Chi sono

Utente: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

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mercoledì, 08 agosto 2007

INVERNO

Barbone

         Il sole, tremendo, cadeva a piombo frantumandosi sulla sabbia e lo sfolgorio sul mare era accecante. Si respirava a fatica nel calore torrido che montava dalla spiaggia.

Una brusca essiccata stella di sangue macchiava uno scoglio; e, a volte, una piccola onda, pigra, più lunga delle altre, veniva a bagnare il corpo di un uomo, disteso, immobile con la faccia ingiù che lo si sarebbe detto un burattino rotto, e delle bollicine venivano a scoppiare a fior d’acqua intorno al suo corpo. Aveva una ferita al capo.

L’uomo emerse lentamente dal lungo svenimento come da un deserto viscoso e restò, disteso, abbacinato dal pieno splendore del sole che cancellava rapidamente gli ultimi veli d’acqua che gli colavano sul viso, ora girato verso il cielo. La sete lo ardeva e sentì nel petto un palpito doloroso mentre un sentimento vago che non riusciva a decifrare gli si insinuava nella mente: forse una cosa stupida e assurda, una suggestione senza costrutto.

         Nell’aria calma è venuto fino a lui il leggero ronzio di un motore; sollevò con fatica il capo e vide, molto lontano, un piccolo peschereccio che avanzava impercettibilmente sul mare luccicante. Poi, tutto ristagnò in un torpore misterioso ma il calore era tale che era una fatica anche restare immobile sotto la pioggia accecante che cadeva dal cielo. L’uomo si raddrizzò lentamente, le labbra arse e tremanti, attraversate da un gemito poi, scalzo, avanzò barcollante calpestando confuse generazioni di bottiglie di plastica frammiste a sciabolate di luce sprizzate dalla sabbia, e, nel cammino, avvertiva una sottile inquietudine; tutto attorno a sé traspirava un’aria inospitale e sinistra: cose gravi e sconosciute lo attendevano. Superò senza scostare, probabilmente senza sentire, i rovi che gli laceravano le carni, e si trasse ansimante e sanguinato fino a un terreno brullo. Rimase immobile come se tutto si fosse chiuso intorno a sé poi sentì delle gocce di sudore accumularsi nelle sopracciglia e colare di colpo giù sulle palpebre ricoprendole di un velo tepido e denso. Con gli occhi che vagavano in un indistinto vagabondaggio, scorse una campagna, ruggine e verde, sobbalzare in un nembo di caldo sotto il sole eccessivo e ronzare del grido inconsolabile degli insetti. I rari alberi ingrandivano il paesaggio, toccato all’orizzonte da una striscia irregolare di basse colline poi, fugaci movimenti, quasi di sogno, gli passarono davanti e gli sembrò di vedere, lontano, torbidi animali neri al pascolo. S’impegnò con fatica a modellare la materia remota e incoerente dalla quale sorsero, nitidamente, uomini curvi a torso nudo che raccoglievano i pomodori. Stordito dalla luce cruda che dal cielo si riversava sulla campagna, l’uomo prese un sentiero che portava a un olivo; si sdraiò all’ombra accumulata ai piedi dell’albero, passò le mani dietro la nuca, e, immobile, lo sguardo inerte, sentiva circolare le onde del suo sangue. Aveva una gran sete e il vago sentimento che non riusciva a decifrare tornava a insinuarsi nella sua mente ma, pochi minuti dopo, il sonno l’annegò come un’acqua scura.

   

   

         L’uomo giacque supino, sognò e si lamentò; infine, si svegliò mentre una fiammata d’ultimo sole obliquo lo disegnava e un triste canto s’avvicinava e s’allontanava, nel va e vieni della brezza che passava sulla campagna portando con sé un profumo di sale e mitigando il caldo soffocante che restava del giorno. La sete lo abbatteva ma camminò, con lentezza possente, tra i campi già confusi nel crepuscolo che gravava. Poi la stanchezza l’arrestò improvvisamente accanto a un leccio; in alto, caotici rami s’intrecciavano piegati dai venti da sud-est, e nella penombra sedevano quattro braccianti attorno a una tovaglia sulla quale c’era del cibo. Quando alzarono gli occhi, l’orrore e la compassione si fusero insieme e tutto si fermò lì tra le carni e la maglietta lacerate, il sangue rappreso, il doppio silenzio loro e dell’uomo scalzo che fissava una bottiglia d’acqua, e le sue labbra arse si movevano come ansiose di formulare una richiesta. E un bracciante, dopo aver ripreso un certo dominio sul proprio stupore, riempì un bicchiere d’acqua e lo tese all’uomo, che lo trangugiò d’un fiato. Allora, con aria di benevolenza gli diede l’intera bottiglia dicendo:

         — Bevi, fratello, bevi se hai sete!

         Mentre l’uomo si dissetava, i braccianti parlarono adagio; tra una parola e l’altra faceva in tempo ad insinuarsi il silenzio, poi l’invitarono a sedersi accompagnando le parole con un gesto della mano.

         Divisero il cibo e mangiarono.             

         Già il sole si staccava rapidamente dalle remote colline e giù per i campi irrompevano le livide folate della notte sopraggiungente, quando un bracciante si rivolse all’uomo con voce bassa ma chiarissima:

         — Mi chiamo N’dululu — E, dopo una lunga pausa, domandò placido: — Come ti chiami, fratello?

         L’uomo, a un braccio da N’dululu, era come se fosse remotissimo; sembrava non percepire i suoni che l’altro infondeva.

         — N’dululu! — Riprese il bracciante puntandosi l’indice. Poi indicò ad uno ad uno i suoi compagni scandendo i loro nomi: — Ahmed, Modou, Abdi — infine, puntò il suo indice contro l’uomo e domandò:  — Tu! Come ti chiami?

         Un vago pallore invase il volto dell’uomo, impietrito, con la testa china di lato, gli occhi rivolti in alto, come in cerca nell’aria di una risposta. Poi, fu colto dal terrore, si alzò, si guardò da tutti i lati come se cercasse un riferimento; si girava su se stesso, borbottava sillabe sconnesse che gli morivano sulle labbra, ricominciava a scrutare la campagna coi suoi occhi colme dell’improvvisa oppressione, infine, con le mani strette a pugno si comprimò le tempie come se stesse strizzando la sua memoria porosa per l’oblio. Ma era molto più arduo che tessere una corda di sabbia; sillabe, solo sillabe sradicate e mutilate era la povera elemosina che gli lasciavano le ore e l’intero passato: la sua memoria si era persa come l’acqua nell’acqua.

L’uomo si gettò sulla terra e restò immobile, le narici dilatati, la bocca semiaperta, i pugni contratti, simile a una piccola sfinge. N’dululu, Ahmed, Abdi e Modou si guardavano, senza abbassare gli occhi, e pensavano all’unisono, ma non avevano tradotto in parole i loro pensieri e sentivano il contagio dell’inquietudine di quell’uomo.

         Lā ilāhā illā Allah; non esiste un dio all’infuori di Allah; Lā ilāhā illā Allah — Ripeteva N’dululu, con un’ombra di apprensione che vibrava nella sua voce, unendo, quasi in atto di preghiera, le punte delle sue dita magre e callose.

         Passarono minuti immobili. I quattro braccianti erano come paralizzati alla vista di quel dolore poi, N’dululu si avvicinò all’uomo, gli poggiò una mano sulla spalla e domandò con grande commiserazione:

         — Ma non ti ricordi proprio niente, fratello? — E sentì subito, nel dire quelle parole, quanto fosse irrisorio interrogare quell’uomo inconsolabile per il quale il passato era solo un indefinito rumore.

         Il silenzio sterminato tornò incontrastato signore del luogo mentre l’uomo lottava, inutilmente, contro l’oblio inesauribile e grosse lacrime di stanchezza e di dolore gli scendevano sulle guance. Ma, per via delle ferite, non gli colavano giù; si distendevano, si raccoglievano, e formavano una vernice d’acqua su quel viso distrutto.

 

 

         La notte si era fatta spessa. I braccianti si alzarono senza rumore, in una inutile perfezione del silenzio. N’dululu piegò e lisciò la tovaglia con irreprensibile meticolosità e la rimise in uno zaino. Poi, con una ombra di turbamento sul volto, fece rialzare l’uomo abbandonato alla furia della sua disperazione, stravolto, con le pupille accese dalle lugubre fiamme dello smarrimento. Presero, in fila, per un sentiero rettilineo di terra battuta mentre la luna, bassa e circolare, sembrava accompagnarli; e, giunti davanti a una vasca d’acqua, si rinfrescarono, offrirono all’uomo vestiti puliti e lo calzarono; poi raggiunsero una stazione ferroviaria e salirono su un treno diretto verso la città.

Insieme, occuparono un compartimento e i braccianti confabularono, con aria imprenditoriale, di grandi investimenti collettivi e di commercio ambulante poi si addormentarono. Tutta quella notte, la lucidità intollerabile dell’insonnia s’abbatté sull’uomo che, chiuso nel suo imponente silenzio, a tratti si prendeva il volto fra le mani e la sostanza fuggitiva del tempo gli attraversava quel buio che aveva nel cervello. Infine, la notte precipitò nel giorno e attraverso i vetri dei finestrini, a destra e a sinistra, ora si vedeva, la città disintegrarsi; poi, le sagome tetre, senza luce, delle torri popolose si alternarono con rapidità decrescente e il treno si fermò. L’uomo, gli sguardi atoni e pesanti, attraversò la febbrile stazione seguendo come un automa i braccianti. Sui marciapiedi, fitti grappoli di passanti affrettati, dai volti immobili e neutri, affogavano nel frastuono e nella caligine che avvolgeva la città.

         — Fratello! — Disse N’dululu, e aveva nell’accento con cui pronunciò quella parola una malinconia solenne e tranquilla — Qui le nostre strade si separano. Ti affidiamo all’Onnipotente che non abbandona mai una sua creatura. Se la tua amnesia persiste, rivolgiti alla polizia.

         Tutti gli strinsero la mano e l’abbracciarono come se quella notte in cui non avevano scambiato parola avesse aumentato la loro intimità. Gli infilarono una banconota in tasca e, attraverso le scale, sprofondarono nelle viscere della città.

Più nulla di loro giungerà fino a lui; non li rivedrà mai più e non li incontrerà mai più.

 

 

         L’uomo guardò il cielo, puro ma senza splendore, sopra gli edifici ai lati dello piazzale animato da una folla solitaria. Pensieri confusi gli turbinavano dentro, insieme con insensate paure. Spinto dalla necessità di calmare il suo grido e di ridurlo alla ragione, camminò rasente alla vetrata della facciata della stazione e si mimetizzò, rannicchiandosi in un angolo ai piedi di un pilastro. Volle ricordare, volle popolare in qualche modo il suo passato; ma poté appena sentirsi, per un tempo indeterminato, percettore astratto del movimento frenetico della gente, con inconfessata e forse ignorata tristezza. Dimenticò il suo destino di uomo senza passato mentre i suoi occhi d'estraneo registravano, passivamente, il fluire di quel giorno, poi dormì pochi frammenti di sonno debole, fugacemente traversati da ricordi recenti, inservibili. Aprendo gli occhi, guardò la luce vana d’un tramonto che prese per un’aurora ma i lampioni si illuminarono d’improvviso e l’uomo richiuse gli occhi pallidi e cadde in un sonno di piombo.

Improvvisa, una mano sconosciuta lo toccò. Si alzò come se gli fosse scoppiato un petardo accanto, il cuore sopraffatto da palpiti frenetici, frastornato dallo sfolgorio della luce.

         — Stia calmo, calmo! — Disse la voce, sommessa ma limpida, di una volontaria che gli tendeva una busta contenente cibo e frutta, prima di domandare con delicatezza: — Preferisce panini al formaggio o al prosciutto?!

         L’uomo, i pensieri incerti, taceva; e, dopo un momento, mentre un giovane gli versava un bicchiere di tè da un thermos, la volontaria, rivolgendogli lo sguardo degli occhi leali e sereni gli chiese:

         — Lei è musulmano?!

         L’uomo biascicò sillabe sconnesse, sfuggì lo sguardo della donna, poi, cadde a sedere, la lingua legata, e la sua espressione mostrava una dilatata desolazione, e da quel giorno, anche le sue sillabe cessarono, come se qualcosa dentro di sé si fosse chiuso per sempre.

Mangiò. Lacrime di solitudine gli caddero sul pane e gocciolarono dentro il tè; poi, per sfuggire all’abbraccio di un improvviso freddo, entrò, furtivo, e si sedette nella sala d’attesa occupata da persone molto magre, vestite dimesse, bestialmente assopite, scosse da oscuri affanni, le bocche socchiuse e cadenti. Quasi ognuna aveva accanto un carrello da supermercato carico di insulsa miseria. Di tanto in tanto, un rumore strano giungeva all’uomo che non riusciva a comprendere che cosa fosse. Finalmente, si accorse che alcuni dei vecchi si succhiavano, nel sonno, l’interno delle guance lasciando sfuggire quegli schiocchi curiosi.

         — Andiamo! Sveglia, si chiude! Sveglia. Tutti fuori! — Gridò improvvisamente un poliziotto.

         Tutti obbedirono. Si alzarono con gli stessi gesti precisi da automa e se ne andarono formando un branco al quale, per istinto, l’uomo si aggregò. Si procurò anche lui un cartone e si sdraiò sul marciapiede lungo un muro della stazione ferroviaria della città.

Così, quel luogo di partenze, di incontri e di fughe divenne la sua dimora; lasciò che i giorni lo dimenticassero, che su lui girassero i cieli dal crepuscolo del giorno a quello della notte, sempre sdraiato nelle tenebre. Chiuso nel suo mutismo; i panini, la poca frutta e qualche bevanda dei volontari erano pascolo sufficiente al suo corpo consacrato all’unico compito dell’oblio e dell’estraniamento.

 

 

         Una notte miserabile, dopo la chiusura della stazione, l’aria era umida e il cielo, fenduto e rigato da lampi, ordiva una pioggia. Di tanto in tanto, turbini di polvere attraversavano il marciapiede dove l’uomo sedeva a gambe incrociate sul suo cartone poi, un improvviso guaito arrestò i suoi pensieri facendolo trasalire; voltò il capo e a poca distanza una macchina frenò. Il conducente scese, la brace del suo sigaro ravvivata a momenti, e controllò con imperturbabile placidità il paraurti e la griglia, poi ripartì mentre un barboncino femmina dal pelame nero strisciava verso il marciapiede, trascinando le sue zampe posteriori, fra lamenti mescolati a una lugubre saliva di sangue che gli colava dalla bocca. L’uomo, con un gesto irresistibile, prese in braccio il barboncino investito che rantolava penosamente, tutto il corpo agitato da un tremito; e, con un profondo impeto di pietà lo strinse delicatamente a sé e si risedette, il cuore stretto.

La cagna attraversata da fitte acute, aveva delle contrazioni al basso ventre che si susseguivano senza sosta e un nodo alla gola le impediva di respirare ritmicamente. Poi, con emozione, l’uomo vide emergere dal corpo del barboncino la testolina umida e vischiosa di un cucciolo che, lentamente, scivolava fuori scalciando tra gagliardi vagiti, il musetto increspato da una espressione rabbiosa. E la cagna s’incurvo sul suo cucciolo gemendo, lo leccò, poi la sua testa vacillò, come se l’ebbrezza delle tenebre l’avesse afferrata mentre e le sue zampe anteriori, posate sul ginocchio dell’uomo, si misero a raschiare convulsamente con le unghie la stoffa dei pantaloni. Aprì lentamente gli occhi dove appariva la cupa profondità dell’abisso e guardò l’uomo che, le labbra tremanti e gli occhi lucidi, aveva l’aria di chiedere che cosa poteva fare. Spossata dall’imperiosa agonia, la cagna lasciò cadere la testa poi, con un ultimo sussulto, la sollevò, leccò la mano dell’uomo e morì.

Il cuore oppresso, l’uomo alzò gli occhi al cielo che, forato dai lampioni, lasciava cadere, con un rumore accanito, violenti goccioloni di pioggia sulle macchine parcheggiate.

         — Quel povero cucciolo morirà se non ti sbrighi a allattarlo! — Alitò una signora dagli occhi socchiusi, simili a due lumi senza splendore in mezzo a un nido di rughe.

         Poi si alzò e frugò nel suo carrello da supermercato in fretta per quanto glielo permettevano le sue vecchie mani.

         — To’! — Disse, porgendogli una boccetta di collirio vuota e una busta di latte — Allattalo con questa, sbrigati!

         In una disperazione di tenerezza, l’uomo distese accanto a sé il corpo svuotato di vita, riempì la boccetta e l’avvicinò al musetto del cucciolo che mandò teneri minacciosi brontoli poi cominciò a poppare con una avidità disarmante, mentre l’uomo lo fissava con dolcezza, perduto in un beato delirio e avvertendo un misterioso agitarsi di tutte le sensibilità latenti.

Dopo la poppata, il minuscolo barboncino dal pelame grigio, cullato, sbadigliò nel modo più melodioso poi s’addormentò; e, l’uomo, con grande e strano sommovimento nel cuore se lo mise delicatamente nel tascone del suo impermeabile liso e consunto, con un gomito spelato e l’altro bucato. Portò in braccio la cagna, figura impassibile, e camminò a passi grevi fino a un giardinetto pubblico, orlato di siepi di oleandro dalla parte della strada. A quell’ora, il luogo era solitario, e di notte era triste, illuminato da un lampione obnubilato. In un angolo formato da due decrepiti muri, in parte, foderati di edera, l’uomo scavò una fosserella nella terra intrisa di pioggia. Seppellì il barboncino poi si distese su una panchina; oppresso da un singhiozzo, la faccia contratta in una smorfia e il cucciolo sul petto, guardava nel volto del cielo il degradare di colori che conduce la notte al giorno.

Già l’alba imbiancava la vetta degli alberi quando l’uomo attraversò il giardino, cosparso, qua e là, di fiori illividiti e ritornò alla sua dimora.

 

 

         Giorno dopo giorno il cucciolo, crescendo, venne a occupare nel cuore dell’uomo un vuoto che gli si chiuse intorno. Era come se una mano si fosse aperta e gli avesse improvvisamente gettato una manciata di raggi; e, a forza di vivere insieme, tutte e due finirono per somigliarsi. Il cane ha preso dall’uomo il silenzio, non abbaiava mai e non aveva un nome. L’uomo, da parte sua, ha preso dal cane un modo di camminare con piccoli passi veloci e saltellanti. Sembravano della stessa razza. A volte, l’uomo lo stuzzicava tormentandogli la coda e il cane gli faceva certi teneri rimproveri con gli occhi parlanti, alzandosi in punta di zampe per raggiungere la sua altezza e cercando di vedergli nel volto una briciola di gioia. Spesso si sedevano sul loro cartone, quieti spettatori di un mondo intollerabilmente veloce che, per gioco, tentavano di incorniciare guardando attraverso una griglia metallica che trovarono rovistando tra i rifiuti di un cassonetto. Vedevano, con gli occhi dietro la griglia, baraonde unanimi che sbucavano dal profondo del sottosuolo nella libera luce; donne sospese su tacchi a spillo, alti e vertiginosi, i colori dei loro capelli e le loro acconciature sempre instabili, tentavano continue metamorfosi come per sfuggire a se stesse. Gente indaffarata, affrettata. Ciascuno ha le proprie occupazioni, ciascuno basta appena a se stesso; e per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani. Tessono un labirinto e si costringono a errarvi misurando con insensati passi sempre più rapidi il tempo e lo spazio. E la griglia sembrava sottolineare, grossamente, la loro condizione di eterni prigionieri. L’uomo fissava il barboncino negli occhi, e questo scoteva un poco la grigia testolina con amara mestizia, come a significare di sì, che non c’era proprio rimedio: “Così sono fatti e mai più guariranno”, pareva esclamare dentro di sé il barboncino, senza che il silenzio esteriore fosse rotto; e, entrambi, uomo e cane, con sollievo pensavano di esserne fuori, spettatori incontaminati. Ma qualcosa simile all’orrore accadde una notte.

 

 

         L’uomo dormiva nella sala d’attesa, la testa un po’ piegata in avanti e la schiena curva contro la spalliera del sedile, aveva sulle cosce il barboncino che, raggomitolato, crogiolava in un gradevole stato reso ancora migliore dalla sonnolenza. Uno dei vecchi si svegliò tossendo a lungo e l’uomo riemerse adagio dal sonno, aprì gli occhi e vide che il vecchio, con un tremito senile, sputava in un fazzoletto a fiori e ognuno dei suoi sputi era come uno strappo. Tutti gli altri dormivano, abbandonati su se stessi, ad eccezione di uno che, puntando il mento sul dorso delle mani appoggiate al carrello, lo guardava fisso come se non aspettasse che il suo risveglio.

         — Converso solo con i defunti. — Disse, come se riprendesse un dialogo appena interrotto. Rimase per un bel po’ a fissare l’uomo e aggiunse: — Ascolto i morti con i miei occhi; leggo i libri! — Prese dal suo carrello una Bibbia e, da una pagina segnata, cominciò a leggere con una cadenza saporita, come se le parole gli si condensassero in bocca in forma di cose concrete e deliziose da gustare: — “Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna.” — E esplose in una risata stridula e lugubre che fece svegliare tutti, attraverso la quale tossiva e leggeva: — Ah, ah, ah… “Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenevamo colpito, percosso da Dio ed umiliato”… Ah, ah, ah…

         Un vegliardo smilzo, le labbra risucchiate nella bocca senza denti, cominciò una rumorosa risata ma l’interruppe di colpo, con finto o vero disagio, perché il signore che leggeva lo saettò con una occhiata ardente e gli disse, con un tono irritato e vibrante:

         — Come osi calpestare così un immeritato dolore? — E da quel momento si vide abbassarsi sul suo volto un cupo velo che non si alzò più; abbassò gli occhi sulla Bibbia e riprese: — “Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è caduto su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti.” — Dopo ognuna di queste parole, la testa del vecchio aveva uno scatto come se i torti da lui subiti gli si agitassero nel petto, e solo con fatica riuscisse a dominare l’impeto di manifestarli chiaramente — “Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e l’Eterno ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.” — Il barboncino osservò quel venerabile, si accorse che era magro e sparuto, e che gli occhi infossati tradivano lunghe privazioni. Emise un gemito con cui pareva gli chiedesse di interrompere l’oracolo, ma il vecchio fece solo una piccola pausa, inghiottendo con sforzo la saliva come se le parole avessero un gusto amaro e riprese: — “Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca.”

         E tacque, immobile come folgorato, senza poter leggere né respirare, come se un pugno chiuso gli serrasse la gola. Poi appoggiò sul carrello, in una sorta di stretta convulsa, le mani smagrite e rugose, e il suo capo canuto cadde sul libro aperto; il suo volto si inabissò nelle pagine, e se qualcuno fosse passato per la sala d’attesa in quel momento avrebbe udito spaventosi singhiozzi.

         Una signora, vestita dimessa e attraverso la stoffa si vedeva il funebre telaio delle ossa, cominciò un segno della croce e guardò l’orologio del tabellone che continuava a macinare la vita. Congiunse le narici e nella sala tutti intesero uscirle dal petto uno di quei sospiri profondi che sembrano alleviare una oppressione, ma lacrime lente e amarissime colavano già per la pelle raggrinzita mentre sul suo carrello pendeva floscio, con sinistro abbandono da impiccato, un  soprabito sbrindellato.

         Gravava ormai nella sala il sentimento della notte, quando le paure escono dai muri e l’infelicità umana si fa penosa. Quasi tutti piangevano. Il cane invece seguiva con gli occhi un pipistrello intrappolato nel vitreo labirinto; e, da una parete all’altra, il battito silenzioso delle sue ali, simile a moto pendolare, scandiva sempre più precipitoso il tempo che, senza curarsi delle persone, passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle.

L’uomo, sotto la grandine dei pianti dirotti, si rese conto come i successivi scatti di cifre dell’orologio numerico del tabellone si facessero sempre più fitti. E forse, allora, poté scorgere in qualcun altro, anch’esso trascinato e trasformato dalla città, uno specchio mostruoso del suo destino. Guardò il barboncino negli occhi che, grandi com’erano, sembrava di leggervi una maggior quantità di tristezza, e questo annuì amaramente con un cenno della testolina: “Sì, anche noi siamo dentro il labirinto e non facciamo altro che aspettare, spesso nella posizione della nostra morte, la dispersione immensa”. I due si serrarono; avevano l’aspetto di due debolezze che si appoggiavano l’una all’altra, e per un istante sentirono che il duro carico della loro mente stava per rompere in pianto, ma…

         — Andiamo! Sveglia, si chiude! Sveglia. Tutti fuori! — Gridò meccanicamente un poliziotto, senza accorgersi che quella notte nessuno dormiva.

         Tutti obbedirono. Si alzarono con gli stessi gesti precisi da automa e se ne andarono formando un branco al quale, questa volta, l’uomo e il cane non si aggregarono.

       

 

         Fuori, le file degli edifici avevano assunto l’aria astratta che sogliono assumere nella vasta notte, quando l’ombra le semplifica e le cupole, illuminate dai riflettori, diventano tante lune pallide sull’orizzonte scuro dei tetti. L’uomo e il barboncino erravano per le vie della città, ebbri d’insonnia, portando con loro dappertutto quella sala d’attesa con dentro l’infelicità umana e l’inarrestabile fuga del tempo; un carico mostruoso e un incubo che non avevano la possibilità di interrompere.

Attraversarono un antico ponte ad archi, gettato su un fiume dalle acque colore di deserto, e percorsero con crescente rapidità il viale delle raccoglitrici di cotone, punteggiato sui bordi dei marciapiedi di pantaloncini in lamè d’oro e di parrucche biondo-cenere e rosso-tiziano, che andavano su e giù portando il proprio messaggio da una automobile all’altra, in una specie di catena di montaggio del sesso.

Nel più squallido e deplorevole sobborgo della città, il cane e l’uomo avevano già un passo diverso, un salterellare meno leggero e vivace, con un fondo di ansia e fatica, come se sentissero che la vita stava per cambiare. Una automobile balorda rallentò, si fermò più avanti poi fece marcia indietro. Nel grande silenzio il rumore echeggiò forte e cattivo, e, d’istinto tutte e due fecero per acquattarsi dietro un albero; poi si dominarono e restarono immobili in attesa di eventi. A bordo c’erano quattro giovani assurdi che tenevano i capi eretti con atteggiamento di alterigia decisamente ostile, e scesero armati di spranghe. Per il terrore, il cane s’accovacciò e l’uomo si appoggiò al muro, ansimante, come se aspettasse di essere fucilato. Un attimo, e uno dei giovani fece scoppiare dalla sua tempia le fiamme dell’inferno. La testa gli girò prima da una parte poi dall’altra, gli sembrò che i muri e il marciapiede si spostassero violentemente;   la tenne tra le mani finché si fermarono di nuovo, poi alzò lo sguardo e i loro occhi s’incontrarono. L’uomo si sentì orribilmente solo fra gente nemica e il barboncino ringhiò, serrò tra i suoi piccoli denti l’orlo dei pantaloni dell’aggressore e lo strattonò; ma un calcio lo fece avvitare in aria due volte su se stesso e atterrare con un lamento sordo. Nel cuore di quella città piena di sonno, il gemito salì lentamente, frammisto ad altre voci acute e burlesche. L’uomo fece in tempo a correre verso il cane, cadde in ginocchio e si inarcò su esso mentre le spranghe gli imprimevano righe di fuoco sul dorso, senza intervalli di remissione; perpetrate in maniera sistematica, spietata, con l’impudenza di chi assapora la voluttà della violenza. Poi, per un attimo, intravide una spranga eternizzare una traiettoria inconclusa…un colpo al capo. Tentò di schivarlo ma comprese, rassegnato, che il momento per farlo era già trascorso…non il più tenue rumore gli giunse dal mondo, e stramazzò.

Riemerse dallo svenimento come se gli fossero passati sopra al galoppo i Sette Cavalieri dell’Apocalisse; rivoli di sangue gli scorrevano per il volto e tutto quel provava era tumultuoso e incoerente; il cane, schiacciato sotto il suo peso, gemeva. Afferrò il barboncino e fuggì nella notte forata dai lampioni, curvo e cascante mentre le ondate di vertigine ritornavano a sbalzi, e ogni volta doveva fermarsi e appoggiarsi a un muro, per riprendere fiato che era completamente spolmonato. Girò a sinistra, lungo il marciapiede; s’infilò nello spiraglio di un vicino recinto e scese dei gradini di cespugli calpestando mostruose ombre di forme idolatriche che vigilavano ciò che restava di un tempio il cui dio non riceveva più onori dagli uomini; un desolato esilio dove il vento soffiava tra le antefisse portando ignoti messaggi che facevano ristagnare l’incubo dell’aggressione. Allora l’uomo sentì il freddo della paura, cercò nei muri, tra le crepe degli anni, una nicchia e si rincantucciò tra mucchi di dense tenebre abbracciando il cane e coprendosi con foglie sconosciute. Poi si costrinse a dormire per distrarre i silenziosi tormenti ma, prima dell’alba, ebbe un incubo tenace che lasciò nella sua mente una risonanza ostinata.

 

 

         L’uomo si svegliò a giorno fatto, intorpidito e dolorante per i lividi, ancora prigioniero nelle gallerie del suo inestricabile incubo e il pensiero addensato attorno a una ipotesi incoercibile. Scivolò via dal tempio e vagò per le strade della città con aria di distacco e una tristezza impersonale, quasi anonima. Di tanto in tanto, si fermava vicino alle automobili parcheggiate lungo i marciapiedi a guardare negli specchietti retrovisori, costatando, con una vertigine stupita e leggera, che nessuno lo rifletteva. Che convinzione assurda, pensava l’uomo, rendendosi conto della sua stoltezza, eppure non riusciva a scacciarla; guardava gli specchietti e essa immediatamente tornava a ingorgare la sua mente, protetta dal silenzio. Al suo fianco, il barboncino teneva il muso in avanti e il collo teso. Osservava l’uomo e, il suo sguardo, il minimo gesto esprimevano e traducevano una sola idea: l’inquietudine.

         L’uomo entrò, seguito dal cane, nel bagno della stazione ferroviaria dove lo attendeva, segreta, una lucida visione fondamentale; la visione con cui finalmente conoscerà il proprio volto. Dapprima vide tutti gli specchi ma nessuno lo rifletté; poi entrò un giovane che, prima, lo osservò quasi con timore, sicuramente con repulsione, poi, si mise a sorridere lavandosi le mani. Fu allora che l’uomo guardò nello specchio che rifletteva l’immagine del giovane e intravide la sua, terribile; i capelli lunghi erano misti a ciocche grigie e rosso sangue rappreso, la fronte rugosa, il colorito plumbeo con lividi blu o neri, le gote flaccide, i denti scalzati e la barba pareva mangiargli il volto. Rifiutò la tragica erosione degli anni, rifiutò il suo volto, perché la mente non si arrende alla disperazione senza aver esaurito tutte le illusioni, e guardò di nuovo lo specchio che, per un attimo di pietà, non lo rifletté più, ma subito dopo si riformò, fuggevole e mobile, l’immagine sinistra della sua faccia, sempre più terrea e scavata che ricominciò a dissolversi; e, con un tuffo al cuore e infinita pena, pensò all’irreparabile fuga del tempo, alla vita della città che inghiottì i suoi anni uno dopo l’altro, con velocità vertiginosa.

Per molti giorni, nella veglia quasi perpetua, il suo volto crepato dalla miseria e dalla fuga del tempo infestò il suo incubo; e non poteva sapere ormai se un certo particolare fosse una trascrizione della realtà o un mero gioco d’impressioni, perché tutti gli specchi lo dichiararono invisibile e nulla l’avrebbe interpellato nel mondo reale riscattandolo dalla condizione di vana apparenza.

Vagabondò insieme al cane per le strade covando l’odio contro le dimensioni della città e una tristezza non minore di quell’odio. Poi, in una notte di quelle deserte, nel silenzio che strisciava lungo le architetture geometriche, i grevi passi dell’uomo scricchiolarono sulla neve, cessata, che aveva coperto interamente le strade e aveva steso fragili cornici lungo i parapetti dei balconi che ogni tanto si staccavano e precipitavano con piccoli tonfi. Molinava un polverio di ghiaccioli e, qua e là, lungo i bordi di una fontana si scorgevano strisce bianche verticali che scintillavano alla luce dei lampioni. L’uomo, con gli occhi velati di pianto, allungò il corpo e le gambe martirizzati dalla stanchezza su una panchina e si lasciò trascinare nel sonno da un torpore improvviso, il barboncino disteso contro il suo fianco. Ma presto, nell’ora senza nome, una orribile sensazione di gelo gli penetrò nelle viscere. Aperse gli occhi e vide che fiocchi bianchi cadevano dall’alto in un corteo di silenzio e che era tutto incrostato di neve. Richiuse lentamente gli occhi con una vaga aria di punizione, invaso da una sonnolenza strana che lo rendeva indifferente al freddo, indifferente ai pensieri del buio e alla tristezza di essere solo, indifferente alla città straniera e assurda, indifferente all’indifferenza.

 

 

         Il tempo soffiò per due notti di gelo senza curarsi dell’uomo. Peraltro, nessuno in tutta la città pensava a lui, sommerso com’era in una vasca di sonno profondo e oscuro. Poi, una mattina simile alle altre, mentre la folla errava con rapidi passi insensati nel suo labirinto celato da un velo di caligine, subdolo e uniforme, un vigile urbano si avvicinò alla panchina; il cane gemeva con immutata pena, l’uomo dormiva tranquillo sotto la neve. Sulle livide labbra raggelato un sorriso.

Dopo due ore di formalità, verso mezzogiorno, raccolsero il suo rudere in una cassa e  lo portarono  nel mezzo del frastuono  come un brandello di silenzio.

 

 

 

 

 


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