflitto e gli occhi inondati di lacrime.
Ora, vado a coricarmi. So di sicuro che non potrò farlo che nella tristezza e nelle lacrime.