Chi sono

Utente: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

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mercoledì, 08 agosto 2007

I SOMMERSI

Migra 1 

 


         Il futuro mi preoccupa, perché è il luogo dove penso di passare il resto della mia vita.”

Woody Allen

   

 

         Il sole declinava al tramonto e si sentiva alitare un’aria di mare, mista all’odore di frescura diffuso dalla pioggia che era caduta tutto il giorno. Ai lati dei fangosi passaggi, sedevano uomini e donne che si erano incontrati lungo la strada della vita e guardavano il fiume Vjosa che quel giorno era immobile sotto il cielo, e tuttavia con un lento moto in superficie come se in quel riposo respirasse. Qualcosa in loro offriva una debole eco a quel moto e agitava le profondità della loro memoria producendovi un tumulto. Un uomo dai capelli candidi, che accoppiava alla maschera della vecchiaia quella della tristezza teneva i pugni sulle ginocchia e il capo reclino in avanti come se stesse guardando in un precipizio, poi sollevò il viso alla brezza fresca e parlò in kurdo ad una donna che stava gingillando un bamboccio che poppava gagliardamente, palpeggiando il seno con la zampetta rosa. A poca distanza, alcuni bambini vestiti dimessi giocavano a fare buchi in terra, e sul lungofiume un piccolo solitario gettava indolentemente sassolini nell’acqua. Inaspettatamente, da una strada sterrata che s’internava in mezzo ad un boschetto, sbucò un gommone trascinato da un trattore e tutti, donne, uomini e bambini, si alzarono in piedi.

         Rrini ulur, rrini ulur, state seduti — gridò un giovane albanese gesticolando per farsi intendere.

         Tutti obbedirono, pochi parlarono, e se qualcuno aveva qualcosa da dire, poteva solo riferirsi al suo futuro perché il futuro era ancora suo e lo poteva dipingere nei colori che preferiva. E mentre le donne covavano con gli occhi i bambini per tema di un incidente con quell’espressione ferina propria della maternità, il gommone veniva messo in acqua e assicurato ad un palo, al quale aderiva un marciume filamentoso come capigliature verdastre.

         Attraverso il sentiero che si attorcigliava tra i cespugli bassi fino al fiume, giunse un giovane, uscito dalle più insondabili densità dell’ombra sociale, che occupava la strada con un’irritante aria di superiorità e che pareva fare grazia al prossimo della sua vista. Accompagnava una ragazza che indossava dei fuseaux imitazione leopardo e sventolava le sue gambe perfette con la nonchalance di una soubrette d’avanspettacolo. Appena dietro di loro, una donna camminava in mezzo a due uomini e un raggio di sole orizzontale sfiorava il volto della bambina che teneva in braccio, addormentata, con la boccuccia aperta che sembrava un angelo che bevesse la luce.

         — Ma è possibile, Imer — domandò uno dei due uomini all’altro — che da quando sono rientrato in Albania non sono riuscito a vederti?

         — Gezim, cugino caro, è colpa del governo turco — disse Imer, semplificando al massimo la sua risposta — e con la casa piena di profughi kurdi sono costretto a fare viaggi in continuazione.

         — Allora, presto diventerai ricco! — Esclamò Gezim stampandogli una pacca sulle spalle.

         — Magari! — Replicò Imer, rivolgendo al cugino lo sguardo degli occhi leali e sereni — Ma le bocche da sfamare sono tante. Dobbiamo pensare anche alle famiglie degli scafisti detenuti in Italia, e per lavorare in pace bisogna dare a ciascuno la sua parte — e strizzò l’occhio a Gezim facendo il gesto di gettare leggermente qualcosa in aria con una mano1.

         — A proposito di soldi — disse Gezim, cacciando dalla mente la ridda di pensieri che il gesto di Imer gli ispirò — Arben si rifiutò di farci pagare la traversata.

         — E’ normale, sa che siamo cugini — commentò Imer — poi mi risulta che hai fatto un bel regalo al piccolo Sanimet. Pagherai la prossima volta!

         — Speriamo che non ci sia più una prossima volta, non mi piace entrare a casa degli altri di nascosto — alitò la donna cullando la sua piccina che si era svegliata.

         — E’ preoccupata — la giustificò Gezim, suo marito, rivolgendosi al cugino —sostiene di avere un brutto presentimento.

         — Ma no, Aleksandra! Andrà tutto bene, viaggerai col mio gommone e ho fama di miglior scafista di Valona      — affermò Imer, raddrizzando il collo e la schiena con un movimento pieno di strano orgoglio.

         — La sciocchina — riprese Gezim, smussando l’ingiuria con una sfumatura affettuosa — è andata fino a Tirana per chiedere il visto all’Ambasciata d’Italia!

         — Ma non te lo rilasceranno mai il visto Aleksandra! —  Esclamò Imer scotendo la testa con un sorriso sagace — devi solo pazientare, prima o poi, Gezim si metterà in regola e potrà chiedere il ricongiungimento familiare.

         — Ma abbiamo una bambina, Imer — gli disse Aleksandra prima di interrompersi per uno scoppio di dolore, e, dopo aver superato un’emozione che nessuno avrebbe potuto contemplare senza parteciparvi, continuò abbassando la voce rotta qua e là, ma chiarissima: — Ricordati che mio fratello Enver è stato inghiottito dal mare…un giorno venne qualcuno, parlò di un naufragio, fu un momento, un lampo, come una finestra bruscamente aperta sul destino del mio amato fratello…poi tutto si richiuse; non ne sentii più parlare, e per sempre2.

         Ci fu un momento di silenzio, un gemito dell’ombra che gli albanesi intendono, poi Gezim si rivolse a sua moglie con una voce strangolata e con tenerezza:

         — Aleksandra, vita mia, adesso che stai per fare la domestica a casa del mio padrone, tutto sarà più facile per noi, risparmieremo, e come ti ho promesso se riusciamo a finire di costruire la nostra casetta prima di metterci in regola, torneremo lo stesso in Albania: il poco basta e il troppo è assai.

         — Bah! — Esclamò Imer, scotendo la testa di scatto in perfetta armonia con il dispregio espresso da quel monosillabo — Ma che vorresti fare a Valona? Già è piena di gente venuta dalla campagna e che lavora per quattro soldi.

         — Lo so, Imer, lo so — disse Gezim sconsolato e aggrottando pensosamente la fronte, poi indicò con un cenno del capo la ragazza coi fuseaux e sbottò: — La miseria offre e la società accetta — sospirò e riprese — Prima della rivolta del ‘91 il contadino aveva la certezza delle sementi, dei concimi e dei mezzi agricoli ma oggi, anche i vecchi trattori sovietici e cinesi sono completamente scomparsi per mancanza di pezzi di ricambio e la nostra campagna si è trasformata in una gran nuvola di polvere e disperazione3.

         — Non possono mica lavorare la terra come ai tempi di re Zog — commentò Aleksandra.

         — Se non ci fossimo noi scafisti questo paese diventerebbe una gabbia per topi affamati, finiremmo per ammazzarci fra di noi e vigerebbe la hakmarria, la legge della vendetta4 — affermò Imer amareggiato prima di rivolgersi a Aleksandra — Ti bagnerai un po’, non potrò avvicinarmi troppo alla riva per non fare incagliare il gommone, ma farò arrivare tutti quanti sani e salvi come ho sempre fatto —promise, con grand’enfasi e con fiducia innata nella forza della sua convinzione, ignaro della tragedia che stava per investirli.

         Giunti vicino al gommone, Imer si chinò sulla piccola Valbona e le fece il solletico con un dito canticchiando con una voce alterata dalla leziosità tipica di chi si rivolge ad un bambino, e Valbona rise come un’aurora. La baciò più volte sulla fronte poi disse:

         — Andate a sedervi, devo preparare i motori col mio apprendista che presto occuperà il mio posto — infilò due dita in bocca, fischiò, poi chiamò: — Fatmir, al lavoro — e un ragazzone vispo di circa quattordici anni che passeggiava con aria imprenditoriale avanti e indietro per il lungofiume corse verso il gommone.

         Mentre Imer maneggiava i due fuoribordo YAMAHA di 250 cavalli facendo sciabordare le eliche e Fatmir lo fissava con la testa china di lato come un pettirosso curioso, si avvicinarono due uomini e il più giovane, dall’aspetto semplice e gaio che disponeva a suo favore, si rivolse a Imer in un Italiano di cui non poteva certo dirsi assente un robusto accento nigeriano:

         — Imer, questo signore kurdo, Salah, afferma che la sua gente è preoccupata e vuole sapere quando si parte.

         Imer spense i motori e si rivolse al giovane nigeriano:

         — Joshua, spiega a Salah che capisco quello che prova perché so che stanno camminando da un mese e la strada per arrivare in Germania è ancora lunga — e si fermò per dare il tempo a Joshua di tradurre in inglese, poi riprese: — digli che non vogliamo mettere a rischio la nostra vita e che ci muoveremo solo quando riceveremo il via — e indicò a Joshua la lunga antenna della ricetrasmittente che un uomo teneva in mano.

 

 

         Al chiarore del giorno morente, la collina della base militare albanese dell’isola di Sazeno si stagliava sull’orizzonte, salda e verdeggiante. Gli equipaggi che stavano per uscire in mare lasciarono l’edificio messo a nuovo della Guardia di Finanza italiana e scendevano sul sentiero serpeggiante tra la ricca vegetazione che porta fino al porto. Sui moli sconnessi, giacevano gli scheletri arrugginiti di quattro motosiluranti albanesi, fatte affondare durante la rivolta del ‘97; dentro l’acqua sono ormeggiate due motovedette italiane classe “Squalo 5000”. I potenti motori borbottavano già e dopo un breve tempo, le due motovedette salparono per tenere sotto controllo il tratto di mare tra Capo Linguetta e l’isola di Sazeno, il corridoio utilizzato dagli scafisti per dirigersi verso il Salento.

         Nel crepuscolo che si addensava, i radar tenevano sorveglia la situazione, mentre le due “Squalo”, l’una fuori l’isola di Sazeno e l’altra dietro Capo Linguetta, si facevano cullare dall’acqua nell’attesa della preda. Sul ponte qualche nostalgico si volgeva alla linea del mare toccata all’orizzonte da una striscia di luce argentea diffusa da un sole invisibile, che rivelava le navi mercantili come altrettante ombre. All’improvviso, il comandante della motovedetta vicina a Sazeno mise sotto sforzo i motori, e, a luce spenta, virò a sinistra puntando la prua su Capo Linguetta segnalando in codice via radio all’altro mezzo della Finanza l’intercettazione di un “bersaglio mobile”: l’inseguimento era iniziato. Appena la motovedetta ebbe scapolato la penisola di Karaburun, il braccio della baia di Valona, i cannocchiali ad intensificazione di luce svelarono, su sfondo verdastro, l’esistenza di un gommone, subito raggiunto e costretto a costeggiare la base d’Oricum risalendo verso Valona.

Lo scafista accelerò, finse una manovra per passare di prua allo “Squalo” poi decelerò bruscamente lasciandosi superare da quel siluro galleggiante in grado di raggiungere i cinquanta nodi, e lo superò di poppa. La manovra riuscì ma le due motovedette della Finanza sfrecciavano ormai parallelamente. In mezzo, il gommone. Nuovamente costretto ad avvicinarsi alla costa, inseguito a breve distanza dai due comandanti, senza turbamento e con il plauso della coscienza, attenti ad evitare qualsiasi abbordaggio, qualsiasi “incidente”, in acque albanesi5.

Il gommone fuggitivo compì una nuova manovra brusca, imprevista e si fermò del tutto illuminando con un faro le due motovedette della Finanza.

         — Figli di un cane! — Esclamò l’ufficiale che aveva il comando tattico dell’operazione — Ci hanno giocato, era un’esca, un diversivo.

         E avvisò immediatamente la centrale operativa della Finanza di Durazzo d’allertare Otranto: il radar segnalava altri “bersagli mobili” che puntavano sul Salento, ormai fuori portata.

Il poliziotto albanese che si trovava a bordo della motovedetta italiana comunicò l’accaduto all’unico motoscafo albanese in zona, e rimase per un bel po’ a fissare la sua radio ridacchiando con un misto di godimento e ammirazione che gli tingevano il viso di rosso fuoco.

 

         Durante l’ultima fase dell’inseguimento, Imer ricevette via radio il segnale convenuto; il gommone, carico di profughi kurdi, di migranti e di qualche avventuriero, percorse un tratto del fiume Vjosa, superò la zona della palude che a quel tempo era desolata, opprimente e solitaria poi entrò nella laguna di Valona e cominciò a planare, fronteggiato dall’immensa notte. Ora, davanti ai condannati all’esodo e alla sopravvivenza c’era una muraglia orizzontale, una muraglia d’acqua e di buio ma qualcuno, con calda fantasia, già si figurava la vita che trascorrerebbe in Italia, abbellendola di minuti particolari che lo facevano trasalire di gioia mentre lo splendore, la ricchezza e la felicità gli apparivano alla rinfusa, in una sorta di irraggiamento chimerico. A molti altri invece, da sempre ignudi sotto la brezza sferzante della sventura, si ridestarono in petto con maggiore dolore tutti i sentimenti così crudelmente feriti, tutta la vergogna e l’angoscia, ma conservarono il silenzio solenne che si erano portato dalle case distrutte nella terra negata.

Il gommone si stava allontanando sempre di più dalla costa, ma la mente di Aleksandra non poteva abbandonare il posto con la stessa rapidità, e mentre la piccola Valbona dormiva profondamente nelle sue braccia fatte di tenerezza, lei si voltò verso Valona, prima che la buia pianeggiante distanza la inghiottisse non lasciando più nulla di visibile ai suoi occhi. Sulla sua destra vide una catena di montagne, dolci e maestose, sulla sua sinistra invece il paesaggio era più morbido e una lunga striscia di terra piatta con due gobbe finali separava il mare dalla gran laguna. Valona, trapuntata da minuscoli punti luminosi, esibiva, fiera, le sagome dei palazzoni in costruzione; e mentre i ricordi dell’infanzia affollavano alla mente di Aleksandra, tentò di sorridere ma le sue labbra si rifiutarono e rivide il volto che sua madre Albana levò al cielo, le mani congiunte e tremanti, e l’angoscia di tutta la persona nell’apprendere che sua figlia stava per attraversare il mare come aveva fatto Enver. Allora, una lacrima che si era a poco a poco raccolta nell’angolo delle palpebre, fattasi abbastanza grossa perché cada, le rigò la guancia poi si fermò in bocca e Aleksandra ne sentì il sapore amaro. Chiuse gli occhi per non vedere o piuttosto per abbandonarsi all’onda dei sentimenti frammisti d’infantili ricordi e di speranze informi come fantasmi che la vista di Valona le suscitava, ma nella ressa dei suoi pensieri, in gara con il sommovimento del gommone, sempre in primo piano rimanevano il mare e le sue preoccupazioni. Tornò più volte, con un incessante singhiozzo nel cuore, a volgersi verso la terra sempre più lontana, con Valbona stretta al petto, prima di addormentarsi, non proprio del tutto da non udire il ronzio del motore e le voci, senza distinguere le parole.

 

         Ridestatasi a mezzo da quel lungo e scomodo dormiveglia, scoperse che il gommone era fermo nella distesa lugubre. Alla prima si credette vittima di un’allucinazione, poi la ragione la convinse della paurosa realtà mentre, ad occhi spalancati nella luce di una sottile falce di luna, girava lo sguardo per la galleria delle facce dall’espressione così dura che nasce dall’abitudine alla sofferenza.

         — Perché siamo fermi? — Domandò a Gezim mentre s’impadroniva di lei la strana sensazione che ciò fosse già accaduto prima, in un tempo indeterminato, e che sapeva in anticipo quanto stava per dire.

         — Abbiamo un motore in avaria — rispose Gezim con una voce arrochita dall’angoscia e che si sentiva appena.

         Aleksandra sentì qualcosa dentro di sé, in profondità gridare di panico e un brivido le passò per il corpo come un presagio di morte, e nella sua mente sconvolta cominciava il ribollio di mille congetture che riempivano di sinistri bagliori i suoi occhi. Si chinò su Valbona che la guardava come un uccellino pieno di buone intenzioni, poi tese i muscoli della schiena e del volto per tenere a bada il tremito e vincere il senso di terrore che l’aveva pervaso, e, dopo aver ripreso un certo dominio sulla propria angoscia domandò a Gezim:

         — E l’altro motore?

         — Quello dovrebbe funzionare ancora, non è stato usato, ma non possiamo ripartire senza aggiustare quello in avaria, è troppo rischioso non averne uno di riserva.

         Aleksandra si voltò verso Imer, vide che stava maneggiando il fuoribordo guasto sotto la luce di una torcia che Fatmir teneva in mano, e le sembrò che la morsa di ferro che le stringeva il cuore da qualche minuto si allentasse.

         Annottava e soffiava un debole vento freddo.

La piccola Valbona assunse il suo pasto con un’aria tanto conciliante che pareva chiedesse addirittura scusa al biberon per la libertà che si prendeva di popparlo, poi la madre la protesse dal freddo, sistemandola fra il petto e il cappotto abbottonato.

         Dopo più di un’ora di tentativi, Imer aveva detto in italiano, con una smorfia, come si ricordasse l’estrazione di un dente:

         — Un brutto affare — poi interpellò tutti con uno sguardo pieno delle energie della disperazione. Fu quasi un’esplosione: — Questo fottuto giapponese non ne vuole sapere di riavviarsi e siamo più vicini all'Italia che a Valona. Fanculo, se siete d’accordo continueremo il viaggio con un solo fuoribordo, ma pregate per il mio ritorno a casa.

         Joshua tradusse in inglese a Salah che, a sua volta, tradusse in kurdo. Dapprima ci fu un breve silenzio perché le violenze del destino hanno questo di particolare, esse ci strappano dal fondo delle viscere la natura umana; poi qualcuno parlò in nome di tutti con aria di superiore saggezza:

         — Partiamo, fratello. Il Gran Dio ti farà sicuramente grazia durante il tuo ritorno.

         Imer girò la chiave e premette il pulsante per avviare il fuoribordo…Provò una seconda volta, poi una terza…Bestemmiò e si fece smarrito tingendosi a poco a poco di spavento, il corpo agitato da un tremito impercettibile, facendo sprigionare nel gommone una sorta di bruma visionaria, e l’allucinazione della catastrofe s’impadronì di tutti spalancando precipizi pieni di notte.

Lo scafista tornò a maneggiare i motori e a controllare l’impianto elettrico, e nei suoi occhi illuminati dalla torcia si vedevano passare frequenti scatti d’impazienza.

         Passò molto tempo e i cuori erano oppressi.

Una donna kurda aveva messo le braccia conserte, lasciandosi un po’ oscillare avanti e indietro poi fu sopraffatta da un accesso incontenibile di pianto angosciato e cominciò a parlare alle altre donne con un’aria insensata, grave e straziante; piegata in due, scossa dai singhiozzi, accecata dalle lacrime, torcendosi le mani e tossendo di una tosse secca e breve. Molti bambini piansero aggrappandosi alle loro madri. Accanto a Aleksandra sedeva il vecchio kurdo dai capelli candidi e dalle scosse delle sue spalle lei vide che stava piangendo; un pianto silenzioso, pianto terribile. Si sentì colpita dal suo dolore cupo e taciturno, e tutte queste cose, realtà piene di spettri, fantasmagorie piene di realtà, avevano finito per crearle una sorta di condizione interiore quasi inesprimibile. Il cuore le mancò di nuovo, sopraffatto da palpiti frenetici, quasi di terrore, come se avesse appena perso qualcosa o stesse per perderla per sempre. Si voltò verso Gezim e gli disse con una voce che era più vicina all’urlo che alla parola:

         — Moriremo tutti, moriremo tutti, te l’avevo detto, te l’avevo detto…

         — Zitta, stai zitta, sei stata tu a portarci iella — replicò Gezim aspro, scotendo contro di lei l’indice.

         Aleksandra tacque comprimendosi il petto con la mano, come per impedire il prorompere della tempesta che le infuriava dentro. Solo un gemito le uscì dalle labbra e più volte i suoi occhi neri luccicarono e poi si spensero, come fiamme soffocate, nella notte. Infine venne il momento che ella serrò le labbra e inghiottì profondamente, ma due lacrime le rimasero negli occhi e Gezim le vide cadere e scivolare giù, lentamente, sulle guance, una per parte. L’abbraccio addolorato, poi le porse il thermos del tè e le disse con la voce ridotta ad uno sgomentato sussurro:

         — Bevi, Aleksandra…perdonami.

Senza guardare Gezim, Aleksandra portò il thermos alle labbra ma il tè le si fermò in gola, come se stesse soffocando, e le gocciolò fuori della bocca.

         Durante questo tempo interminabile, Fatmir, l’apprendista, si era limitato ad eseguire le istruzioni di Imer che, ormai, teneva la testa fra le mani, immerso nelle sue elucubrazioni. Si alzò di scatto e con atteggiamento di bella fierezza fissò l’immenso mare da dominatore, ruppe il silenzio ed esclamò con un sorriso di sprezzo che gli errava sulle labbra:

         — Io non temo il mare, io vi salverò!

    Quel piccolo macchinatore d’espedienti, con gli occhi che dardeggiavano genialità, staccò la chiave dal contatto, lo smontò, fece toccare alcuni fili elettrici e il trabocchetto della salvezza si era improvvisamente aperto sotto il gommone facendo udire il ronzio dei motori.

         E’ più facile immaginare che descrivere quello che passò nei cuori. Gli occhi della donna kurda che prima piangeva si riempirono di gioia, il viso ancora inondato di lacrime, e parlando in kurdo essa si fece avanti verso Fatmir, lo strinse a sé e gli carezzò i capelli. Erano gesti così espressivi che non occorreva aggiungere parola, e Fatmir la comprese benissimo come se ella avesse pronunciato le parole in albanese.

 

         Prima di ripartire, nuvole nere si accumularono riempiendo tutto il cielo, e il vento venne a gemere sopra il mare. Imer guardò l’orizzonte buio e disse:

         — Ci stanno aspettando vicino Santa Cesarea Terme e dovete assolutamente sbarcare prima dell’alba; siamo in ritardo e il mare è cambiato ma, con l’aiuto di Dio ce la faremo.

         Il gommone, circondato dall’oscurità, ripartì spinto da entrambi i motori. Imer era al timone in piedi accanto a Gezim, ma non si parlavano; forse, nella regione più vaga della loro mente, facevano dei raffronti fra quell’orizzonte minaccioso e la loro esistenza.

I corpi dei viaggiatori si erano serrati nel freddo gli uni contro gli altri alla ricerca di tepore e molti, sfiniti, si addormentarono ma il loro sonno non durò a lungo perché il gommone lanciato nella distesa lugubre urtò contro un ostacolo. Nessuno seppe che cosa fosse e si trovarono tutti catapultati in acqua.

Il corpo dello scafista, per inerzia, sbatté violentemente contro il timone, e Imer perdette i sensi rimanendo tuttavia nello scafo in vetroresina squarciato che s’inclinò rapidamente imbarcando acqua a causa del contemporaneo scoppio della parte pneumatica, e sotto il peso dei motori s’inabissò trascinandolo con sé. Sulla superficie dell’acqua si formarono oscuri cerchi concentrici, un tremito, poi il nulla.

Gezim invece era finito sotto le eliche dei motori che nitrivano come cavalli imbizzarriti. Tentò di difendersi emergendo e si lasciò fluttuare sulla superficie dell’acqua, l’addome e il petto indicibilmente lacerati, il respiro intermittente tagliato da un rantolo. Aprì lentamente gli occhi, dove si vedeva già apparire la cupa profondità della morte, e vide un cielo tenebroso, simile ad un infinito sudario; emise un grido e solo la notte conobbe il segreto delle sue convulsioni mentre scompariva sott’acqua.

Nel contempo, i flutti si gettarono i bambini l’un l’altro. I loro miserabili corpicini erano punti nell’immensità delle onde, tendevano le piccole manine ma afferravano il nulla chiamando la madre con la voce rotta dall’asma degli ultimi respiri e spalancando tanto d’occhio con un’espressione che nessuna lingua umana potrebbe descrivere. Poi, paralizzati dal freddo senza fondo, loro, povera forza subito esaurita, si lasciarono fare, si lasciarono andare; si spensero nell’immensità di quel mare come si perdono i cerchi formati nell’acqua e i loro corpi si depositarono nella temibile fossa comune come tanti birilli, disponibili per le partite giocate dai potenti.

Le loro madri, donne kurde vissute in montagna, si trovarono nell’acqua mostruosa di quel mare, non avevano sotto i piedi che fuga e rovina, circondate orribilmente dalle onde sminuzzate dal vento. Scomparivano, riapparivano, s’immergevano e risalivano lanciando urla disperate; chiamavano i figlioli, tendevano le braccia nelle tenebre, ma nessuno le sentiva, e mentre il rollio dell’abisso le trascinava via sembrò loro che tutta quell’acqua, quel mare, fossero odio. 

Il vecchio kurdo dai capelli candidi, quel dannato della civiltà, afferrò un bambino che stava affondando, si sforzò di nuotare ma non lo seppe fare, tentò di sostenersi, combatté l’inesauribile e bevette l’amaro mentre l’enormità giocava con la sua agonia poi, con quella speciale lucidità e nitore che acquistano i contorni delle cose dal loro dialogo con il buio imminente, capì che morire non era niente; era spaventoso non vivere, e, esausto, fluttuò per sempre nelle lugubre profondità che lo inghiottirono.

Molti altri tentarono di rimanere a galla mentre l’istinto di conservazione urlava, e l’io privo d’occhio scalciava allontanando chi cercava di aggrapparsi. E ognuno per sé, assistettero alla demenza di quel mare nuotando in avanti, immensi sonnambuli di un sogno naufragato, prima di affondare a poco a poco nelle gelide tenebre in cui scompaiono tante teste sfortunate nella tetra marcia dei popoli.

         In quella catastrofe del genio umano alle prese con l’innominabile, perirono quarantatre persone.

         Aleksandra si trovò in acqua; dapprima, tutto ciò che provò era incoerente, tumultuoso, e il cuore le batteva anche nei denti. Poi, tutto in lei si mise a lavorare, l’istinto che fiuta e l’intelligenza che organizza. Portò subito un braccio al petto e serrò contro di sé la piccola Valbona che era rimasta sotto il cappotto abbottonato della madre. Aleksandra, nata e cresciuta in una città marinara, si distese sulla superficie dell’acqua, si sbottonò il pesante cappotto e se ne liberò, lasciando sul petto Valbona piangente e presa da un tremito. Si sbarazzò di tutti gli indumenti che potevano appesantirla poi chiamò forte:

         — Gezim!

         Il nome di suo marito si spense nel buio senza neppure svegliare un’eco, e a Aleksandra parve che l’investisse come un vento di sciagura. Tenette a lungo le labbra convulsamente contratte per arrestare i singhiozzi, poi chiamò di nuovo:

         — Gezi-i-im, sono qui, Gezi-i-im, dove sei-i-i.

         Il silenzio rimase profondo, come prima, lasciando Aleksandra con gli occhi spalancati a fissare il buio, lo spirito oppresso dal suo carico di dolore.

Si lasciò trasportare dalla corrente, economizzando le sue forze, Valbona sul petto, attaccata al seno con quella toccante fiducia dei bambini che può essere sempre ingannata senza mai scoraggiarsi.

         La lunga notte giungeva ormai al termine; il crepuscolo imbiancava nel mare le creste delle piccole onde e basse filacce di nebbia sottile strisciavano sulla superficie dell’acqua e se ne staccavano come folate di fumo quando Aleksandra scosse la sua bimba e la chiamò in vano più volte. Rimase con gli occhi fissi su colei che non vedeva più gemendo di un gemito discontinuo che usciva da una bocca irrigidita con i denti serrati, un gemito inarticolato e soffocato, sempre accompagnato da un movimento desolato del capo, senza che l’espressione del volto si alterasse come se le sue fattezze si fossero raggelate dalla sofferenza; ma le lacrime, questo primo sfogo dei grandi dolori, non veniva a Aleksandra immersa com’era in quella pesante sensazione di perdita e di dolore dentro la quale non riusciva a distinguere nient’altro e che faceva tremare tutte le sue idee rendendola quasi folle. Poi, con le pupille vaghe, colme dello sbalordimento della violenza del suo presente, guardò davanti a sé. Aveva alle spalle il sole che si stava appena alzando e fluttuava un misero chiarore crepuscolare, vide sull’orizzonte una gigantesca falesia che si stagliava severa e livida, con alcune nuvole bassissime che sembravano appoggiate su di essa formando un effetto particolarmente sinistro, e, per una sorta di penetrazione quasi fisica, quel funereo profilo aggiunse allo stato violento della sua psiche un che di lugubre. Così, con una progressione impercettibile,la sensazione di perdita si trasformò in una disperata consapevolezza di tutto ciò che era andato disperso…Pianse abbracciando straziata il corpicino assiderato di Valbona mentre un vento non forte girava intorno per un faraglione con un suono sordo simile ad un basso e lento mormorio gonfio di tristezza. Poi un ineffabile sorriso si diffuse sulle sue labbra illividite e una grinza triste solcò la sua guancia, strinse al cuore Valbona e si lasciò inghiottire da quel mare globale dove milioni di persone vivono così, sommerse6.       

 

 

     

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

 



1 Dal mese di marzo 1999 fino a maggio ‘99 sono stati sequestrati 44 gommoni nel tratto di mare del Salento. Nel carcere di Lecce soggiornano 55 scafisti albanesi.

 

2 La notte tra il 28 e il 29 marzo 1997, a 35 chilometri al largo di Brindisi, la corvetta italiana “Sibilla” entrò in collisione con la motovedetta albanese Kater I Rades affondandola e causando l’annegamento di circa 90 albanesi, in maggioranza donne e bambini. Il relitto giacque a 800 metri in fondo al mare per otto mesi, fu recuperato il 20 ottobre con 54 cadaveri. Dal 1991 al maggio ’99 sono “ufficialmente” 174 i migranti inghiottiti, e mai restituiti, dall’Adriatico.

 

3 L’Albania era un paese con uno degli indici più alti al mondo di popolazione rurale, e ha visto in pochi anni crescere caoticamente i centri urbani. Tirana ha raddoppiato la propria popolazione in soli sette anni.

 

4 Secondo stime recenti della Banca Mondiale, una massa di contadini impoveriti (il 40% della popolazione albanese) tentano di sopravvivere con meno di un dollaro il giorno. L’Albania è il paese con il più alto tasso d’emigrazione sulla popolazione residente di tutto il Mediterraneo (circa 650.000 emigranti su 3,1 milioni d’abitanti).

 

5 Il 27 maggio 1999, un gommone partito da Valona con a bordo trentasette profughi di guerra kosovari, entrò in collisione con una motovedetta della Guardia di Finanza di Taranto in perlustrazione nel canale d’Otranto. Due donne, un uomo e due bambini rimasero uccisi. Una delle vittime, una bambina kosovara di appena tre anni, è stata letteralmente decapitata durante l’impatto. Il colonnello Vincenzo Dima, comandante della 17° legione di Taranto della Guardia di Finanza, aveva dichiarato ai giornalisti: “L’incidente è avvenuto mentre la nostra unità navale (la “Carreca” G107) era in attività di pattugliamento. A noi risulta che il gommone ha fatto una brusca manovra passando di prua alla nostra, che peraltro manteneva una velocità normale, mettendosi di traverso”.

6 Scafistapoverodiavolo

 

         Il Prof. Enrico Pugliese, con dichiarazione scritta a Roma il 4 febbraio 2000, ha autorizzato Imed Mehadheb a stampare gratuitamente il seguente articolo pubblicato su:

 

CARTA dei Cantieri Sociali. Anno 2. Giugno ’99. Numero 07. Pagina 21

 

ENRICO PUGLIESE [COLLOQUIO CON GIGI PERRONE, DOCENTE A LECCE, DELL’OSSERVATORIO SULL’IMMIGRAZIONE]

 

  Mi pare che ci sia un consenso sul fatto che gli immigrati arrivano in Puglia trasportati dai “mercanti di carne”. Che ne dici?             

C’è una radicale differenza di vedute tra le due sponde dell’Adriatico. Qui gli scafisti sono considerati dei criminali e dei mercanti di carne, come dici tu. Dall’altra parte la gente non li considera affatto criminali

  Ma scusa, i potenziali immigrati pagano un milione mediamente per il trasporto.

Distinguiamo tra gli utenti e la gente locale. I primi non si lamentano perché questo è il prezzo di mercato. Nessun “mercante di carne” va a reclutare i potenziali clandestini. C’è chi offre un servizio e c’è un mucchio di gente che vuole usufruirne.Intanto ad ogni scafo lavorano circa venti persone. E gli scafi sono centinaia. Nel ’95, quando facemmo una prima inchiesta, erano una settantina. Grazie a questo, Valona ha un reddito molto più alto delle città del sud dell’Albania. Ha soppiantato in quest’attività Durazzo e Saranda.

  Perché?

Perché hanno avuto una gran capacità di adattarsi alle richieste del mercato. Gli scafisti hanno una notevole professionalità: riescono a fare il lavoro senza incidenti, sono radicati sul territorio e affidabili. Alcuni sono immigrati di ritorno, che hanno investito i loro risparmi.

  So anche la storia dei tre viaggi garantiti.

Infatti. Loro garantiscono che se il soggetto è rimpatriato ha diritto ad essere ri-trasportato gratis altre due volte. In questo senso hanno adattato la loro risposta al fatto che spesso i clandestini vengono rimpatriati in giornata. Poi, lo spostamento dell’asse su Valona ha modificato il criterio di arrivo degli albanesi. Prima, da Durazzo e Saranda si partiva con documenti contraffatti o ottenuti con “benevolenza” non gratuita da intermediari. Ora questo è meno facile.

  Non ti sembra che ora siano quelli di Valona a sfruttare gli altri albanesi?

Questo è vero, ma solo fino a un certo punto. Gli albanesi pagano meno dei kurdi e di altri stranieri. E gli scafisti e gli immigrati appartengono allo stesso gruppo sociale, sono a volte anche parenti. E poi altre cose contrastano con l’immagine del mercante di carne: ad esempio, i bambini non pagano e neanche gli ammalati. Il sistema è che ad ogni viaggio ci deve essere posto per un ammalato.

  Ma sei sicuro di questo? E’ proprio sulle storie riguardanti i bambini che si è costruita l’immagine dello scafista orrendo criminale.

La cosa è nata in conseguenza degli incidenti, che sono aumentati proprio in rapporto all’inasprimento della repressione. Ma è un rischio calcolato per tutti, compresi i genitori dei bambini. Sanno che in caso di inseguimento lo sbarco è meno comodo. Poi ci sono stati anche casi criminali di abbandono del carico umano. Ma si è trattato di fatti assolutamente eccezionali.

  Quindi sono brave persone?

Loro sì. Ma questo non vuol dire che non ci sia un racket dietro. Ormai con il crescere della repressione è cresciuta anche la presenza della criminalità organizzata. Gestire lo scafo costa e rende. E la criminalità ha investito in questo campo. Gli scafisti sono sempre più giovani, meno che diciottenni, in modo da essere non perseguibili.

  Quindi ci sono, i mercanti di carne?

Nessuno mercanteggia carne. C’è un controllo criminale su di una attività di trasporto illegale, resa sempre più difficile con la repressione. E, come ho detto, questa infiltrazione aumenta con la repressione.

 


postato da: metoikos alle ore 11:13 | link | commenti (1)
categorie: racconti, i sommersi