Chi sono

Utente: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

Commenti recenti

Archivio

oggi
--- 2007 ---

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 08 agosto 2007

ORIZZONTI CHIUSI

Pace



A William Pano, Palestinese nato nel campo profughi Al-wehdat (Giordania) e a suo figlio Wadiah.

 

 Alla memoria di Yitzhak Rabin.

 

 
 

 

  La pace la si fa con i nemici, non con gli amici.”

 Yitzhak Rabin

 

 

 

 

 

TEL AVIV

Mattina

 

 

 

Nell’area della vecchia stazione centrale degli autobus, un ragazzo diciottenne, lo sguardo da passeggero clandestino, cercava di farsi largo nella massa confusa di teste e busti in movimento. Poi, si fermò con espressione di estraneità concentrata e attivò la bomba nascosta nello zaino. La deflagrazione coprì tutti i suoni meccanici del traffico mentre i chiodi, le viti e i bulloni che potenziavano l’esplosivo, sparati ad altissima velocità, penetravano nelle carni. Sull’asfalto si spiaccicarono brandelli di corpi in mezzo a spaventosi resti umani bruciacchiati, sangue, legni frammentati e calcinacci. Alcuni feriti fuggirono mossi da un’onda di terrore; altri, sfigurati e smembrati, i vestiti inzuppati di sangue, si agitavano incoscienti per terra. Il corpo del suicida era praticamente troncato in due. L'esplosione aveva pelato completamente un’anca e le ossa delle arcate costali erano annerite dal calore. L’addome, orrendamente spappolato, era diventato una informe poltiglia di pezzi di muscoli mescolati con brandelli dell’intestino e dei pantaloni. La mano destra non c’era più; l’avambraccio era maciullato fin sopra il gomito. A poca distanza dal suicida, un bimbo di cinque anni giaceva sull’asfalto, con pezzi di cervello spappolato tra i capelli pieni di sangue e il piccolo braccio steso avanti come di chi chiedeva la carità.

 

 

 

MILANO

Pomeriggio

 

 

 

Non è stata colpa mia, e forse nemmeno di Silvia, forse è solo lo schifo imperfetto della vita che deteriora i sentimenti e li trasforma in trappole, si disse Carlo, seduto di fronte al monitor del suo computer acceso, accalorandosi in un intreccio disordinato di pensieri. Al di là della finestra della stanza, l’aria era acre e si sentiva il rumore sconnesso di traffico. Odio questa città costruita in base alle peggiori ragioni, pensò, e disprezzo questa gente che accetta di adattare i propri desideri, farseli snaturare e indirizzare su oggetti, automobili e giocattoli inutili che servono a far dimenticare cosa è diventato il nostro mondo. Guardò il cursore che lampeggiava sulla pagina ancora bianca e si ricordò dell’articolo che doveva scrivere per il suo giornale. Assunse la posa di chi sta riflettendo. Immigrazione. Impronte digitali. Sicurezza, elencò in silenzio fregandosi le mani prima di avvicinarle alla tastiera poi, cominciò a digitare:

 

Quando nei paesi occidentali inizia il declino delle ideologie e dei partiti di massa, si afferma la tendenza a surrogare nelle politiche criminali i bisogni di consenso. Proprio perché viene meno la funzione di traduzione in domande politiche di importanti sfere di bisogni, si affermano pratiche simboliche di ricomposizione sociale intorno a valori generali di cui la penalità è portatrice. ▌

 

Punto, esclamò Carlo dentro di sé. Appoggiò la testa alla mano e cominciò a ricostruire, mentalmente, il quadro in cui era stato costretto a muoversi il pentapartito di Bettino Craxi, condizionato dalla pesante crisi fiscale e dalle prime avvisaglie delle politiche di riduzione della spesa pubblica. Poi, riprese a digitare:

 

In Italia, venuto meno il flusso di risorse pubbliche che aveva garantito il funzionamento dei tradizionali meccanismi di costruzione clientelare del consenso politico, i partiti di governo capiscono a tempo la crisi che questo cambio di rotta comporterà, e puntano decisamente sull’altro versante delle politiche statali, quello della repressione. Si avvia così l’apertura di due fronti emergenziali: alla criminalizzazione dei consumatori di stupefacenti (nemico interno) si aggiunge la dichiarazione di guerra contro i  migranti (nemico esterno)▌

 

Sbadigliò stropicciandosi gli occhi. Maledizione, imprecò in silenzio, Questo odore acre nell’aria. Mi sono già bruciato mezza vita in questa città del cazzo senza neanche accorgermene. E gli tornò in mente un’idea romantica: lasciare il lavoro, vendere l’appartamento, raccogliere il denaro e fuggire lontano. Phuket. Tailandia. Uscire dai tracciati obbligati della sua vita e girovagare, libero, con una barca a vela nell’arcipelago. Qui, si disse, mi sembra di essere a una distanza terribile dalla vita, di riuscire a sentirne solo echi e riverberi lontani, filtrati e adattati, doppiati e interpretati da altri prima di arrivare fino a me. Mi sembra di essere in esilio, anche se non so da dove, o da quando. Poi, gli squilli del telefono lo tolsero dai lacci del suo fantasticare. Alzò la cornetta:

     Pronto.

     Sono Yael.

     Ciao, Yael! Come stai, cara?

  Male. Han…han…no…— balbettò Yael con voce roca poi, riprese: — ucciso Shimon. Il mio piccolo Shimon non c’è più…— e la voce le si ruppe per il pianto.

Carlo impiegò qualche secondo a registrare; le parole di Yael viaggiarono attraverso gli strati opachi del suo cervello, strato dopo strato fino a rimbalzare una volta in fondo. Il debole sorriso che si era acceso sulle sue labbra si smorzò.

— Vuoi ripetere? — chiese e il suo cuore accelerò in un istante.

— C’è stato…un attentato, stamattina. Shimon è morto.

Una sensazione di freddo penetrò nelle vene di Carlo; ebbe una piccola onda di arretramento e per un attimo rimase sospeso tra incredulità e rabbia, poi la rabbia gli salì in una vampata che cancellò gli altri sentimenti. Avrebbe voluto solo attaccare il telefono, urlare, dare un calcio al muro, ma poi, disse addolcendo la voce:

— Mi dispiace, Yael. Mi dispiace molto. Sii forte. Arrivo con il primo volo.

Chiuse il telefono e posò lo sguardo su una fotografia, scattata un anno prima a Tel Aviv, che lo ritraeva insieme a Shimon, un cucciolo pallido di appena quattro anni, vestito di pantaloncini bianchi e una camicetta a quadretti verdi, il padre Ghassen e Yael. Prese la fotografia e, mentre guardava Shimon, sentì qualche cosa che gli scorreva tra le dita, una specie di tenera pietà. Aveva gli occhi di Yael, in tutta la loro bellezza - commentò dentro di sé - lo stesso azzurrino sognante. E, di colpo, invisibili lacci lo trascinarono in un altro luogo, dentro il refettorio del piccolo kibbutz di Sdot Or, nell’estremo sud di Israele, dove il suo giornale lo aveva mandato per una inchiesta, dieci anni prima. Quel giorno, guardava incantato Yael mentre riempiva le sue parole di vita e le spingeva avanti, le sosteneva finché provocavano emozioni in chi l’ascoltava. Parlava di pace. Del dialogo come riconoscimento e possibilità di inclusione di differenze escluse, marginali o oppresse, all’interno di un orizzonte aperto e volto al cambiamento della realtà esistente. Aveva gli occhi azzurri e franchi, le ciglia lunghe. I capelli neri le cadevano sulla fronte, e lei li scuoteva con grazia. I suoi lineamenti erano pieni di profonda tranquillità e con la sua aria romantica aveva colpito tutti i suoi compagni del kibbutz. Le giravano intorno al minimo pretesto, si scavalcavano in piccoli tentativi di occupare la sua attenzione. Lei stava al gioco e lo rovesciava con facilità, non ci metteva molto a farli intimidire; e l’idea che i suoi interessi sentimentali fossero fuori dal kibbutz aumentava il suo fascino.

     Yael, — le aveva detto Carlo. — Vorrei intervistarti.

— Avrai la tua intervista, compagno Carlo, se mi dici dove hai imparato a parlare così bene l’ebraico, — gli aveva risposto Yael nel suo modo sorprendente di parlare con coloriture improvvise e piccoli rapidi gesti delle mani.

— Mio padre è ebreo italiano e mia madre è libanese aramaica. Così, da piccolo, ho imparato l’aramaico, l’ebraico e l’arabo, che sono lingue molto simili.

— Ti concedo l’intervista, — aveva detto Yael a quel punto in arabo con voce animata da una energia irrequieta, poi aveva indugiato sul dettaglio di essere ebrea di origine yemenita.

Dopo pranzo, mentre Carlo era fermo davanti al tabellone degli annunci a prendere diligentemente appunti sul programma di lavoro, le proposte della commissione culturale e le notizie della direzione del kibbutz, Yael era venuta e gli si era messa proprio dietro la schiena e aveva cominciato a ridacchiare un po’ di lui, senza rendersene conto, poi gli aveva detto:

— Allora, compagno Carlo, mi vuoi intervistare?

Durante l’intervista, Yael aveva parlato della sua propensione a lasciare, appena poteva, la caotica Tel Aviv, per rifugiarsi nella vita comunitaria del kibbutz, dove tutti si chiamano “compagno”. Aveva detto che credeva poco nella realizzazione del sogno socialista e che i kibbutz erano destinati a scomparire, perché i beni che producevano non erano competitivi sul mercato e perché tiravano avanti solo grazie a sovvenzioni statali. Poi aveva rivelato a Carlo che faceva parte del Taayush (Coesistenza), un gruppo pacifista radicale di giovani ebrei e arabi. Prima di domandare a Yael dei suoi interessi sentimentali, Carlo le aveva dichiarato che lo affascinava il suo modo brillante di assorbire energia dai luoghi e persone che aveva intorno, la gioia frivola e infantile con cui viveva al centro dell’attenzione altrui. Lei gli aveva proposto di incontrare il giovane palestinese del quale era innamorata. Così, Carlo aveva conosciuto Ghassen, uno scrittore arabo nato e cresciuto nel campo profughi di Genin in Cisgiordania, ed era rimasto colpito dalla sua intelligenza articolata e dal modo lucido e adulto di giudicare le cose. Ghassen aveva un vero talento per cogliere accenti, modi di fare, vezzi, cadenze, dettagli fisici e tic di comportamento dei politici; li isolava e rimetteva insieme con una facilità straordinaria.

Finita la ricerca di echi che fecero percepire a Carlo la dimensione temporale della sua amicizia con Yael e Ghassen; posò la fotografia sulla scrivania, salvò il file col suo articolo poi, via Internet, acquistò un biglietto aereo e prenotò un posto sul volo Milano-Tel Aviv del giorno successivo.

 

 

 

Tel Aviv

Mattina

 

 

 

L’aereo atterrò all’aeroporto David Ben Gurion. Durante il volo, Carlo rimase con il viso incollato al finestrino tra brandelli di nuvole. Pensava a come era sdoppiato tra i suoi desideri di fuga e la realtà ottusa che continuava ad assecondare ogni giorno; alla pura assenza di emozioni nella sua vita e ai sentimenti che avrebbe voluto raggiungere e che trovava sempre inattivati da troppi contatti a vuoto, o artificiali; a tutti i giorni di depressione quando gli sembrava di vivere in un acquario dalle luci spente.

Sceso dall’aereo, sentì l’odore acre nell’aria, meno intenso delle alterazioni chimiche che di solito si respiravano a Milano e gli sembrò di rientrare dritto in un incubo vecchissimo, ma ancora vivo. L’aeroporto era completamente assediato. Qua e là si muovevano manipoli di poliziotti carichi di bombe a mano, con giubbotti antiproiettile, elmetti di kevlar in testa e fucili imbracciati come scope. I doganieri però lo lasciarono passare senza una parola.

Raggiunse in taxi il centro della città, sempre intasato da ingorghi. La porta dell’appartamento in lutto era aperta. Entrò piano e, appena Yael lo vide nel corridoio, gli andò incontro. Aveva il volto pallido, le labbra serrate forte e gli occhi azzurri lucidi e infossati nelle orbite scure. Carlo aperse le braccia e lei entrò dentro come una giocatrice sconfitta.

— Che tristezza! — mormorò lui con una voce grattata.

Yael disse qualcosa in ebraico, rapidamente, a proposito dell’attentato poi, guardando disperata Carlo, dischiuse le sue labbra con singolare lentezza e aggiunse in arabo con una voce strozzata:

— È stato Khaled, il fratello di Ghassen, aveva diciotto anni…

Il resto della notizia le si strozzò in gola. Tacque, oppressa nel suo dolore; prese per mano Carlo che si mordicchiava le labbra e lo introdusse nel soggiorno, dove sedevano persone che si comportavano come viaggiatori di treno affacciati su un paesaggio che escludeva le proprie persone dal reciproco campo visivo. Ma, appena lui cominciò a stringere loro le mani bisbigliando parole di cordoglio, fu come se di colpo riconoscessero di vedersi, di fare parte della stessa scena.

Sedutosi accanto alla sua amica, vide una urna in rame inciso, posata sul tavolino. Si voltò a guardare Yael e lei abbozzò un sorriso triste, annuì col capo e disse con voce flebile:

— Contiene le ceneri di Shimon.

— E dov’è Ghassen? — le chiese Carlo sottovoce.

— È andato a Genin, insieme a mia sorella Ofra, a prendere sua madre. Con un’automobile israeliana è più facile superare i posti di blocco dell’esercito.

 

Poco dopo, all’improvviso, sul soggiorno piombò un silenzio più intenso. La madre dell’attentatore, nonna di Shimon, era entrata insieme a Ghassen. Era vestita di scuro, il capo coperto con un foulard bianco, le guance segnate dai graffi delle sue unghie. Era stanca, spremuta; le spalle erano curve, rassegnate al grande peso del suo dolore. Malferma, Om Ghassen sembrava la polena di un’imbarcazione chiamata disgrazia, sbattuta dai flutti contro gli scogli del caso, in procinto di affondare in un mare di disperazione. Una donna di età indefinibile si alzò di scatto e, prima di uscire senza salutare, si piantò di fronte a Om Ghassen. Aveva gli occhi freddi e asciutti, quasi l’avesse pervasa una collera grande, violenta, incontrollata. Lanciò a Om Ghassen uno sguardo d’odio, dal basso verso l’alto. La misurò attentamente, la sezionò, la sollevò all’abisso dei suoi occhi roteanti, finché non la lasciò piccola e pietosa. I lineamenti di Om Ghassen si tesero in espressioni di non corresponsabilità, il labbro superiore, sul quale brillava il sudore, si piegò in una smorfia di dolore. Ghassen era fermo vicino alla madre, leggermente inclinato, a osservare una piccola scarpa bianca che teneva in mano, come se si trovasse in una situazione che non lo riguardava affatto. Gli sguardi di Yael e di Om Ghassen si incontrarono per un attimo, si lasciarono, vagarono per la stanza, si posarono sull’urna cineraria, si incontrarono di nuovo e si velarono di un sottile strato di vergogna. Yael si alzò in piedi. L’atmosfera pesava addosso a Om Ghassen come un crimine mal commesso e caricava di disagio ogni suo gesto. Camminò verso Yael come in un sogno, l’avvicinò a sé, la strinse tra le sue braccia con la testa appoggiata sul cuore e le carezzò i capelli. Poi, prese il mento della nuora, le sollevò il viso e le rivolse uno sguardo colmo di lacrime; e Yael, con la mano, carezzò dolcemente il viso di Om Ghassen ansiosa di assimilare la sua tragedia. I suoi occhi ebbero una luce di compassione e assunsero la sfumatura di un nuovo dolore. Ormai, i loro rapporti appartenevano alla sfera del silenzio come se fossero entrate in un incubo comune. Si abbracciarono, cercarono il dolore e le parole mute si snodarono in lontananza, in un orizzonte chiuso, confuso; parole già dette da altre madri, diverse volte.

Si chiamava Shimon.

Figlio unico.

Ieri mattina.

Si chiamava Khaled.

Ieri mattina mi hanno annunciato la sua morte.

Aveva solo cinque anni.

Shimon.

Mi raccontava con la sua lingua infantile fatti slegati e mi baciava.

E le parole mute continuarono a sbriciolarsi in silenzio.

Due anni fa.

Si chiamava Nabil.

Aveva solo dodici anni.

Lanciava pietre.

Un cecchino lo centrò in fronte.

E ieri mattina.

Shimon.

Mio unico nipote.

È stato mio figlio mi hanno detto.

Si chiamava Khaled.

Aveva solo diciotto anni.

Nel silenzio denso della stanza si udirono gemiti strozzati e quando Yael e Om Ghassen si staccarono, i loro visi erano inondati di lacrime. Il padre di Shimon continuava a osservare la piccola scarpa bianca che teneva in mano, sembrava di essere incredibilmente inerte rispetto a ciò che accadeva attorno a lui. Carlo si alzò, gli strinse la mano e l’abbracciò. Non riuscì a capire se Ghassen si sforzava di trattenere i suoi sentimenti, o invece era davvero chiuso dietro un diaframma di indifferenza, andato. Poi, si chinò, prese la mano della madre di Ghassen, che si era seduta, la baciò e disse in arabo una frase di cordoglio:

Al bakijà fi hayetek.

Sedutosi di fronte a Ghassen, Carlo osservò la sua faccia ossuta, la pelle pallida appesantita da un volto non rasato. Spostò lo sguardo da lui a Yael per registrare il contrasto poi, si lasciò trascinare altrove dai suoi pensieri fissando le fessure dell’avvolgibile tra le quali si ritagliavano senza interruzione sottili fette di luce.

Un gemito simile a quello di un cucciolo che sogna lo riportò nella stanza; vide Ghassen armeggiare sulla piccola scarpa con le dita e gli disse in arabo, sottovoce:

— Raccontami dell’attentato.

Non c’erano intenzioni negative nella sua richiesta; era una pura manifestazione della sua curiosità di giornalista, lineare e forse poco sensibile. Ghassen lo guardò come fosse un estraneo, rimase qualche secondo in una dimensione contemplativa, mosse le labbra senza emettere suono, si torse le mani con disperazione, poi, cominciò a raccontare riversando i suoi sentimenti senza controllo nella voce che vibrava in modo triste, struggente:

— Shimon ed io eravamo vicino alla vecchia stazione centrale degli autobus. Mi aveva detto di essere stanco di camminare e io gli ho sorriso, l’ho sollevato e l’ho fatto sedere a cavalcioni sulle mie spalle. Gli piaceva stare a cavalcioni sulle mie spalle, con le sue manine nelle mie e le mie dita che le coprono. Poco dopo, mi ha detto di aver visto suo zio Khaled e ha cominciato a dimenarsi per scendere. L’ho rimesso a terra e ho cercato con gli occhi mio fratello in mezzo alla folla. Ho visto Khaled che si muoveva come un pugnale silenzioso. Sorpreso, ho cominciato a riaggiustare velocemente le immagini mentali che avevo costruito intorno a lui da quando un soldato israeliano aveva ucciso nostro fratello Nabil, due anni fa. Da allora, sconcertato dalla totale mancanza di senso della realtà nei suoi discorsi e dalla sua nuova riservatezza strana, da ladro, avevo cominciato a rendermi conto che ormai c’era una distanza crescente tra noi e che eravamo trascinati alla deriva da due correnti opposti. Appena mi sono ricordato che i confini erano chiusi e ho notato nello sguardo di Khaled una estraneità condensata che non gli avevo visto in altre occasioni, il mio cuore si è stretto d’angoscia come se stesse per succedere qualcosa di irreparabile. Ho gridato a Shimon che stava correndo veloce verso suo zio di fermarsi. E lui si è fermato di colpo, ha percepito qualcosa, si è bloccato dall’ansia, come se avesse colto i segni della morte sul volto di suo zio. D’improvviso, mi è arrivato addosso un tremendo urto frontale che mi ha fatto cadere all’indietro. Il sole si è spento come una candela. È stato il buio. Quando mi sono rialzato ho corso verso Shimon con le braccia in avanti; alcuni feriti mi hanno spinto nella direzione opposta, con una luce di panico nei loro occhi. Poi ho urlato, o almeno ho creduto di urlare, e mi sono stupito di vedere Shimon con pezzi di cervello spappolato tra i capelli pieni di sangue e mio fratello Khaled troncato in due e le persone intorno a me, smembrate, parevano sprofondate nell’asfalto. Le mie narici si sono impregnate di una nauseante miscela di esalazione acida di tritolo esploso, puzza dolce e penetrante di sangue e odore di carne bruciacchiata. Mi sono lasciato scivolare per terra, ho preso Shimon tra le mie braccia e ho cominciato a parlargli, a staccare dai suoi capelli pezzi di cervello e a reinserirli nel suo cranio con le mie dita, mentre frammenti di sensazioni mi passavano nella testa a velocità diverse. Tutte avevano a che fare con Shimon e Yael e Khaled e mia madre, come pezzetti di fotografie mescolati e sparsi sull’asfalto; per quanto ci ho provato non sono riuscito a ricomporli in immagini intere, sensate, né a fermarli. Ho visto arrivare gli artificieri per bonificare la zona; poi le ambulanze. Un medico che faceva il triage per dare la precedenza nei soccorsi ai feriti più gravi ha esaminato Shimon con modi tranquilli e ha detto che era morto. Ho guardato gli occhi chiusi spalancati di mio figlio e il mio cuore ha pianto. Tutto è perduto. Un senso di vuoto mi ha preso così forte da dissolvermi i contorni. Mi sono morso le labbra per capire se non sono sparito del tutto. Poi un infermiere ha preso Shimon dalle mie braccia e lo ha portato verso un’ambulanza. Una sua scarpa è caduta dietro di lui come una traccia nel mio buio e, quando mi sono rialzato, è stato come se non avessi più peso. Ho raccolto la scarpa di mio figlio e ho camminato per le strade di Tel Aviv, credo per ore, senza mai avere un pensiero definito in testa.

Ghassen tacque. Guardò nella direzione di Carlo come se fosse il vuoto poi, il suo sguardo stranito carezzò la piccola scarpa bianca di Shimon, sulla quale era disegnata una stella di sangue. L’aspirò con forza dentro di sé, come un padre che si inebria del suo primo figlio. Nel soggiorno, si udirono gli spaventosi singhiozzi di Om Ghassen e di Yael e nel corpo di Carlo dilagò improvvisamente una tremenda debolezza; scorse gli occhi di Yael, inondati da un mare azzurro e triste, e si perse nell’idea di quanto doveva essere lunga la catena di percorsi iniziati dallo stesso bivio e di possibilità improbabili che avevano portato Khaled a uccidere sette persone e suo nipote Shimon.

 

Passò mollemente una mezz’ora, poi il telefono squillò e Yael andò a rispondere:

  Pronto, — disse con voce flebile.

     Sono Abu Ghassen.

     Sono Yael. Al bakijà fi hayetak.

Al bakijà fi hayetek, figliola, — ricambiò Abu Ghassen con dispiacere sincero. Poi ci fu silenzio all’altra estremità del filo. Desiderio evidente e non dissimulato di pesare le parole: — Puoi avvisare Om Ghassen e mio figlio che gli…che ci hanno restituito la salma di Khaled. Dobbiamo seppellirlo oggi.

Yael scivolò per un attimo in uno strano smarrimento, negli occhi brillarono le lacrime, poi disse:

— Sì, —  sospirò e comunicò in modo categorico: —  arriviamo tutti insieme.

 

 

 

Genin

Pomeriggio

 

 

 

La macchina di Yael, guidata da Carlo, superò, uno dopo l’altro una serie quasi ininterrotta di posti di blocco dell’esercito israeliano e si inoltrò in un dedalo di viuzze e casette del campo profughi di Genin.

Sui decrepiti muri, lungo i quali erano scavati puzzolenti scoli dell’acqua, erano attaccati i poster di Khaled, armato, fotografato poche ore prima dell’esplosione suicida. Davanti alla casa in lutto molti uomini sedevano silenziosi, mentre gli altoparlanti di un riproduttore inondavano l’aria di versetti del Corano:

“…Combattete nella via di Dio contro coloro che vi faranno la guerra, però non eccedete, poiché Dio non ama quelli che eccedono.

“Uccideteli quindi, ovunque li troviate e scacciateli da dove essi vi avranno scacciati, poiché la discordia civile è peggiore della strage in guerra; però non li combattete presso il tempio sacro, a meno che essi non vi attacchino in quello e se essi vi attaccheranno, uccideteli; tale è la ricompensa dei miscredenti.

“Se però essi desistono, certamente Dio è indulgente e compassionevole.”

Due ragazzi inginocchiati a terra prepararono una telecamera e la puntarono su un gruppetto di fanciulli, aspiranti suicidi, preparati da chi sapeva che la gente cercava di fare a pezzi gli scenari in cui era condannata a vivere e che il minimo gesto provocava impulsi di emulazione. I fanciulli erano vestiti di bianco, la fronte fasciata con una striscia di tessuto verde con la scritta in arabo Hamas, nome dell’organizzazione islamica che aveva rivendicato l’attentato. I loro volti erano spensierati, innocenti, e si offrivano alla telecamera con una cintura esplosiva attorno alla vita. Poi, i due ragazzi con la telecamera ripresero da pochi centimetri Abu Ghassen mentre un giornalista della TV satellitare araba Al-jazira gli faceva una domanda sull’attentato.

— Sono molto or…— riuscì a dire Abu Ghassen, che aveva le guance cascanti e le occhiaie, poi le sue labbra bisbigliarono senza parole e i suoi occhi furono inondati di disperazione. Fece segno ai ragazzi di fermare le riprese. Deglutì, si scusò, si ricompose, poi proseguì pescando nel suo repertorio di atteggiamenti pronti: — Sono molto orgoglioso, — disse con un mormorio convulso. — Di quello che ha fatto mio figlio, il martire Khaled. Noi palestinesi continueremo la lotta fino alla fine dell’occupazione israeliana dei nostri territori e lo smantellamento degli insediamenti dei coloni.

Vedendo arrivare Om Ghassen, il figlio e la nuora con l’urna cineraria nelle mani, mosse quattro passi verso Yael, le baciò la fronte e, d’un tratto, l’abbracciò e scoppiò a piangere, senza riuscire a trattenersi, come se sotto gli abiti nascondesse una ferita mortale. Un pianto secco, contratto, ininterrotto, che saliva dalla profondità della sua tragedia e cresceva in intensità, mentre sui volti degli uomini seduti vicino alla casa compariva un lieve imbarazzo e gli altoparlanti salmodiavano versetti coranici:

“Il mese sacro sarà taglione per il mese sacro e i luoghi sacri per i luoghi sacri; chiunque usi violenza contro di voi, così facendo, usate pure voi violenza contro di lui nello stesso modo con cui egli ne avrà usato contro di voi; temete Dio e sappiate che Dio è con quelli che lo temono.”

 

Nel soggiorno della casa in lutto, la salma di Khaled, avvolta in un sudario bianco, era adagiata su un cataletto. Appena le donne sedute in cerchio su un tappeto videro entrare Yael, abbassarono la testa e chiusero gli occhi per un attimo. Due di loro si ritrassero subito, altre invece le si avvicinarono e la carezzarono. Om Ghassen si accovacciò vicino alla salma del figlio, gli scoprì il viso sbiancato di diciottenne, un viso perduto, con sottili fili di sangue che adornavano i suoi occhi morti, un po’ rovesciati all’indietro. Piangeva, Om Ghassen, senza fare rumore, e lo guardava senza dire niente. Cercava di tirarsi a un minimo di distanza dall’idea di Khaled morto e appena le sembrava di riuscirci era già risucchiata dal suo centro opaco. Poi, all’improvviso, come se solo ora si rivelasse ai suoi occhi il viso del figlio morto, urlò, si batté il petto e la testa con i pugni grinzosi e si accasciò su sé stessa e rimase inerte. Le grida di spavento delle donne trafissero le pareti della stanza; alcune distesero sul tappeto Om Ghassen che aveva gli occhi sbarrati, il viso bianco, il respiro tanto debole che non si sentiva e il cuore quasi muto. Yael, inginocchiata, appena la vide riaversi, leccarsi le labbra con la lingua e sedersi cercando aria come se lo spazio e gli oggetti che l’occupavano le fossero del tutto estranei, le baciò con dolcezza il viso poi, si chinò, accostò le labbra alla fronte esangue di Khaled e la baciò. Intorno si fece silenzio. E Yael, abbracciando l’urna con le ceneri di Shimon, piegò la testa all’indietro e con lo sguardo straziato, gridò con voce sfibrata:

— Dio, ascoltami, non c’è rabbia in me…— la voce si ruppe. — Sappi solo, mio Signore, che la mia sofferenza è forte e che sono al livello più basso di felicità. Ti prego, Signore, fa sì che dal nostro dolore di madri germogli la risurrezione di una pace giusta.

— Sbrighiamoci, — disse un uomo entrato nel soggiorno con quattro giovani. — Lo dobbiamo seppellire prima del coprifuoco.

Avvolsero la salma di Khaled nella bandiera palestinese poi, i quattro portatori poggiarono le stanghe del cataletto sulle spalle e uscirono.

Il cielo, fuori, appariva pallido e una pioggia leggera, che annunciava cose brutte, gocciolava piano. Alcuni incappucciati armati di fucili automatici, con la fascia verde di Hamas sulla fronte, spararono in aria al grido di Allah-u-akbar. Altri alzarono verso il cielo il ritratto di Khaled con la scritta “Martire della Palestina”. Tutto il corteo e il cataletto davanti a tutti cominciarono a dirigersi verso il cimitero adagiato tristemente sulle pendici di una collinetta. Yael, la testa coperta con un foulard bianco e l’urna tra le mani, camminava in mezzo a Ghassen e Carlo dietro a tutti, come se volesse, unica donna, assistere alla sepoltura di Khaled.

 

Arrivarono alla tomba che, scavata da poco, emanava un caldo profumo di terra gonfia di pioggia. Un grosso cumulo di terriccio stava sull’orlo. Alcuni uomini si guardarono intorno con crescente timore, come se non fosse già deciso chi vi avrebbero calato. Altri si fermarono sgomenti alla vista di Yael, una donna, e guardarono Abu Ghassen con espressione seria. Lui, accortosi della presenza di Yael, per l’imbarazzo si tolse gli occhiali e si mise a pulirne le lenti riflettendo; poi, andò a parlare con lei, a voce bassa e con modi gentili. Tacque. L’ascoltò in silenzio. La strinse intorno alle spalle con un braccio e la condusse fino all’orlo della tomba. Gli uomini si guardarono e per rispetto per il padre di due “martiri”, in silenzio, calarono la salma nella sua dimora, poi si chinarono a raccogliere manciate di terra da gettare nella tomba aperta.

— Aspettate, — ordinò Abu Ghassen.

Prese da Yael l’urna che conteneva le ceneri di Shimon e la depose accanto alla salma del figlio. Raccolse una manciata di terra, la gettò nella tomba, e gli altri continuarono a rovesciare terra. Materia si sovrappose a materia, instancabilmente, e tutto venne ricoperto.

La folla si raccolse, le palme delle mani rivolte in alto. Un uomo recitò salmodiando “L’Aprente il Libro”, con voce struggente,:

“La lode spetta a Dio, il Signore dei mondi, il misericordioso, il compassionevole, il padrone del giorno del Giudizio. Te noi serviamo e te noi invochiamo in aiuto. Guidaci per il retto sentiero, il sentiero di coloro che tu hai favorito, contro i quali tu non sei adirato, e che non sono erranti.”

Abu Ghassen aveva ormai i capelli pieni di pioggia; lasciò cadere i resti della terra appiccicata alle sue mani poi, si volse e se ne andò. Tutti, con il dolore che opprimeva loro la gola, lo seguirono. Carlo guardò Yael, aveva nei movimenti una grande calma, nuova e lenta. Ghassen, invece, camminava come in un sogno distante, non raggiunto da alcun suono, la bianca scarpa di Shimon ancora in mano. C’è di che impazzire, pensò Carlo, i figli sono uccisi e i genitori rimangono con degli oggetti.

 

 

 

La Dimora coi giardini

Notte

 

 

 

Ritornato a Tel Aviv, Carlo si congedò da Yael e Ghassen poi, raggiunse l’aeroporto. Nella sala d’attesa gli echi di sensazioni della giornata che gli tornavano indietro gli diedero un brivido di insicurezza, gli fecero pensare che niente nella vita umana era così stabile da poterlo dare per scontato. Tutto è provvisorio, qualunque cosa facciamo. Guardò la TV israeliana che trasmetteva immagini del Medio Oriente nel suo dolore, nella sua distruzione permanente. Funerali di vittime dell’attentato. Razzi sparati da elicotteri sul campo profughi di Genin. Rappresaglie. Promesse di vendette. Luce arancionata guizzante del fuoco sui muri. Riccioli di leggero fumo azzurrino. Altri morti. E per quanto le persone ricostruiranno e faranno altri figli, rimarrà sempre il ricordo della distruzione e della morte.

 

Sull’aereo, riflesso nel finestrino tra il mare buio e il cielo, Carlo scopriva all’improvviso se stesso aleggiare nello spazio, il viso pesante e stanco. E mentre chiudeva gli occhi rossi quasi contento di rifugiarsi, fra poche ore, nella noia ben conosciuta di Milano; la luce rada e giallastra di una falce di luna inondava il cielo e volava lenta verso la collinetta del riposo alimentando lo sconforto.

Spirava un vento di solitudine e le cime di pini rinsecchiti si agitavano con dolce tristezza. Nel desolato groviglio delle tombe scure intrecciate secondo una scrittura irregolare, alcuni frutti dell’odio, del non-dialogo e dell’ostinazione, vagavano senza voce. Un bimbo pallido che poteva avere cinque anni, gli occhi azzurri e sognanti, sedeva su una tomba e poggiava la testa sul palmo della mano, come immerso nei pensieri. Il suo piedino nudo era accavallato sulla piccola scarpa bianca che calzava l’altro, le dita agitate dalla riflessione. Un ragazzo diciottenne che gli sedeva accanto chiuse il Corano che stava leggendo e alzò gli occhi verso la densa immensità, punteggiata da stelle infuocate, e sorrise appena, come se ricordasse:

“Annunzia a coloro che credono e praticano le buone opere, che essi avranno per dimora dei giardini, sotto i quali scorrono i fiumi e che ogni volta che si nutriranno di qualche frutto di essi, esclameranno: ‘questo è ciò di cui ci nutrivamo anche prima’; ma con ciò verranno dati loro frutti somiglianti a quelli terreni solo in apparenza; essi inoltre avranno ivi delle spose immacolate e colà dimoreranno eternamente.”

— Altolà, — gridò all'improvviso un soldato puntando contro il ragazzo il fucile che imbracciava. — Non sai che c'è il coprifuoco? Documenti.

Chi sei tu per chiedermi i documenti? — protestò il ragazzo. — Questa è la mia terra e la terra dei miei nonni.

— Ah, ah, ah…— fece il soldato e disse indicando col dito la stella di Davide stampata sull’elmetto: — Lo sanno anche i bambini che questa è la Terra Promessa da Dio al suo Popolo Eletto.

— Ah, ah, ah…— fece sarcastico il ragazzo simulando una risata e mostrando il Corano. — Qui c’è scritto che noi siamo il Popolo Eletto, — disse. Aperse il Libro e lesse un versetto della Sûra della famiglia di Imrân: — “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini; voi ordinate ciò che è lodevole, e proibite ciò che è riprovevole, e credete in Dio.”

— Dammi qua il Libro, — disse il soldato in segno di sfida e lesse un versetto della Sûra della vacca: — “O figli d’Israele, ricordate i favori che vi ho accordato, e che vi ho preferito a tutte le altre creature.”

Il ragazzo strappò il Corano dalle mani del soldato e disse:

— Voi siete rimasti fermi a Mosè e perciò siete miscredenti. Noi, invece, come è scritto in questo versetto della Sûra della vacca “…crediamo in Dio, in ciò che è stato fatto scendere a noi, in ciò che è stato fatto scendere ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e alle dodici tribù, in ciò che è stato dato a Mosè e a Gesù e in ciò che è stato dato ai profeti da parte del loro Signore; noi non facciamo alcuna distinzione fra di loro e noi a lui ci rassegniamo.”

— Questo lo pensi tu, — replicò il soldato sorridendo. Prese il Corano dalle mani del ragazzo e disse: — Qui il cinquantanovesimo versetto della Sûra della vacca parla chiaro: “Certamente quelli che credono, quelli che seguono la religione giudaica, i cristiani e i sabei, chiunque insomma crede in Dio e nel giorno estremo e abbia fatto del bene, tutti avranno la mercede loro, presso il Signore, né alcun timore sarà su di loro, né si rattristeranno.”

— Smettiamola con queste speculazioni, — obbiettò il ragazzo. — Non si può estrapolare un versetto dal suo contesto, né una Sûra dall’intero Libro. Il Corano va interpretato nella sua interezza organica. E, comunque, a noi la Terra è stata promessa dall’ONU con la risoluzione 242 del 1967.

— Ma voi ci volete distruggere. Noi non permetteremo più un altro genocidio nei nostri confronti.

— È il vostro carico di memoria che non vi permette di vedere il mondo intorno; di sviluppare abbastanza sensibilità rispetto al vostro passato che permette di stabilire un dialogo con noi. Oggi, noi siamo stanchi della nostra diaspora, della nostra Shoà, non siamo più capaci di stare in attesa del futuro. Siamo ansiosi di stabilire rapporti diretti con la vita.

Il ragazzo e il soldato si scambiarono sguardi silenziosi e pieni; i loro occhi si incontrarono con tristezza poi, si rivolsero verso le distese d’ombra; infine, i loro sguardi scivolarono fino in fondo, ai limiti degli orizzonti chiusi intorno a loro.

— Sapete, — dichiarò il bambino. — In un’ottica storica, la nostra morte non è che una stanca ripetizione di una scena appena un po’ diversa. Tutto qui. Ed è molto triste.

Dalle strisce purpuree che si sfilacciavano dalle colline di fronte a loro, capirono che il sole sorgeva, ma nemmeno l’alba imminente riuscì a infondere un po’ di dolcezza nella dimora coi giardini. Si alzarono e si calarono nelle loro tombe. Strinsero a loro e aspirarono, ebbri, il profumo del giorno che saliva dalla loro amata promessa terra, umida di lacrime e sangue, che cominciò a ricoprirli e, in essa, si chiusero i rimpianti e si spezzarono silenziosamente.

 

 


postato da: metoikos alle ore 12:01 | link | commenti (7)
categorie: racconti, orizzonti chiusi

Commenti
#1    19 Settembre 2007 - 12:32
 
Agli arabi di palestina hanno raccontato che senza Israele sarebbero felici, come ai cubani hanno detto che senza l'embargo Cuba sarebbe prospera : tutte palle, senza queste due immagini demonizzate non saprebbero più come giustificare la loro estrema arretratezza e incapacità di vivere in un mondo moderno.
utente anonimo

#2    19 Settembre 2007 - 13:17
 
E adesso dicono agli arabi iracheni che sarebbero felici senza l'occupazione americana, che non avranno più quattro milioni di profughi, che saranno loro a gestire la ricchezza proveniente dal petrolio, che i mercenari della blackwater non compieranno più stragi impunite.
Mah...Vai a capirli sti arabi! Eppure basta vedere quanto benessere esiste nei campi profughi palestinesi e quanta felicità negli occhi dei bambini palestinesi per concludere che Israele ha, come è stato per il fascismo in Italia, una missione civilizzatrice capace di portare fuori dall'arretratezza l'umanità oppressa .


Imed Mehadheb Metoikos (Tunisia)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente metoikos

#3    20 Settembre 2007 - 14:39
 
Ho finalmente trovato tempo di leggerlo con attenzione.
E' bello. Potente, scarno, quasi cinematografico, detto in senso elogiativo. Ottima l'idea di dare lo sguardo esterno, dell'italiano e per di più meticcio.
Forse la conclusione è un pochino più debole del resto (ma comunque buona).
Solo una cosa pignola: cosa intendi per "libanese aramaica?" Le persone che parlano aramaico non si chiamano "aramaici", al limite in italiano si direbbe "aramei", ma questo popolo non esiste più. I parlanti aramaico moderno (suret) oggi sono perlopiù detti Assiri (in Iraq, Iran e Siria. Un piccolo numero in effetti si trasferì in Libano dopo la prima guerra mondiale. Quelli che sono diventati cattolici sono chiamati "caldei"). Altri piccolissimi gruppi, che parlano forme di aramaico diverse dal suret, vivono in Siria e non so se abbiano un nome specifico. Non ho notizia di gruppi di lingua aramaica autoctoni in Libano.
Esistono poi gli Ebrei di lingua aramaica (suret, anche in questo caso), che oggi vivono quasi tutti in Israele, ma una piccola comunità anche in Iran.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente falecius

#4    20 Settembre 2007 - 16:34
 
@ falecius

Sei una fonte inesorabile di conoscenza. Ti invidio nel senso buono.

L'amico palestinese al quale ho dedicato il racconto "Orizzonti chiusi" aveva i genitori o i nonni che parlavano aramaico.
Deduco che c'erano o ci sono palestinesi aramei (come giustamente dovrei scrivere).
Il personaggio Carlo è frutto della mia immaginazione. Ho voluto fare di lui un meticcio perché amo "l'impurezza" e "l'imbastardimento".

Se hai un po' di tempo, leggi questa storia, è terribile, vera e mi è stata raccontata da William, il palestinese. Suo fratello è stato il fidanzato di Khalida. Ci sono informazioni utili per te, credo. Il tutto è tratto dal mio romanzo inedito "Un tè alla menta".

"...— Ti ringrazio, Sara. Beh, se il cinema tunisino tratta questi argomenti vuol dire che il mutamento è già in atto. Certo, dopo quella libanese, la situazione della donna tunisina rispetto a quella delle donne negli altri paesi arabi è notevolmente migliore. Un terzo degli operatori nel settore farmaceutico è costituito da donne, sono la metà nel settore dell’istruzione, un terzo nel settore medico e un quarto nel settore giudiziario. E ora ti racconto una storia vera: qualche anno fa, un amico palestinese, cresciuto in un campo profughi, comunista e simpatizzante del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina di Georges Habash, mi ha detto, discutendo della situazione femminile nei paesi arabi, che un suo fratello ventitreenne e una ragazza di venti anni si sono innamorati. Khalida (Eterna) ha avuto il coraggio di lasciare la sua famiglia per andare a convivere con il suo fidanzato in una casa presa in affitto; cosa assolutamente trasgressiva per l’epoca e per il paese: Giordania 1983. Quando hanno deciso di celebrare il loro matrimonio, dopo un anno di convivenza, i genitori del ragazzo si sono opposti. Mi hai sentito bene, Sara? I genitori del ragazzo! Hanno sostenuto che Khalida era ortodossa mentre loro erano cattolici; che le lenti degli occhiali che portava erano spesse come il fondo del bicchiere e quindi avrebbe partorito figli con gravi difetti di vista; che aveva la carnagione relativamente scura e tante altre sciocchezze. Il problema, in verità, era un altro. Khalida era giordana e anche se aveva amato un profugo palestinese i genitori non volevano che il figlio si sposasse con lei, perché l’esercito giordano, tra il 15 e il 25 settembre 1970, aveva ucciso migliaia di profughi. Ci fu un massacro: fonti palestinesi parlano di 90.000 morti. Da qui prende nome l’Organizzazione segreta Settembre Nero. Al ragazzo, i genitori hanno portato da Gerusalemme una palestinese cattolica, che non sposerà mai. Khalida è ritornata a casa dei suoi e la sua famiglia ha fatto celebrare in fretta il suo matrimonio con un cugino, figlio dello zio paterno, per coprire lo scandalo. Poi, durante la luna di miele, la macchina sulla quale la coppia viaggiava diretta al Mar Rosso ha avuto un incidente nel deserto del Nakab, su una strada con tornanti privi di protezione e l’impressione di precipitare nella scarpata ad ogni curva e ad ogni buca. Il cugino – sposo - salvatore dell’onore della famiglia, senza nemmeno un graffio addosso ha riferito alla polizia di aver avuto un incidente. In verità, tutti sapevano che Khalida era stata prima massacrata a colpi di pietra, poi gettata insieme alla macchina in un burrone.
— Poverina! — ha esclamato Sara con una espressione di pena aspirando aria tra i denti.
— Sì, poverina, — hai confermato, e hai appoggiato due dita di una mano sul palmo dell’altra come a collocarvi ordinatamente le parole una accanto all’altra. — Ma chi ha colpito davvero Khalida? Chi ha organizzato la sua frattura dal mondo? Perché la sua morte è stata così violenta, simile a una lapidazione durata secoli? Chi l’ha picchiata? Tutti, Sara, tutti; cioè nessuno: il caso è chiuso.
— Devo fumare, Omar! — ha detto Sara posando gli occhi sul palmo su cui avevi impresso le tue parole.
— Fuma! Chi ti ha detto di non fumare? Vado a prenderti le sigarette, — hai bisbigliato, sottomesso, alzandoti poi ti sei corretto: — Il portacenere.
Ritornato in camera, hai visto che Sara aveva schiuso le persiane di due finestre per fare circolare l’aria e sedeva con la schiena appoggiata alla spalliera del letto. La sigaretta era già accesa.
— Cavolo, Sara, è molto piacevole chiacchierare con te!
— Siediti, — ha ordinato lei guardandoti di sbieco tra il fumo della sigaretta. — Adesso mi devi dire perché hai smesso di fare l’amore con me.
Non te lo dico perché non serve a niente, hai pensato, passandoti nervosamente la mano sulla testa calva, lo sguardo posato sul vello che copriva il pube di Sara, e sentendo un profumo di fragole emanato dalla tua remota fanciullezza. Ho deciso di non iniziare una vera relazione sentimentale con te. Punto. Non possiamo continuare a camminare vicini ma separati da tutto un mondo di esperienze e di sentimenti incomunicabili. Mi dispiace, Sara. Ecco cosa le dirò: Mi dispiace, Sara!
— Mi dispiace, Sara!
— Mi dispiace cosa? Parla, Omar, mi stai facendo innervosire.
— Non te lo dirò mai.


Imed Mehadheb Metoikos (Tunisia)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente metoikos

#5    20 Settembre 2007 - 16:53
 
"L'amico palestinese al quale ho dedicato il racconto "Orizzonti chiusi" aveva i genitori o i nonni che parlavano aramaico."

Ovviamente, in passato tutti gli abitanti della Palestina, ebrei compresi, parlavano aramaico. per quello che ne so la popolazione si era completamente arabizzata nel perioso ottomano. E' possibile (ma è solo un'ipotesi) che i nonni del tuo amico fossero di origine Assira, che fuggirono nella regione siro-palestinese dopo i massacri del 1915 (che colpirono gli Assiri oltre che gli Armeni). Il gruppo più numeroso di Assiri, col patriarca, si rifugiò invece in Iraq dove vivono tuttora.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente falecius

#6    20 Settembre 2007 - 19:50
 
@ falecius

William mi ha detto che il suo cognome "PANO" ha a che fare con la parola italiana "PANNO", che risulta di origine incerta sul mio Zingarelli.
Non mi ricordo bene, ma sembra mi abbia parlato di una regione o qualcosa del genere dove si produceva un tessuto particolare.

Imed Mehadheb Metoikos (Tunisia)
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente metoikos

#7    20 Settembre 2007 - 23:56
 
Etimo.it mi dà una radice indeuropea (s)pan attestata in greco e nelle lingue germaniche.

Non mi viene in mente nessuna regione abitata da aramei con un nome collegabile, tanne Panion (santurio di Pan, in greco) nome di un centro ellenistico nella zona del Monte Hermon. (sospetto che Il monte Hermon stesso forsse sacro alla divinità che i greci identificarono con Pan. Del resto, i suoi nomi arabo ed ebraico sembrano suggerire una certa sacralità).
I pochissimi villaggi di lingua aramaica moderna della Sira non sono lontanissimi da quella zona, ma non c'entra nessun tipo di produzione tessile.

Sul monte Libano nell'Ottocento esisteva una fiorente attività di produzione della seta, ma non ho mai saputo che quegli agricoltori, maroniti, parlassero aramaico, anche se una sua forma era la loro lingua liturgica (ma in quel caso credo che il tuo amico ti avrebbe parlato di siriaco). Ora sono un po' incuriosito, se per caso lo risenti puoi farti spiegare meglio?
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente falecius

Commenti