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Blogger: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

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mercoledì, 08 agosto 2007

METECO



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A Edoardo Massari “Edo” e Maria Soledad Rosas “Sole”: due anarchici morti suicidi nella gran galera del mondo.


O gentildonne, “O gentiluomini, la vita è breve… se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re”.
(William Shakespeare)



BLACK POWER




Che cosa è la patria? È il legame con un albero nel tuo giardino, con qualche amico, con le cose. Il resto sono cazzate, non c’è infatti alcun bisogno di amare il proprio popolo. Occorre viverci in mezzo.

(Marek Edelman, vicecomandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia)


        Tommie, prima di conoscerci, era un marine assegnato alle basi della Nato dislocate in Campania. Fu sua madre, Elisabeth Freeman, a scegliergli il nome omaggio a Tommie Smith, medaglia d’oro per i duecento metri alle Olimpiadi di Messico ‘68.
Quel pomeriggio glorioso del 16 ottobre 1968, Elisabeth Freeman, quindicenne, abitava a Harlem e seguiva in televisione la cerimonia di premiazione dei duecento metri maschili. Non appena l’inno nazionale statunitense cominciò a suonare, Tommie Smith e John Carlos, un velocista texano di Clarksville, abbassarono la testa e levarono verso l’alto il pugno chiuso e inguantato in nero. E, per Elisabeth Freeman, nulla fu più come prima. Fu fra i pochi che compresero che la testa piegata dei due atleti afroamericani di fronte alla bandiera a stelle e strisce, rappresentava il ricordo dei militanti caduti nella lotta di liberazione nera in America: Martin Luther King, Malcolm X ed altri, e che quel gesto indicava la riconquista della dignità nera. Un segnale antagonista che si richiamava alle grandi rivolte dei ghetti urbani e denunciava l’ipocrisia di una nazione che riconosceva agli afroamericani soltanto il diritto di essere magnifici cavalli da corsa.
Elisabeth Freeman aderì giovanissima al Black Panther Party e cambiò il proprio nome in Assata Nkrumah, omaggio al deposto presidente ghanese Kwane Nkrumah, fondatore dell’ All African Peoples Revolutionary Party. Tuttavia, la sua militanza nel Black Panther Party durò poco perché l’FBI e i programmi “COINTELPRO” di infiltrazione, spionaggio e provocazione, nonché le spaccature interne al movimento nero tolsero progressivamente spazio all’azione politica e all’elaborazione strategica. Inoltre, Elisabeth Freeman non aveva mai digerito una umiliante frase di Stokely Carmichael, leader del Black Panther Party e lanciatore, durante una marcia per l’apertura ai neri dell’Università del Mississipi, dello slogan “Black Power!”. Carmichael, futuro marito di Miriam Makeba, alla domanda: “Qual è la posizione della donna nel movimento di liberazione nero?”, aveva risposto: “Prona!”. Allora Elisabeth Freeman cambiò posizione e aderì al movimento di liberazione della donna.
Aveva conseguito, grazie a una borsa di studio, una laurea in filosofia alla Howard University di Washington, dove conobbe lo studente somalo Abdi Hassen, padre di Tommie, nostro fratello. Quando si trasferirono tutti e tre a New York, dove la signora Elisabeth aveva trovato un lavoro compatibile con i suoi ideali, il signor Abdi Hassen prese a occuparsi durante il giorno del piccolo Tommie e, di notte, faceva il posteggiatore in un parcheggio a Manhattan. Sappiamo che, all’improvviso, il signor Abdi Hassen cominciò a bere e divenne spigoloso e manesco. Infine l’amore si complicò prendendo la forma di una tortura e la signora Elisabeth decise di divorziare.



THE NUOVO MONDO



        Il signor Abdi Hassen tornò in Somalia e, dopo un breve soggiorno a Mogadiscio, emigrò in Italia. Si era stabilito a Roma, e, grazie alle sue conoscenze linguistiche aveva iniziato ad aiutare i membri della comunità somala, soprattutto quelli che desideravano lasciare l’Italia chiedendo asilo in altri paesi. In poco tempo, divenne un rispettato punto di riferimento noto a tutti come il dottor Abdi Hassen. Con un atteggiamento pragmatico, trasformò in un ufficio il tavolo di un bar nei pressi della stazione Termini. Forniva informazioni, consigliava e compilava moduli sorseggiando birra da grandi boccali, unico compenso che accettava volentieri anche prima di accompagnare i paesani negli uffici romani dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati, dove era conosciutissimo.
C’era anche chi, appena arrivato da Mogadiscio, si rivolgeva al nostro filosofo chiedendo di essere aiutato a sbarazzarsi in fretta di un po’ di eroina trasformandola in moneta contante. Il dottore faceva il passamano dietro un risibile compenso che fissava lui stesso, e, in questo, era davvero onesto. A volte, qualcuno si rivolgeva a lui per aiutare una conoscente a lasciare la Somalia. Egli metteva in contatto l’aspirante migrante con un suo zio che viveva a Nairobi, in Kenya, e quest’ultimo organizzava a sue spese il viaggio trasformando, naturalmente, la migrante in un corriere di eroina. Una volta consegnata la merce, si usava offrire alle donne un piccolo aiuto economico per consentire loro di affrontare le prime settimane di nuova vita senza traumi.
Insomma, il dottor Abdi Hassen faceva parte di quella brava gente che può essere estremamente crudele senza nemmeno saperlo.



IL GHETTO


        Anni fa, nel casertano, mentre la raccolta dei pomodori volgeva al termine e dopo una notte di pioggia torrenziale, spuntò, come da un seme sepolto nel deserto, una baraccopoli. Appena il sole si levò alto, decine di piccoli teli in plastica cominciarono a riflettere una luce in raggi di tutti i colori, e, a rendere ancor più sensibile all’occhio questa prodigiosa trasformazione, contribuivano le lamiere zincate, inchiodate a vetuste assi di legno, e splendenti come tegole d’oro rese scure dal tempo.
— Chiamiamola Korogocho! — suggerì un fratello Keniota: — Vuol dire “confusione” in lingua kikuyu, ne abbiamo una simile presso Nairobi, ma questa, fratelli, vi assicuro che è mille volte più splendente!
Quando un gelido vento invernale aveva diffuso la buona novella in tutte le direzioni come il fuoco tra la sterpaglia, il nostro ghetto si allagò di arzigogolante umanità formando un brodo primordiale fatto di mille etnie e nel quale Il Misericorde fece scoccare la sua scintilla creando convivialità.

Joshua Okoro, un nostro fratello nigeriano, conobbe Florence Powell, una donna afroamericana, sergente nelle forze Nato di stanza in Campania e andarono a vivere insieme in una villetta a Pinetamare, un villaggio costruito abusivamente su terreno demaniale cancellando per sempre uno splendido paesaggio di dune mobili con, alle spalle, una lussureggiante pineta.
Florence cominciò ad accompagnare Joshua quando veniva al ghetto e divenne una di noi, amica di tutte le nostre sorelle che avevano inventato il Fast Sex, e che vendevano masturbazioni sofisticate a prezzi stracciati lungo la domiziana ad anziani contadini di passaggio, che fermavano i loro trattori al ciglio della strada, giusto il tempo di una pisciata, per ripartire sgambettanti salutando: “Ciao, bella abissina”.
Erano state queste donne a soprannominare Joshua, Buffalo Bill, dopo averlo visto correre lungo la dominziana, mentre Florence lo seguiva a bordo della sua Ford targata AFI per non farlo investire dalle macchine. Infatti, Joshua era obeso anche se amava eufemisticamente dire di essere “un po’ cicciotello”, e, da quando conobbe Florence cominciò a seguire i duri consigli della dietologa dell’esercito statunitense. Così, quotidianamente, Joshua indossava la sua maglietta preferita sulla quale era stampata la bandiera a stelle e strisce e la scritta: “Keep your body fit”, e cominciava a macinare chilometri, ansimante e ciondolando la testa dalla fatica.
Un giorno, Buffalo Bill ci fece scoppiare dalle risate presentandosi al ghetto con la testa rasata alla maniera dei marines e confessandoci serio che quando si svegliava e vedeva Florence accanto a sé, chiudeva gli occhi e benediva, fremebondo di devozione, l’America: “God bless Amerika! God bless Amerika!”.
Essendo convivente con Florence, Buffalo Bill ottenne un tesserino NATO che gli consentiva di circolare liberamente nei luoghi frequentati dai soldati statunitensi, ed ebbe così modo di conoscere Tommie, il figlio del dottor Abdi Hassen che si era arruolato nei marines ed era riuscito a farsi trasferire da Fort Meade, presso Washington, in Italia per stare vicino al padre al quale era rimasto molto legato malgrado la dolorosa separazione dovuta al divorzio dei suoi genitori. Inevitabilmente, anche lui cominciò a frequentare il ghetto e, ogni volta che veniva a trovarci, ci chiedeva di cucinargli la Tighena, una specialità ivoriana a base di riso e arachidi della quale era ghiottissimo. Ma Tommie sapeva apprezzare anche il Cuscus alla tunisina o i quattro salti in padella della Findus quando andavamo di fretta. Era diventato molto amico di Kipingo, un fratello tanzaniano che, per difendersi contro il male e i demoni, portava al collo un talismano. Un astuccino di cuoio cucito a filo di seta contenente un minuscolo foglio di carta sul quale era scritto in arabo a caratteri cufici: “Dio è indulgente clemente”, e un composto a forma di pastiglia ottenuta miscelando una porzioncella di micorrize particolari con funghi del tipo Piptoporus betulinus, allucinogeni e comunemente usati da alcune popolazioni per uccidere i parassiti intestinali.
Delle micorrize, nulla possiamo affermare, perché il loro segreto è custodito da “Coloro che sanno”.

Fu Kipingo a proporre a Tommie di lavorare per noi.
— Tommie! — esordì, Kipingo — perché, fratello, non approfitti del tuo passaporto statunitense?
— In che senso, Kipingo?! — domandò Tommie.
— Beh, tu sei E.C. come noi ma hai il vantaggio di essere americano e per giunta un marine! A chi potrebbe venire in mente che trasporti droga nei tuoi bagagli?!
Tommie chiese una licenza e dopo due settimane partì per la Turchia dove lo attendevano fratelli della nostra rete. Ritornò con cinque chili di eroina e tutto filò liscio come aveva previsto il diabolico Kipingo. Poi, fece altri viaggi, anche in America Latina, per rifornire un fratello liberiano soprannominato Mpishi, che significa “cuoco” in lingua swahili, perché passava gran parte del suo tempo a miscelare acqua, bicarbonato di sodio e cocaina in bottiglie di vetro da solidificare a fuoco di candela per ottenere il crack.

Un bel pomeriggio primaverile, Tommie andò a Roma a trovare suo padre al solito bar, che i somali cominciarono a chiamare “Bar Mogadiscio” suggerendo al titolare l’idea di una insegna luminosa con questo nome.
Mentre i due stavano conversando, si fermò al loro tavolo Ramla, una ragazza somala di origine yemenita, il cui nome arabo evoca alla mente le sabbie del deserto, da poco giunta nel “nuovo mondo” grazie ai buoni uffici del dottor Abdi Hassen, ed intenzionata ad emigrare in Canada per fare l’infermiera o continuare gli studi in medicina. Appena la vide Tommie si alzò in piedi a mirare quella bocca di una carnalità aborigena e quei due occhi negri dallo sguardo pieno di luce che illuminava il volto di Ramla. Allora, il vecchio Abdi Hassen, che era sempre di umore per osservare le sfumature, sorridendo sotto i baffi che sapevano di schiuma di birra, presentò, orgoglioso, il bel giovanotto alla signorina:
— Ramla, permettimi di presentarti il mio figliolo.
Tommie sorprese con un atto di galanteria la povera Ramla baciandole la mano mentre lo sguardo degli occhi castani, dall’iride divinamente incastonata da cristalli color miele, splendeva vivace ed attento come un felino.
Stettero seduti a conversare insieme ignorando, senza volerlo, il dottor Abdi Hassen. Poi, la dolce Ramla, per sentire di nuovo quel piacevole turbamento provocato poc’anzi dalla presenza di Tommie dietro di lei mentre le sistemava la sedia, s’inventò una scusa per alzarsi, facendo scattare immediatamente in piedi il gentiluomo, e ritornò subito dopo a farsi coccolare dal suo sguardo.
Quando Tommie, riferendosi alla guerra fratricida che dilaniava la Somalia, aveva affermato: “La vita è cattiva in Somalia”, vide subito gli occhi di Ramla inumidirsi e capì che non doveva far vibrare quella sciagurata corda, e stette dispiaciuto a leggere in silenzio i segni della tristezza sul suo volto.
Il dottor Abdi Hassen, che conosceva il passato di Ramla, rammaricato, piantò il suo sguardo nel boccale di birra mentre lei trovava la forza per rivolgersi a Tommie pronunciando il suo nome con infinita tenerezza:
— No, Tommie, la vita non è né bella né cattiva, spetta all’individuo darle un senso attraverso il suo comportamento.
E si affrettò ad alzarsi, scusandosi, travolta dal pianto, per chiudersi nel bagno del bar, mentre il dottor Abdi Hassen rivelava al figlio un frammento del passato di Ramla riducendo a zero le sue chances di poter trovare un posto nel cuore di lei.
(Il lettore si è già avveduto che, per adesso, preferiamo mantenere calato un pietoso velo sul passato di Ramla; e non ci riferiamo al mezzo chilo di eroina che ella trasportò in Italia per poter lasciare la Somalia).
Quando Ramla fece ritorno dopo essersi sciacquato il viso, i suoi occhi mostravano ancora i segni del pianto, ma sorrideva dolcemente. Tommie cercò di evitare il suo sguardo e si alzò per sistemarle la sedia ma lei aveva sorpreso sia lui che il dottor Abdi Hassen dicendo:
— No, non mi siedo! — e continuò affabile. — Non conosco Roma. Ti va di fare due passi con me?!
— Volentieri! — Esclamò Tommie, poi, rivolgendosi a suo padre: —Daddy, see you later!

Passeggiarono giocosi come due bimbi in un giardino fiorito mentre Tommie si cimentava nel suo ruolo di guida provocando le risate di Ramla che conosceva meglio di lui la storia dell’Arte e della Civiltà romana. Poi, lei si fermò davanti alla vetrina di un negozio in via Veneto, incantata dalla bellezza di un abito da sera e Tommie si abbandonò a un romantico sogno ad occhi aperti, dilatando il tempo ed immaginando quell’abito addosso alla bella Ramla che aveva invitato a cena a luce di candela al centro di una sala ristorante solo per loro due, o a ballare guancia a guancia sulla superficie di un lago in mezzo a cigni e gigli d’acqua.
— A cosa pensi, Tommie?! — domandò Ramla, riportandolo di fronte alla vetrina.
— Vuoi saperlo davvero, Ramla?!
— Sì! — affermò, curiosa, e Tommie, senza battere ciglio raccontò il suo breve sogno ad occhi aperti; poi rimasero entrambi a guardarsi a lungo senza pronunciare parola.

Verso sera, Tommie si congedò dal padre ed accompagnò in macchina Ramla a San Vito Romano, dove trovava ospitalità in casa di mamma Fatma, una anziana signora somala.
Ramla trascorse una notte insonne affacciata alla finestra a guardare la luna, pensando a Tommie, alla sua calda voce che aveva il potere di avvolgerla in un velo di solleticanti vibrazioni e cercò, con un po’ di fantasia, di ripescare alla memoria tutte le sue osservazioni che intendevano essere affettuose o potevano venire interpretate come tali: “Ti dà fastidio il sole? Vuoi che ci spostiamo all’ombra? … Si è fatta calda quest’acqua! Te ne porto un altro bicchiere?!”.
A circa duecento chilometri di distanza, Tommie era sveglio a pensare a Ramla ma, soprattutto, aveva preso coscienza che sentiva più affinità con le cinciallegre che con tutti i suoi commilitoni. Indossò il suo giaccone e andò sulla spiaggia che veniva subito dopo il giardinetto della sua villa a Pinetamare dove si era trasferito di recente, e si sedette vicino al bagnasciuga ad ascoltare il gorgoglio delle onde spiato dalla luna.
L’indomani, Ramla ricevette uno splendido mazzo di orchidee con un bigliettino: “A colei che ha portato luce nel mio buio”. Rimase a guardarlo finché una lacrima cadde sulla firma di Tommie tingendosi d’azzurro, e si disse: “Non andrò in Canada”.

Cominciarono a frequentarsi, e, prima che Ramla si trasferisse a Pinetamare a vivere con Tommie, venne a conoscerci rimanendo sbalordita dallo splendore del nostro ghetto. Nel frattempo, i due si erano raccontato tutto; così, quando, sciaguratamente, arrestarono Tommie all’aeroporto milanese con cinque chili di eroina fiutata da un cane antidroga perché confezionata male, ella non ebbe alcuna sorpresa ma provò un immane dolore.
Essendo soldato statunitense delle forze Nato dislocate in Italia, in base ai trattati bilaterali, Tommie fu trasferito negli Stati Uniti per essere giudicato da un tribunale militare. Aveva rifiutato di collaborare e si assunse tutte le sue responsabilità. Durante la detenzione, avevamo cercato di rendere minimi i rischi legati all’attività di Ramla, che aveva bisogno, mensilmente, di un milione e mezzo che pagava a una famiglia napoletana che certificava la sua assunzione come collaboratrice domestica, consentendole di avere un regolare permesso di soggiorno. Versava per sé i contributi previdenziali, l’Irpef, ecc., per avere sempre la sua copertura in ordine. Pagava l’affitto e la bolletta del telefono perché riceveva a suo carico le telefonate di Tommie, e, ogni due mesi partiva per gli Stati Uniti a trovarlo in carcere facendo rientro in Italia dopo una decina di giorni.
Avevamo appreso che il nostro fratello passava il suo tempo studiando la lingua swahili e quella araba e che aveva sempre il morale alto. Ramla, invece, ingannava la tristezza e la mancanza di Tommie prodigandosi nel ghetto. Era sempre in compagnia di Florence; raccoglievano indumenti usati dai soldati statunitensi e li davano ai braccianti agricoli che popolavano il ghetto e, prima dell’arrivo dell’inverno, avevano suggerito di scavare canali di scolo lungo le principali arterie del ghetto sistemando la terra ricavata al centro della strada per evitare la formazione di pozzanghere e fango dopo la pioggia; e aveva acquistato dei vasi e piantato fiori per abbellire il ghetto.
Quando si ammalava qualcuno, Ramla era sempre la prima ad assisterlo.

Passarono circa quattro anni prima del ritorno di Tommie che si congedò dall’esercito.



L’ESTRANEITÀ



        Il sette gennaio, un funesto giorno che nessun fratello dimenticherà mai, Kipingo si alzò molto presto contagiando il ghetto di una allegria sfrenata ed entusiasta della vita, e rinnovò l’invito alla sua festa serale di compleanno nella discoteca Meteco, un luogo di trastullo sorto grazie alla cooperazione di tutti noi. Era stata Ramla a spiegarci che nell’antico diritto greco, meteco significava “straniero libero, residente stabilmente nel territorio di una città, con limitato godimento di ditti politici,civili e militari”. Perciò, accettammo all’unanimità di nominare la nostra nuova discoteca Meteco.
Quando verso sera entrammo assieme a Ramla e Tommie in discoteca, Mpishi, che oltre a essere “cuoco” di crack era un fantastico disc-jockey, stava già alla console. Mentre il suono dell’Africa che si desta macinava vibrazioni e convergenze parallele, Kipingo ci accompagnò al nostro tavolo ignaro dell’immane tragedia che stava per consumarsi. Nessuno aveva notato che l’astuccio del talismano che portava al collo si era scucito perdendo la pastiglia della misteriosa miscela micorrize/funghi che finì proprio sotto il nostro tavolo.
— Tommie! — disse Kipingo con aria ammonitrice —Oggi è il mio compleanno — e gli diede una pastiglia di ecstasy.
Tommie guardò Ramla cercando il suo consenso e lei strizzò l’occhio in segno di intesa perché le sembrava scortese contrariare Kipingo il giorno del suo compleanno. Inavertitamente, la pastiglia di ecstasy che Tommie teneva fra i polpastrelli delle dita cadde per terra, sotto il tavolo. Si affrettò a cercarla e, nella penombra, aveva raccolto la pastiglia del talismano. Soffiò sopra e la deglutì con un sorso d’acqua.
Kipingo, accontentato, abbracciò Tommie. Fu per l’ultima volta. Poi, mentre, agitava una bottiglia di spumante, disse scherzosamente indicando il tappo di sughero:
— Andrà a ficcarsi nell’ombelico di Naomi Campbell, che esclamerà: “Martini. There’s a party!” e verrà a ballare con me. Largooo...
Uno schizzo transoceanico spumeggiante fece sbattere il tappo contro una parete; rimbalzò e ricadde a terra. Applaudimmo fragorosamente e cantammo: “Happy birthday, Kipingo!”. All’improvviso Tommie ci fece zittire invitandoci a conoscere una sua idea pubblicitaria; e non sappiamo se fu per una associazione di idee, giacché Kipingo aveva appena scimmiottato uno spot, oppure a causa di ciò che aveva ingerito.
— Immaginate — disse serio — un serpente scuro come la notte. Ritto. Che balla a ritmo di break dance, sondando l’aria con la sua lingua biforcuta. Poi, la sua pelle si apre come se fosse stata un semplice involucro, dal quale comincia a emergere, ballando, un uomo: è Michael Jackson! Chiaro come Biancaneve, capelli lisci e nasino all’insù. Fa una mossa pelvica toccandosi i genitali con il dito medio ed esclama: “Wow! Join us in McWorld Country”.
Poi chiuse gli occhi e tacque.

Quando Tommie riaprì gli occhi, guardando il soffitto, capì che giaceva sul suo letto a due piazze. Aveva in testa tanta korogocho e un senso di ripugnanza simile a una nausea. Guardò con la coda dell’occhio e non trovò Ramla accanto a sé. Invece, notò biondeggiare un ciuffetto di capelli sulla sua fronte e, incuriosito, lo tirò con le dita: era il suo. Allora, passò le mani nei capelli che, al tatto, gli si presentavano lisci e privi delle treccine; e un sorriso giocò sul suo volto e pensò: “È un altro scherzo di Kipingo e Ramla. Quella pastiglia non era metamfetamina! Mi hanno fatto addormentare per beffarsi di me lisciando e tingendo di biondo i miei capelli. Monellacci!”, ma subito dopo si accorse che la pelle delle sue mani era chiara. Sentì il cuore tamburellare e si sollevò per lasciare il letto, ma ebbe un capogiro e ricadde subito indietro poi, si alzò cautamente e andò in bagno.
Guardandosi nello specchio, vide una faccia che non era la sua. L’immagine riflessa era di un giovane che aveva, più o meno, la sua stessa età e corporatura, biondo di capelli, gli occhi azzurri e la carnagione eburnea, quindi, si toccò il volto e con la vaga speranza di staccare una maschera tirò la sua pelle, ma un forte dolore lo fece piombare nel panico. Il suo cuore cominciò a battere come un uccellino in gabbia, e il suo respiro si fece affannoso. Cercò, invano, di sbottonarsi la camicia che sembrava incollata al suo corpo poi tentò di liberarsi di quel giubbotto in pelle nera che era attaccato alla sua schiena. Quando tutto fu inutile, si disse: “Calma, Tommie! Calma. Deve essere un incubo. Ora chiudo gli occhi e mi risveglio”. E con un movimento quasi inconsapevole si stiracchiò; dischiuse gli occhi e rivide nello specchio quella stessa faccia che non era la sua. Controllandosi, constatò che era vestito completamente in pelle nera, la camicia era invece in tessuto grigiastro e calzava stivaletti neri militar-chic. Quando notò, cucite sul suo giubbotto, all’altezza del petto, una svastica nazista e una croce celtica, sapendo che gli era impossibile scollare di dosso il giubbotto, corse verso un cassetto, s’impossessò delle forbici e infilò una punta sotto la svastica per scucirla. Immediatamente, sentì una fitta e allontanò istintivamente la punta. Vide uscire sangue e guardò sotto il giubbotto, ma la camicia era intatta e non aveva alcuna ferita al petto. Esaminando la svastica, il giubbotto, i pantaloni e gli stivaletti, scoprì, con somma meraviglia, che tutto ciò che lo vestiva era vivente, anzi, parte integrante del suo corpo. Un unico organismo. Allora, passò carezzevolmente la sua mano sulla pelle del giubbotto e, per la prima volta dal risveglio, provò un senso di piacere non disgiunto da un leggero senso di vergogna.
Mentre stava disinfettando con estrema cura la sua svastica sanguinante, Tommie, alzando gli occhi, vide riflessa nello specchio l’immagine di Ramla e si voltò con un senso di venerazione come se si attendesse da lei un intervento miracoloso. Ma Ramla, trovando in casa uno sconosciuto, fuggì verso l’uscita sbattendo la porta dietro di sé. Tommie, sconsolato, aveva tentato di dirle “Ramla, cara, sono io!”, ma un forte dolore alle corde vocali lo fece desistere e cominciò a rincorrerla. Aveva aperto la porta frettolosamente facendola sbattere contro il muro e chiudere dietro le sue spalle, mentre una luce solare insopportabilmente intensa lo obbligava a chiudersi gli occhi. Rimase per un attimo come stordito, poi, formando un ombra con la mano, riuscì a guardare davanti a sé e constatare la partenza in macchina dell’amata Ramla.
Dopo aver cercato inutilmente le chiavi nelle sue tasche vuote, Tommie si diresse a piedi verso il ghetto, unico luogo dove Ramla poteva cercare aiuto; e, mentre camminava meditabondo e con gli stivaletti indolenziti, realizzò che era inopportuno presentarsi al ghetto e decise di rivolgersi a suo padre.
Per raggiungere Roma, Tommie si arrangiò con l’autostop. Gli aveva offerto un passaggio un vecchietto che per tutto il tragitto aveva continuato a parlare di Mussolini e di treni che arrivavano senza ritardo, mentre Tommie, con tutti i pensieri che gli ronzavano nel capo si era limitato a pronunciare qualche parola con una voce flebile che non era la sua. Quando, finalmente, era arrivato davanti al “Bar Mogadiscio”, sentì un peso cadergli dall’anima e un senso di salvezza avvolgerlo. Appena ebbe varcato la soglia, il dottor Abdi Hassen, che era seduto dietro il suo tavolo a sorseggiare birra schiumante, sollevò gli occhi scorgendo sul petto di Tommie la svastica e la croce celtica e, immediatamente, lo fulminò con uno sguardo torvo. Allora Tommie decise di tentare un approccio molto cauto e si sedette a un altro tavolo sforzandosi di assumere un’espressione soave; ma suo padre, senza nemmeno nascondere il suo fastidio, andò verso Gianni, il titolare, e si sbottonò:
— Non andiamo bene, caro Gianni! — e lanciò nuovamente una occhiataccia verso Tommie.
Il barista, non volendo perdere un cliente come il dottor Abdi Hassen capace di spostare un sciame di somali, guardò Tommie severo e gli chiese:
— Desidera?
Il povero Tommie si alzò e si diresse verso suo padre con la ferma e sciocca intenzione di abbracciano dicendo: “Daddy sono io, Tommie! Come fai a non riconoscermi?!”. Ahimè, prima di raggiungerlo, Tommie aveva appoggiato uno stivaletto su un mozzicone di sigaretta accesa, si bruciò, e sollevò bruscamente lo stivaletto; un gesto che il dottor Abdi Hassen scambiò per l’inizio di una aggressione nazista ed indietreggiò intimorito finendo sul tavolo e facendo cadere il boccale di birra. Il povero Tommie seguì la scena con uno sguardo ebete poi, per evitare guai, uscì frettolosamente zoppicando.

Mentre camminava randagio per le strade di Roma, affranto e il capo chino, udì una melodia venire da un negozio e si sentì come inchiodato al suolo di fronte al suo riflesso in vetrina ad ascoltare Lionel Richie cantare “Hello”, la canzone che aveva accompagnato i suoi anni abbracciato dalla solitudine nel carcere militare:

I've been alone with you
Inside my mind
And in my dreams I've kissed your lips
A thousand times
I sometimes see you
Passing outside my door
Hello!
Is it me you're looking for?
I can see it in your eyes
I can see it in your smile

L’azzurro degli occhi di Tommie bagnò di copiose lacrime le sue gote bianche mentre il ricordo di Ramla gli stringeva il cuore e la giornata volgeva già al tramonto.
Passò la sera seduto sulla scalinata di Piazza di Spagna, con la testa fra le mani, mentre si sentiva estraneo, ai confini dell’afasia e quasi prigioniero di una realtà parallela, separato dagli altri e tuttavia costretto a cercare un contatto impossibile. Quando la stanchezza sopraggiunse assieme alla notte, Tommie si alzò e si diresse al parco di Villa Borghese dove trascorse, su una panchina, una notte inquieta, in un dormiveglia da cui il freddo e un sogno ricorrente tornavano a destarlo. Anche quella notte, come avveniva da circa due anni, Tommie aveva sognato Ramla piangente e si era svegliato di soprassalto afflitto e con groppi alla gola. Poi, quando il sole intiepidì la capitale, Tommie cadde in un breve sonno di piombo simile a uno svenimento, per destarsi subito dopo a causa delle radiazioni che gli avevano scottato il viso. Fece scorrere la piastrina della cerniera lampo del giubbotto sentendo un gradevole solletico, e si stiracchiò. Notò che la ferita sulla svastica aveva fatto una crosta color ruggine e vi passò sopra leggermente un dito. Poi, andò a una fontana per darsi una sciacquata e dissetarsi; infine, si sedette soprappensiero su una panchina ombreggiata. Poco dopo, tre giovani, richiamati dai simboli che decoravano il petto di Tommie, e vestiti quasi alla sua maniera, si fermarono a parlare con lui.
— Buongiorno! — esclamò il più massiccio, ostentando la sicurezza di un condottiero.
— Buongiorno! — ricambiò, Tommie, alzandosi, mentre gli nasceva nello spirito una certa contentezza.
— Ti abbiamo notato ieri sera e sembra che tu abbia passato la notte all’addiaccio — continuò il condottiero.
— Sì, mi trovo in difficoltà — confermò, generico, Tommie.
— Ora non più — sentenziò il condottiero, lasciando Tommie aggrappato a un misero filo di paglia, prima di stringergli la mano e presentarsi: — Mi chiamo Giuseppe Flavio, Giufà, per gli amici.
— Tommie!
Poi, Giufà presentò uno dei suoi accompagnatori:
— Massimo, detto Er creativo — Tommie gli strinse la mano con un leggero inchino e Giufà proseguì: — E questo è Renato, Er pecora!
Appena Er pecora ebbe pronunciato la parola “piacere”, Tommie indovinò l’origine del suo soprannome. E quando il trio aveva proposto a Tommie di unirsi a loro, egli accettò senza esitazione e la comitiva si diresse al quartiere romano dell’Esquilino.
Appena Giufà aprì la porta d’ingresso di un appartamento al terzo piano, Tommie vide, appeso al muro, in fondo al corridoio, un mazzo di verghe con la scure —un fascio — simbolo del potere esecutivo nella Roma antica e del movimento fascista poi. Entrarono in una sala le cui pareti erano tappezzate di gigantografie di Hitler e di Mussolini nonché bandiere con svastiche e croci celtiche. Giufà, per divertire Tommie che appariva ombroso, si collegò al sito degli Hammerskin su Internet. Nella pagina di copertura, dove si dichiarava vietato l’ingresso a non bianchi, omosessuali ed ebrei, era disegnato un cane pitbull, a fare la guardia su due zampe, coperto di croci e svastiche naziste. Scorrendo in basso il cursore, Giufà fece apparire un ritratto di Adolf Hitler, poi iniziò a sfogliare il sito arrivando alle “Funny pages”, dove vengono elencate “divertenti” cronache razziste; e sullo schermo apparve un bambino nero nato con sei dita alla mano che dice “Dammi il sei”. Le risate di Er pecora, Er creativo e Giufà fecero a Tommie l’effetto di un gramo tumulto che rimbombò insopportabilmente nella sua testa. Poi, scoprendo che il sito degli Hammerskin, una delle organizzazioni di collegamento internazionale dei gruppi neo-nazisti, era ospitato da un colosso statunitense di telecomunicazioni, provò una profonda amarezza e vergogna pensando ai novemila soldati americani morti nella Campagna di Normandia a partire dal sei giugno ‘44 convinti di andare a liberare l’Europa dai nazisti.
Prima del pranzo, Tommie si fece la doccia trovando divertente il fatto di non doversi spogliare, e si trastullò asciugandosi con l’asciugacapelli. Quando si presentò a tavola, i suoi vestiti neri ricchi di melanina, luccicavano e sapevano di pulito, mentre i suoi capelli biondi erano pettinati, divisi e lisciati con irreprensibile meticolosità.
Passò, poi, il pomeriggio a leggere, come facevano i suoi ospiti. Sfogliò alcuni numeri del settimanale National Hebdo, pubblicato dal Front national, il partito francese di estrema destra, revisionista e xenofobo, che definisce l’immigrazione “una macchina ammazzapopoli”; lesse quasi interamente l’intero numero del mensile Reconquête diretto da Bernard Antony, che guida l’ala cattolica “tradizionalista” del Front national. E, diede un’occhiata ad alcune pubblicazioni dell’International Third Position, un movimento con base a Londra che riunisce skinheads e neonazisti, a cui appartengono gruppuscoli dell’estrema destra europea.

Dopo cena, Tommie e gli altri si coricarono presto perché avevano in programma la partecipazione a una esercitazione “militare” la mattina seguente. Come al solito, il sonno di Tommie fu turbato dal suo incubo ricorrente ma riuscì a riaddormentarsi subito, e, all’alba, quando si era presentato per la prima colazione, si sentiva già riposato ed aveva infilato una tuta mimetica sopra il giubbotto e i pantaloni, mentre fu giocoforza tenersi i suoi stivaletti militar-chic che, fortunatamente, avevano formato un callo resistente lungo la superficie delle suole.
Avevano raggiunto, a bordo di un fuoristrada, la campagna viterbese per unirsi ad altri giovani, tutti vestiti militarmente. E si formarono due gruppi (Alfa e Beta) poi, ciascun gruppo scelse una zona per installarvi il proprio campo base, con tanto di tende, ricetrasmettitori, amache e zaini carichi di cianfrusaglie. Infine, iniziarono le manovre con armi che sparavano proiettili di vernice.
Tommie aveva trascorso la mattinata e parte del pomeriggio in una felice smemoratezza, sempre in compagnia di Giufà, Er pecora e Er creativo, che poterono apprezzare le capacità tattiche del loro nuovo acquisto. E quando le manovre terminarono con l’occupazione del campo base “Beta”, il gruppo che lasciò sul campo di battaglia il maggior numero di “eliminati” Tommie e i suoi ospiti ritornarono all’appartamento dell’Esquilino.

La sera, Giufà aveva riunito tutti nella sala delle gigantografie e cominciò a discorrere:
— Cari Camerati, come è noto, la storia è stata manipolata in funzione giudeo-centrica dalla lobby ebraica internazionale, che ha inventato l’esistenza dei campi di sterminio e dell’olocausto. Noi riteniamo che questa macchinazione miri a promuovere un rigetto pavloviano delle masse e delle élites a spese delle destre nazionali. Pertanto, propongo di attuare due azioni punitive nei confronti degli ebrei e dei sostenitori della manipolazione. Abbiamo selezionato due obiettivi da colpire: un cimitero ebraico e un centro sociale occupato, il Maajabu.
Poi, cominciò ad esporre i dettagli delle due operazioni aiutandosi con recenti fotografie. Ma a Tommie, l’idea di profanare un cimitero di notte, imbrattando le tombe di svastiche, croci celtiche e scritte antisemite non piaceva. Peraltro, il primo ebreo che gli era venuto alla mente mentre Giufà continuava a infierire contro i semiti era stato Steven Spielberg, il regista di E.T. che fece ricordare a Tommie il suo recente passato di ex marine che aveva scelto di vivere nel ghetto con gli E.C.; e si rammaricò pensando che gli ebrei non avessero sviluppato abbastanza sensibilità rispetto al proprio passato che permettesse loro di stabilire un dialogo con l’altro: il palestinese.
Infine, si domandò quale scherzo del destino aveva riunito lui “figlio di una Pantera Nera” con loro “figli della lupa”. Raccolse il suo coraggio a due mani e chiese la parola:
— Mi sia consentito di osservare che la profanazione di un cimitero può essere utilizzata dalla lobby ebraica per presentarsi alle masse come vittima e continuare la promozione del loro rigetto a nostre spese. Ritengo sia più opportuno, in questa fase storica, assumere un comportamento strategico elusivo, promovendo gesti simbolici non contestabili. Per esempio, perché non piantiamo croci cristiane a Auschwitz e in tutti quei luoghi della memoria di cui i giudei si sono appropriati per manipolare la storia?
Poi tacque, sorpreso, a valutare la pericolosità del suo ragionamento.
Dopo una breve discussione alla quale non partecipò, il gruppetto decise di congelare l’operazione profanazione del cimitero ebraico e si concentrò sulla preparazione dell’incursione nel centro sociale occupato Maajabu; operazione denominata da Er creativo “Emolisi” la distruzione dei globuli rossi, l’apoteosi dell’uomo vivo contro l’uomo morente.
Giufà volle chiudere la serata con un tocco di classe e, citando Clausewitz disse:
— La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
Tommie rischiò di esplodere in una fragorosa risata pensando agli amorazzi di Clinton e stava per esclamare: “La guerra è la continuazione del Kamasutra con altri mezzi”, ma rimase a guardare il condottiero con un sorriso sagace che Giufà scambiò per una manifestazione di ammirazione e si gonfiò il petto.




I FANTASMI



        Saìd, un giovano marocchino, campava alla giornata senza avere un lavoro continuativo e sistematico. Ogni sera, contattava un imbianchino, un muratore ed un elettricista per sapere se doveva presentarsi l’indomani mattina a lavorare. Tutti e tre lo consideravano un “bravo ragazzo” e gli volevano bene come a un figlio; infatti, Saìd lavorava in nero, era flessibile come un giunco e un magnifico cavallo da corsa.
Il suo nome arabo significa “Felice”, ma lui era sempre triste ed amava la solitudine come i poeti. Isolato nella gran galera del mondo tra il vomito dei respinti, Saìd cominciò a manifestare i sintomi tipici della paranoia; e, ogni qualvolta vedeva una persona che gli veniva incontro con una mano in tasca, egli cambiava marciapiede perché convinto che chiunque poteva avere un improvviso raptus di follia ed accoltellarlo senza alcun motivo. Pertanto, nelle giornate fredde, Saìd era costretto a spostarsi da un marciapiede all’altro, zigzagando pericolosamente in mezzo al traffico, e, anche se non aveva mai subìto una aggressione, egli non riusciva a togliersi dalla mente quelle strane convinzioni.
Un giorno, altrettanto perfido e fetente di quello precedente, Saìd aveva letto su un muro la scritta “Ai forni i marocchini”, un graffito che nessuno pensò di cancellare e al quale tutti si erano assuefatti, diventando parte integrante del paesaggio urbano come la merda degli storni. Allora, si affrettò ad acquistare una decina di accendini con i quali si riempì le sue tasche che controllava senza sosta “per non rimanere privo di fiamma al momento del bisogno”. Poi, si procurò una bottiglia di plastica, praticò un piccolo foro nel suo tappo e la riempì di benzina. Così, quando andava a dormire in una fabbrica dimessa, un luogo che si adattava perfettamente alla sua immensa solitudine e dove il sole del buon Dio non dava i suoi raggi, teneva sempre a portata di mano il suo rudimentale lancia-fiamme.

Una mattina, mentre Saìd dormiva ancora, sapendo che non doveva lavorare, entrarono nella ex fabbrica tre giovani per occuparla e farne un centro sociale. Sentendo i rumori, egli si destò, prese con una mano la bottiglia e con un’altra un accendino e rimase in piedi a tremare come un pulcino, col cuore che gli batteva all’impazzata e la bocca secca come un baccalà, mentre si ripeteva ossessivamente: “Li brucio prima che mi brucino. Li brucio prima che mi brucin…”
Edoardo Beccaria, un giovane musicista, avendo intuito il dramma di Saìd, cerco di calmarlo:
— Stai calmo, stai calmo! Nessuno ti vuole fare del male. Anzi, ti chiediamo scusa perché non sapevamo che dormi qui. Volevamo occupare questa ex fabbrica per farne un centro sociale. Non vogliamo nuocere a nessuno.
Udendo ciò, Saìd, per sua fortuna, posò il lancia-fiamme che poteva esplodergli in faccia, e crollò sul suo misero giaciglio a piangere.
Andò subito a rincuorarlo Soledad Cienfuegos, una performer cilena, seguita da Edoardo e Alessandra Basaglia, un’artista teatrale. Continuarono a dargli affettuose pacche sulle spalle e a parlargli finché Saìd cominciò a raccontare frammenti della sua esistenza scarnificata fino all’osso.
Edo gli offrì di abitare nel suo appartamento, avuto in eredità, e al quale non intendeva ritornare perché voleva vivere nel centro sociale, e andarono insieme a vederlo mentre Ale e Sole iniziarono a studiare e a pensare il nuovo spazio. Poi, Edo ritornò con Saìd che contribuì alla ristrutturazione e pulizia della vecchia fabbrica.

Quando i lavori furono ultimati ed altri giovani si aggregarono, tutti si misero d’accordo per scrivere su una parete interna alcune parole che Ernesto Guevara aveva lasciato ai suoi figli prima di morire:

Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario.

Anche Saìd, dopo il lavoro, frequentava il centro, e, grazie alla socialità intensa e alla convivialità, a poco a poco i sintomi della paranoia scomparirono e la sua esistenza acquistò una gioiosa e suprema ragion d’essere. Tuttavia, ci furono molte divergenze per la scelta del nome da dare al nuovo centro sociale. C’era chi proponeva Tania1, chi Sherwood, Calimero, Verde-olivo o Garabombo l’invisibile. Addirittura, Saìd, per consegnare una goccia di splendore alla sua vita, aveva proposto Zidane! Alla fine, furono scelti, in ordine casuale, sette persone e ciascuno fornì una lettera; così, si formò un nome dadaista: Maajabu.

Un pomeriggio, pochi giorni prima della Befana, mentre Edo stava camminando tra le bancarelle di Piazza Navona, cercando di vendere pupazzetti, lavorati da indios messicani, che aveva portato con sé dal Chiapas dove era stato per offrire un contributo finanziario agli zapatisti, frutto di una colletta organizzata dai giovani del Maajabu, il suo fine udito di musicista captò incantevoli vibrazioni provenienti da bongos percossi da abilissime mani. E si fermò di fronte a Rashidi Kawawa, un simpatico artista di strada tanzaniano:
— Suoni come un dio! — esclamò Edo.
— Grazie fratello! — replicò sorridendo il giovane africano, poi si presentò: — Mi chiamo Kawawa, e tu?
— Edoardo!
Edo scoprì cha Kawawa suonava anche il sassofono, che aveva frequentato il Conservatorio di Dar Es-Salaam e che nutriva grande interesse per l’afro-funk, l’afro-rock e l’afro-jazz. Inoltre, Edo aveva un altro punto d’incontro con Kawawa: una comune passione per l’artista nigeriano Fela Anikulap Kuti, autore dell’album Teacher don’t teach me nonsense, e, propose con insistenza al musicista africano di partecipare al suo Multiculti Contamination Project un esperimento musicale in corso al Maajabu.
— Edo, sono così entusiasta e commosso che preferisco prendermi tre giorni per pensarci bene! — fu la risposta di Kawawa, prima di aggiungere sorridendo: — Ma se sei un musicista, perché vendi pupazzetti con la sembianza del subcomandante Marcos?!
— Nessuno è perfetto, Kawawa! — esclamò Edo prima di congedarsi.

Dopo tre giorni, Edo si presentò all’appuntamento e fu felice nel vedere Kawawa con la custodia del sassofono in una mano, i bongos in un’altra e uno zaino sulle spalle ad aspettarlo.
Arrivando davanti all’ingresso del centro sociale, qualcosa si stampò nel subconscio di Kawawa e affiorò alla sua coscienza soltanto dopo il rituale della presentazione; allora interrogò, incuriosito, Edo.
— Perché avete scelto un nome swahili per il centro?
Edo gli spiegò la genesi dadaista del nome poi chiese a Kawawa il suo significato.
— Significa “fantasma”! — rispose Kawawa.
Tutti si guardarono sorridendo poi, Ale, parafrasando l’incipit de “Il manifesto” di Marx e Engels, proclamò:
— Ma certo, siamo i nuovi fantasmi che si aggirano per l’Europa dopo il suicidio di massa della confraternita internazionale!
Per quanto possa sembrare strano, il fatto di essere diventato un fantasma che si aggirava per l’Europa in mezzo ai fantasmi, fece sentire Kawawa, per la prima volta dal suo arrivo in Italia, di essere davvero incluso nel cerchio degli umani; e stette a guardare i suoi simili speranzoso e con gli occhi lacrimanti, facendo intenerire tutti. Infine, il suo sguardo bambinesco incontrò quello di Ale e rimase inebriato dal profumo di madreselva e gelsomino che diffondeva il giardino del suo cuore. E, quando la dolce Ale fece un passo avanti abbracciandolo e dicendo “Benvenuto fra noi!”, Kawawa corse un serio pericolo di morire di felicità. Da quel giorno, cominciò a vivere con bramante intensità tutti i minuti, tutti gli attimi della sua vita.



LA COSCIENZA POLITICA


        Era stato Kawawa a condurre Edo, Ale e Sole al nostro ghetto per discutere con noi della costruzione di un movimento europeo per la difesa e l’ampliamento dei diritti di immigrati, rifugiati e clandestini; ed invitarci a partecipare a una manifestazione. Ci eravamo seduti sotto un sole primaverile che intiepidiva l’aria, per aprirci gli uni agli altri.
— Questo ghetto è forse la materializzazione della vostra chiusura nella nostalgia delle tradizioni? — domandò Ale.
— No! Noi consideriamo sia il ghetto che i centri sociali un fenomeno connaturato alla società dell’esclusione. Questo è un ghetto multietnico, dove fabbrichiamo rapporti umani e resistenza all’etnicizzazione. È la nostra “little Italy” nel cuore dell’Italia, che esprime il nostro desiderio dissidente e dove l’altro non viene mai cancellato, con tutto il suo bagaglio d’identità, storia e passato; perché conserviamo sufficiente consapevolezza e distanza in modo che la cultura dell’altro dia senso a quella di ciascuno di noi.
— Fino a quando credete di poter resistere da soli? — domandò, provocatorio, Edo.
— Desideriamo mutare il nostro pensiero dissidente in una pratica; aspettavamo da tempo il vostro appoggio. Anche noi riteniamo il conflitto una necessità e una risorsa per la trasformazione sociale.
— E la droga? — domandò Soledad.
— Sole! Un partigiano italiano cantava: “Fischia il vento, urla la bufera / Scarpe rotte e pur bisogna andar / A conquistare la rossa primavera / Dove sorge il sole dell’avvenir”. Noi, non avevamo nemmeno le scarpe rotte, Sole! Eravamo scalzi e le pallottole fischiavano da tutte le parti. Il nostro futuro sembrava determinato e chiuso, senza speranza, dominato dalla miseria che ci aveva scacciato. La corrente ha portato a riva, fino al ghetto, i nostri corpi. Abbiamo smesso di credere che “la borghesia produce anzitutto i suoi seppellitori” e che “il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili” come asseriva Marx. Noi constatiamo che non solo il proletariato non ha seppellito il capitale, ma non pare più potersi costituire come soggetto. Le nostre sorelle praticano la prostituzione con l’illusione di sfuggire allo sfruttamento del lavoro salariato, e, all’alba, i nostri fratelli lasciano il ghetto per sostare in piazza in attesa di essere caricati per fare i braccianti agricoli in nero e sottopagati. Una pensione non l’avranno mai. Hanno trasformato il casertano in un polo italiano di produzione delle fragole, e, quando possono, mandano quattro soldi a “casa”. Soffrono e perdono, Soledad, come molti cittadini della democrazia, come i nostri fratelli che fumano il crack e che popolano i suburbi del ghetto. Sì, Sole! Vendiamo droga, in contraddizione violenta con le regole del vivere che impone la morale; ma una generazione deve sacrificarsi; perché molti abitanti del ghetto sono una marea che non si ritirerà mai. Non faremo crescere i nostri figli nel fango. Li manderemo all’università e saranno capaci di sentirsi cittadini ovunque, perché insegneremo loro che la costruzione di una forte identità etnica porta all’isolamento ed innesca un processo di stranierizzazione. Qui, voi come noi, crediamo che ha senso spendersi fino in fondo solo insieme agli altri. Per questo, oggi, dal fango di questo ghetto, il nostro canto di gioia si leva al disopra delle miserie umane e vola alto come un aquilone coi colori dell’arcobaleno. Noi, alla manifestazione, c’andremo e daremo il nostro contributo per la costruzione del movimento. Kipingo, preparaci uno spinello!

Il giorno della manifestazione, il ghetto era rimasto deserto. La nostra rete aveva pagato ad alcuni braccianti la giornata e le spese del viaggio fino a Roma, mentre le prostitute e tutti gli altri si erano uniti a noi volentieri. I nostri fratelli dei centri sociali avevano organizzato un servizio d’ordine e, in testa al corteo, c’erano Ale e Kawawa che innalzavano uno striscione con l’articolo 1. della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948):

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Su altri striscioni si leggeva “SCHUTZHAFT2: NO AI LAGER”, “NESSUN ESSERE UMANO È ILLEGALE”, “IL DIRITTO ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE È PREROGATIVA INCOERCIBILE DELLA PERSONA UMANA”. Eravamo gioiosi, eccitati, ballavamo e cantavamo Imagine di John Lennon poi, al segnale convenuto —un lugubre urlo di sirena — il corteo si era fermato per osservare un minuto di silenzio, inalberando cartelli con la scritta “Semira Adamu”, il nome della giovane nigeriana che doveva essere espulsa dal Belgio e che la polizia aveva ucciso soffocandola con un cuscino sulla faccia.
Ma alcuni giovani di destra avevano inscenato saluti fascisti e avevano fatto sfoggio di magliette e indumenti “neri”, nacquero insulti e si scatenarono scontri, e le forze dell’ordine distribuirono manganellate a tutti, mentre noi, l’umanità migrante del ghetto, avevamo vissuto i momenti più belli della nostra vita perché marciare per chiedere diritti e protestare è una esperienza liberatrice che testimonia, soprattutto, la nostra disponibilità al mutamento di stili cognitivi e al superamento delle categorie etnocentriche che negano legittimità all’altro.
Dopo qualche giorno, con un rinnovato desiderio di decidere, contare, esserci, avevamo partecipato a un’altra manifestazione organizzata a Bologna dall’Arcigay e Arcilesbica, sfilando in corteo assieme ai “colpevoli” di essere normalmente omosessuali. Quattordici persone avevano indossato magliette bianche, su ciascuna c’era stampata un lettera dell’alfabeto che insieme formavano la scritta Matthew Shepard, il nome di un ragazzo di ventuno anni, assassinato negli Stati Uniti dall’odio verso gli omosessuali. Gli striscioni reclamavano il riconoscimento civile delle coppie di fatto, il diritto all’adozione e a una identità sessuale diversa. Noi, dal ghetto, avevamo portato uno striscione con la scritta “DIVERSI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!”, e avevamo deciso di partecipare anche alla manifestazione organizzata da tutte le streghe del basso secondo millennio.



IL MUTAMENTO ANTROPOLOGICO



        Qualche secondo prima dell’incursione di Tommie, Er pecora, Er creativo ed altri, capeggiati da Giufà, nel centro sociale; Soledad, chiusa nel suo silenzio di ali addormentate, era seduta sulla branda di una cella carceraria ricostruita sul modello di una reale servita per una serie di performances rendendola teatro delle sue metafore per la libertà.
Sole nacque orfanella nel ‘74 perché un condor pinochettista aveva sorvolato il Cile facendo sparire suo padre accusato di essere “hijo de puta” e “comunista maricòn”3. Pertanto, ella aveva intitolato le sue performances, filmate e fotografate, Tremenda impotencia de un corazòn dolido, e aveva spedito la sua opera artistica a tutti i centri sociali per promuovere una iniziativa a favore dei Prigionieri Politici in Italia.
Gli altri giovani del Maajabu erano fuori e dovevano rientrare da lì a poco accompagnati da ospiti provenienti da altri centri sociali. Kawawa, invece, stava suonando il sassofono immerso in una nuvola di pentagrammi bastardi alla ricerca dell’ottava nota della dissidenza. Accanto a sé, sedeva la sua adorata Ale a leggere un’intervista che José Saramago aveva rilasciato al termine del suo discorso ufficiale in occasione del ricevimento del premio Nobel per la letteratura ’98:

…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto.

Alzando gli occhi, Ale vide due gruppi di persone armate di spranghe di ferro e mazze da baseball entrare dalla porta principale e da quella sul retro. Tutti ostentavano sicurezza, sapendo che gli altri giovani del Maajabu erano fuori, ed agivano come se Ale, Sole e Kawawa non esistessero.
Er ceativo si fermò di fronte al ritratto di Ernesto Guevara, appeso a una parete divisoria in compensato riciclato, e, dopo aver letto la scritta: “Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza”, conficcò una spranga di ferro nella fronte del Che, facendole trapassare il compensato come se fosse stato burro. Poi, si piazzò di fronte a una gigantografia del sub-comandante Marcos, tese la mano per recuperare la spranga dalla fronte del Che ma ebbe una illuminazione e preferì accendere la pipa a Marcos. La fiamma si propagò al passamontagna poi avvolse il subcomandante riducendolo in cenere assieme a gran parte della gigantografia. Si salvò solo un lembo dove un uccellino rimase a volteggiare inorridito, mentre Ale, Sole e Kawawa rimasero silenziosi e si scambiarono quasi inconsciamente uno sguardo d’intesa e pensarono che presto sarebbero rientrati i compagni. Poi Er creativo s’impossessò di un aerosol e andò verso un poster di Silvia Baraldini4 fotografata su una sedia nel braccio speciale “Trauma Unit” del carcere di Danbury, negli Stati Uniti. Disegnò con la vernice tanti elettrodi trasformando la sedia sulla quale sedeva Silvia in una sedia elettrica poi andò, soddisfatto, per altri sentieri di nuove creazioni, mentre Er pecora diceva minaccioso a Kawawa: — Sporco negro, scopi con questa puttana? — e indicò Ale, poi gli sferrò un pugno in faccia e continuò: — Vuoi imbastardire la nostra razza, negro di merda?
Kawawa preferì non reagire ed Ale lo abbracciò facendo scudo col suo corpo, mentre Sole, indignata si scagliò addosso al fascistello più vicino. Fu malmenata, imbavagliata e buttata sulla branda con i piedi e le mani legati dietro la schiena, nel contempo, Ale e Kawawa, che avevano accennato una reazione per soccorrere Soledad, furono immobilizzati. E Kawawa si trovò in mezzo a tre giovani che lo tenevano fermo di fronte a Tommie, rimasto impalato a seguire la scena. Poi qualcuno lo incitò:
— Picchia, Tommie! Picchia questa scimmia!
Tommie, dopo una breve esitazione, serrò il suo pugno e colpì Kawawa al petto ma, a sua volta, sentì un fitta al petto. Colpì Kawawa alla spalla e, con sua propria meraviglia, sentì una fitta alla spalla e si fermò.
Ma gli altri continuarono ad incitare:
— Picchia questo negro di merda, Tommie, picchialo!
E Tommie colpì, emise un gemito e gridò: — Sporco negro.
Cominciò a sudare e mentre colpiva, gemendo, le sue lacrime si mescolavano al sudore che copriva il suo viso trasformato in una maschera di dolore. Poi, qualcuno pronunciò la parola comunista facendo affiorare alla coscienza di Tommie residui del suo passato di marine indottrinato nell’esercito degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti del maccartismo; la potenza che inventò “l’impero del male” piazzandosi dalla parte del bene per diventare paladino delle “cause giuste”, per sollevare “tempeste nel deserto” e seppellire sotto le sue sabbie la giungla del Vietnam, assicurandosi sedimentazioni lungo il tempo geologico. Allora, Tommie colpì nuovamente gridando: — Comunista — e sentendo un immediato sollievo.
Continuò a menare pugni “intelligenti” mentre la povera Ale piangeva e si dibatteva rimanendo, tuttavia, impigliata in una ragnatela di feroci mani; e, mentre i colpi, sommandosi sotto lo sterno di Kawawa, producevano in Tommie una sottrazione di valori, egli vide la sua preda boccheggiare come un pesce fuor d’acqua e provò una sensazione simile a un orgasmo, poi, con una precisione “chirurgica”, sferrò un tremendo pugno alla gola di Kawawa che crollò portandosi le mani attorno al collo cercando di allentare un cappio invisibile e spalancando la bocca con l’aria di non volerla chiudere mai. Mentre il suo corpo senza ossigeno si contorceva e sussultava per gli spasimi. Infine, inspirò profondamente come se fosse riaffiorato alla superficie della vita dopo un interminabile tuffo negli abissi. Si alzò subito per soccorrere Ale ma una mazza da baseball piombò sulla sua nuca e lo stramazzò.
— Crepa negro di merda! — esclamò Er pecora, sorridendo, mentre Er creativo apriva la chiusura lampo dei suoi pantaloni per alzare poi una gamba e orinare sul corpo di Kawawa mimando un cane e facendo ridere l’intero branco.
— Sei forte, Er creativo, sei troppo forte! — esclamò, Giufà.
Poi, Er pecora, eccitato all’inverosimile, fece scorrere la piastrina della cerniera lampo dei suoi pantaloni dicendo a Ale:
— Te lo do io il cazzo, puttana — e cominciò a sfilarle i blue-jeans mentre lei continuava a dimenarsi invano, incapace di gridare a causa di una mano infame che tappava la sua bocca. Poi, Er pecora strappò le mutandine di Ale che lo guardava implorante attraverso una cortina di lacrime.
— Ma siete pazzi?!— disse Tommie— Questa puttana scopa con una scimmia africana. Vi rendete conto? — e aggiunse una serie di parole che potevano risultare al branco terrifiche: — Ebola, H.I.Virus, bufala pazza, Mandela.
Poi guardò Ale e gli parve di cogliere al volo il suo sguardo riconoscente; ma Er pecora, brandendo una spranga replicò:
— No problem!
Allora, Tommie, impotente, chiuse gli occhi per allontanare da sé l’orribile scena della violenza carnale ma vide, come nel suo peggiore incubo, Ramla piangente. Però, questa volta, lo sfondo, che prima gli si presentava buio, era occupato dagli arredi della sua casa di Pinetamare, e realizzò che era capace di immergersi in quella visione.
Abbassò lo sguardo della memoria e vide sul tavolo tra le mani di Ramla la rivista Panorama e, in un attimo, tutte le sequenze mnemoniche cominciarono a scorrere davanti a sé come in un film.
Rivide Ramla piangente davanti alla foto di una donna somala che veniva violentata con un razzo illuminante da un manipolo di paracadutisti della Folgore, ai tempi della “missione umanitaria” Restore Hope5. Ramla aveva perso il padre, la madre e il fratellino Omar, in un solo giorno, falciati dal fuoco di una mitragliatrice che sparava da un elicottero statunitense per aprire una via di fuga a una jeep rimasta intrappolata durante una manifestazione di protesta della popolazione di Mogadiscio contro i soprusi dei militari. Fu dopo quella tragedia che Ramla accettò di trasportare droga pur di lasciare la Somalia dove la “speranza” era stragista.
Tommie sapeva tutto ciò, e, quel giorno, mentre Ramla piangeva, cercò di confortarla e tese una timida mano per asciugarle le lacrime, ma ella allontanò la sua testa affiggendo in lui il suo sguardo e lasciandolo crocifisso al suo senso di colpa.
Ramla aveva bisogno di rimanere sola col suo orgoglio ma Tommie stette a interrogarsi come poteva lei innamorasi di lui mentre era ancora un marine dell’esercito che aveva massacrato, poche settimane prima, la sua intera famiglia. Rimase in una completa confusione di tutti i suoi sentimenti a guardare le lacrime di Ramla attaccarsi alle sue lunghe ciglia nere mentre gemeva per soffocare il suo dolore e le sue labbra tremavano come petali di rosa al vento. Ella piangeva, singhiozzava ma rimaneva altera, e Tommie finì per rimuovere dalla sua coscienza quella scena infelice che si trasformò in un incubo ricorrente e che dopo la censura onirica, riaffiorava ogni notte carico di ignoti dolori, facendolo destare con groppi alla gola. Ma ora, quella visione, fece a Tommie l’effetto di un senso di salvezza che lo avvolgeva da ogni parte, come a un naufrago che trova improvvisamente una boa cui aggrapparsi per riscuotersi dall’oblio. Tutto durò un attimo. Tommie riaprì gli occhi e gridò:
— No-o-o!
Tutti si voltarono per rabbrividire alla sua vista:
egli, sotto i loro occhi, si stava trasformando, perdendo a poco a poco, il colore eburneo e i capelli biondi per diventare un uomo nero con le treccine rasta che gli scendevano sulla fronte.
La tenera Ale si riscosse gioiosa e credette di aver assistito all’avvento del hombre nuevo, un mutamento antropologico profetizzato dai rivoluzionari… Si sbagliava di grosso.
Er creativo, invece, si aggrappò alla prima spiegazione razionale elaborata dalla sua mente e bisbigliò in romanesco con l’aria di chi si biasima per non essersene accorto prima:
— Terminator 2? Li mortaci sua!
Tommie, stupito dall’effetto che aveva provocato il suo No gridato con la forza della disperazione, non ebbe il tempo di accorgersi della sua metamorfosi inversa. Infatti, i giovani del Maajabu erano appena rientrati in compagnia di altri incazzati che videro Soledad, l’orfanella dell’utopia, imbavagliata e buttata in uno spazio cubicolare coatto e sentirono il fetore di un genocidio che dura dai tempi dei conquistadores mentre i simboli dell’odio e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo imbrattavano i muri urbi et orbi e i nazistelli scorazzavano nel centro. Il Che, invece, trafitto a morte continuava a sorridere ai giovani che lo avevano adottato perché la storia contemporanea non aveva offerto loro l’occasione di fare la propria rivoluzione.
Lo scontro divenne inevitabile e si scatenò una zuffa campale.
Er creativo, una persona di rara intelligenza, trovandosi vicino alla uscita secondaria cercò di svignarsela, ignorando che i compagni del Maajabu, avendo udito un grido di Ale subito soffocato, si erano divisi in due gruppi. Aveva aperto la porta continuando a guardare dietro di sé per assicurarsi che non aveva nessuno alle calcagna, e, appena si voltò, una testata lo baciò violentemente accasciandolo.
Soledad, appena sciolta andò a soccorrere il povero Kawawa. Invece Er pecora, trovandosi caprino su quattro arti in mezzo a due compagni del centro sociale cominciò a belare facili stereotipi:
— A squatter / barboniii. A spinellatori / drogatiii. A froci / sieropositiviii. A comunisti / invisibiliii. A Giufà, aiutami.
Il laboratorio teatrale di Ale affrontava la costruzione del personaggio tramite tecniche di teatro corporeo associate alla tecnica psicoterapeutica dello psicodramma. Ella attribuiva ai suoi testi drammaturgici la capacità di esteriorizzare schemi comportamentali interiorizzati dalle donne, vittime di un dominio maschile perpetrato nei secoli di assoggettamento sessuale per la conservazione del potere. E aveva coniato lo slogan: La capacità di piangere al potere. Pertanto, appena si era infilata i suoi blue-jeans si lanciò a difendere colui che stava per infilare una spranga di ferro nella sua vagina:
— Basta con la violenza — gridò, in lacrime, ai compagni che stavano malmenando Er pecora. — Basta, vi prego compagni! Mettete fuori questo balordo e basta.
Giufà, trovandosi in difficoltà, impugnò una pistola e cominciò a sparare, mentre Tommie, rimasto per tutto questo tempo a guardare, udendo i primi due spari, si buttò come un felino sotto una panchina coprendosi la testa con le mani e tenendo gli occhi chiusi. Quasi per istinto, come gli avevano insegnato a fare nell’esercito, essendo disarmato si mise a contare i colpi in mezzo a tutto quel trambusto del fuggi-fuggi generale. Contò quattordici detonazioni ed infine, si fece un silenzio di morte, interrotto dalla voce di Ramla che lo scuoteva:
— Tommie, alzati! Dobbiamo andare via, stanno arrivando gli sbirri.

Quando Tommie riaprì gli occhi dopo il suo lungo viaggio allucinante nel McWorld Country, presentava tutti i sintomi del jetlag. Aveva di nuovo tanto korogocho in testa e un senso di ripugnanza simile a una nausea. Notò una treccina dei suoi capelli neri scendergli su un occhio e si guardò subito le mani. Poi ebbe una brusca contrazione del diaframma e spalancò la bocca senza riuscire a vomitare. Rimase genuflesso e afferrò Ramla per la sottile vita sprofondando il capo nel suo grembo come un bimbo impaurito.
— Tommie, alzati, ti prego! Dobbiamo andare via — gli disse Ramla con voce rotta di singhiozzi, poi aggiunse: — Hanno sparato a Kipingo, Tommie! Amore, Kipingo è morto, hanno ucciso il nostro Kipingo.
La funerea frase rimbombò nella mente di Tommie come un’eco interminabile senza decidersi, inorridita, a fermarsi alla soglia della sua coscienza. Poi, egli si alzò come un automa e fece due passi in un fluttuare di tavoli e sedie rovesciati della discoteca Meteco dovuto alla vertigine che lo travolse facendolo barcollare e cadere per terra. Ramla, presa da un tremito, vide Joshua in piedi accanto al corpo di Kipingo disteso, esanime, al centro della pista da ballo, mentre Florence, non dovendo obbedire a un ordine militare, rimase, come al solito, a testimoniare la sua presenza presso la sofferenza.
— Buffalo Bill — chiamò Ramla — Florence! Aiutatemi, Tommie sta male. Oddio, sto ma-a-le. Aiutatemi vi prego.
Joshua e la sua compagna corsero verso Ramla. Aiutarono Tommie a rialzarsi ed appoggiarsi alle loro spalle mentre Ramla usciva a prendere la macchina.
Tommie si fermò davanti al cadavere del suo amico che gli sembrava galleggiare in una pozzanghera di sangue e disse:
— Morto? — guardando gli occhi chiusi spalancati di Kipingo con aria interrogativa, benché la cosa fosse evidente; e, le sue gambe gli si piegarono sotto.

Appena raggiunsero l’uscita, l’aria fresca gli provocò una forte contrazione all’addome e vomitò. Buffalo Bill l’aiutò a sistemarsi sul sedile della Fiat Bravo, accanto a Ramla che partì sgommando verso casa poi, Florence lasciò per ultima la discoteca insieme al suo compagno a bordo della sua Ford.
Ramla, non riuscendo a vedere bene davanti a sé, confusa azionò il tergicristallo, e, non ottenendo alcun miglioramento realizzò che erano le sue lacrime ad annebbiarle la vista. Voltò il capo verso Tommie per chiedergli un fazzoletto ma vide che stava vomitando, allora si asciugò gli occhi con la mano e cercò di concentrarsi sulla strada. Poi, Tommie la interrogò piangendo:
— Chi ha ucciso Kipingo?
— È stato Gennaro o’ pazz’ — rispose Ramla.

La mattina del sette gennaio, Kipingo andò all’appuntamento settimanale con Gennaro o’ pazz’ per vendergli un etto di eroina. Ahimè, era così eccitato per il suo compleanno che aveva preso un involucro contenente lattosio al posto di quello giusto. Gli accordi non consentivano all’acquirente di controllare il contenuto e, quando Gennaro o’ pazz’ scoprì che aveva pagato cinquemilioni un etto di lattosio pensò che Kipingo voleva punirlo per un suo precedente tentativo di pagare con soldi falsi. Ma Kipingo, appena si era accorto dello scambio, essendo occupato nei preparativi della sua festa, si era limitato a mandare a dire a Gennaro che lo voleva al Meteco la sera, e aveva l’intenzione di dargli un etto e mezzo di roba e scusarsi. Ma o’ pazz’ interpretò l’appuntamento come una sfida, essendo il Meteco un nostro feudo.
Così, si presentò armato di pistola semiautomatica calibro 9x21 nella mano destra inguantata e una mitraglietta in quella sinistra e si limitò a coprirsi parzialmente il volto con un fazzoletto. Entrò in discoteca e, senza dire una parola, scaricò l’intero caricatore, quattordici colpi, addosso a Kipingo. Buttò la pistola per terra e sputò sul corpo di nostro fratello dicendo in dialetto campano:
— Omm’ e spacimme.




ODIO E AMO
COME SIA NON SO DIRE
MA TU MI VEDI QUI CROCIFISSO
AL MIO ODIO ED AMORE.

(Caio Valerio Catullo)



        Ramla e Tommie scesero dalla macchina ed entrarono in casa.
Andarono direttamente sotto la doccia vestiti poi si spogliarono continuando a piangere. Rimasero sotto l’acqua abbracciati sussurrandosi parole di consolazione e spargendo lacrime cocenti che si mescolavano all’acqua. Poi, Tommie prese la testa di Ramla fra le mani guardandola negli occhi, e, singhiozzando per il dolore, la pregò di smettere:
— Usilie honey! Usilie, ti prego6.
Soltanto quando l’acqua dello scaldabagno elettrico si fece insopportabilmente fredda, lasciarono la doccia tremuli e rimasero abbracciati ad asciugarsi. Poi si infilarono nel letto e Ramla appoggiò la sua testa sulla spalla di Tommie abbracciandolo; quando il loro respiro spastico si fece regolare, Tommie domandò dolcemente:
— Dormiamo, amore?!
— Sì! Usiku mwema! — rispose, Ramla con voce flebile, dandogli la buona notte in swahili, la lingua che amava.
— Sweet dreams! — ricambiò, Tommie, allungando la mano per spegnere l’abat-jour. Ma ebbe un brivido vedendo sul comodino un racconto che aveva letto il giorno prima: era La metamorfosi di Franz Kafka. Emise un profondo sospiro di sollievo e strinse forte a sé Ramla dicendo col pensiero parole d’amore; “Nakupenda, Ramla, Nakupenda”7. Lei, che aveva abbattuto tutte le barriere, aveva udito il suo pensiero e sollevò il capo mentre la sua folta chioma nera copriva il suo dolce viso per posare le sue labbra sul seno di Tommie, poi, appoggiò di nuovo la sua testa sulla spalla del suo amato e s’addormentò.

L’indomani mattina, siamo andati a cercare Gennaro o’ pazz’ che sapeva già del suo sbaglio e, quando ci aveva visto scendere dalla macchina infilò subito la sua mano nella tasca del giaccone. Gli consegnammo un etto e mezzo di eroina senza pronunciare una parola e, mentre lui cercava di dirci qualcosa, gli voltammo le spalle digrignando i denti col desiderio avvelenato di farlo a pezzi e darlo in pasto ai gatti del ghetto.
Avevamo avvisato il Consolato della Tanzania della morte di Masudi Abdalla; Kipingo era soltanto un soprannome che avevamo dato al nostro fratello ed è il nome di un albero che cresce in Africa, noto per la sua resistenza all’ascia.
Avevamo organizzato nel ghetto una veglia senza morto, mettendo al centro di un tavolo un paniere per raccogliere denaro. Tutti eravamo in lutto ed anche i fumatori di crack osservarono qualche ora di astinenza.
Qualche giorno dopo, Tommie e Ramla volarono a Dar Es-Salaam insieme al feretro portando in dono alla famiglia di Kipingo un po’ di soldi.

Avevamo scavato inutilmente alla ricerca dei risparmi di Kipingo anche sotto gli alberi dove egli andava a fare piangere il suo flauto quando lo abbracciava la saudade8 . Quel diavolo, buonanima, non era mai stato beccato con la droga addosso! L’unica volta che lo arrestarono, la roba era degli sbirri che lo vollero incastrare. Il suo difensore lo consigliò di confessare che la droga era sua e di non accusare gli sbirri perché avrebbe subito una condanna più pesante e sarebbe stato incriminato per il reato di diffamazione.
Kipingo chiese il giudizio abbreviato e affermò che i cinquanta grammi di eroina erano i suoi. Fu condannato a nove anni ridotti di un terzo grazie alla formula del rito; e il suo difensore gli diede una speranza in appello: “Vedrai, Abdalla, in appello ti otterrò una riduzione di pena”, promise l’avvocato Pasquale Campitiello. Ma, nemmeno due mesi dopo, notificarono a Kipingo un ordine di esecuzione di condanna definitiva, perché il suo difensore si era dimenticato di presentare i motivi di appello. E Kipingo si trovò buttato nel camerone degli stranieri con addosso una condanna a sei anni.
Scelse di occupare il terzo piano di un letto a castello dove si addensava il fumo delle sigarette formando una nebbia felliniana che lo avvolgeva facendolo tuffare nel suo Amarcord, ad innalzare altri castelli o a sfogliare pornografici per venire senza andare mai. Poi, lasciò perdere e cominciò ad amare la lettura. Ci capitava di vederlo lacrimante chiudere un libro, baciarlo, poi si metteva sotto le coperte abbracciandolo, come se fosse stato un pupazzetto in peluche, e si addormentava in una valle di lacrime. Uscì dopo circa cinque anni con la liberazione anticipata per “regolare condotta”, senza mai ottenere un permesso di qualche giorno da trascorrere gioioso al ghetto durante le feste natalizie; e ritornò con noi a fare la medesima vita del passato.

Quando un pentito della camorra raccontò agli inquirenti della DIA che il suo clan aveva fornito armi e droga alla polizia per costruire prove e fare arrestare esponenti di un clan rivale e molti stranieri, provocando l’arresto di dirigenti della squadra mobile e poliziotti collusi; l’avvocato Pasquale Campitiello, noto appartenente al cartello dell’imbroglio, entrò nel ghetto a bordo della sua Mercedes nuova a cercare Kipingo.
— Oh, Abdalla! — esordì. — Ti trovo in gran forma! —e cominciò a rassicurarlo, inquadrarlo, guidarlo, consigliarlo motteggiando in latino, in poche parole a inghiottirlo in una sollecitudine che lo assorbiva a poco a poco all’incapacità di intendere e volere; poi, sputò il rospo: — Ti presento una richiesta di risarcimento del danno morale e materiale. Non devi neanche pagarmi adesso! Più tardi facciamo fifty-fifty. OK, Abdalla?!
Kipingo, colpito da un decreto di espulsione, guardò l’avvocato Campitiello, un uomo che sapeva di latino, e gli disse, un po’ fifone e un po’ burlone:
— Exoriar aliquis nostris ex ossibus ultor! Sta richiesta non s’ha da fare!

“Sorga qualcuno dalle nostre ossa come vendicatore” voleva dire Kipingo al suo “difensore” in un latino zoppo. Già! E quante volte avevamo ritrovato un nostro fratello, scomparso dal ghetto, sepolto sotto la sabbia della pineta, con la bocca spalancata in un urlo silenzioso; e mentre un brivido percorreva le nostre schiene, calavamo un angosciato velo di sabbia su ciò che il nostro errante cammino ci aveva svelato e lasciavamo il posto alla chetichella come se fossimo stati soltanto noi gli assassini?






NOTE

1 Tania: Haydée Tamara Bunke Bider, la donna guerrigliera che accompagnò il Che Guevara e i suoi comapgni nella sfortunata spedizione in Bolivia del ‘67. Nata in Argentina da genitori tedeschi e trasferitasi a Cuba nel ‘61.

2 Schutzhaft: custodia protettiva. L’istituto che regolava i lager nazisti.

3 “Condor pinochettista”: riferimento alla Operazione Condor il cui principale obiettivo era la parziale eliminazione di un gruppo nazionale in Cile, costituito da quelli che si opponevano ideologicamente al regime militare di Pinochet. “Comunista maricòn”: Frocio comunista .

4 Silvia Baraldini: compagna italiana condannata a 43 anni di carcere per reati associativi commessi negli Stati Uniti. È entrata nel suo diciottesimo anno di carcere.

5 “Restore hope”: ridare speranza!

6 Usilie, honey! Usilie, ti prego”: frase in swahili, inglese e italiano: Non piangere, dolcezza! Non piangere, ti prego.

7 Nakupenda: in swahili significa “ti amo”.

8 Saudade: sentimento comune a tutti i migrati: immensa solitudine accompagnata da malinconia nostalgica.


postato da: metoikos alle ore 10:15 | link | commenti (12)
categorie: racconti, meteco

I SOMMERSI

Migra 1 

 


         Il futuro mi preoccupa, perché è il luogo dove penso di passare il resto della mia vita.”

Woody Allen

   

 

         Il sole declinava al tramonto e si sentiva alitare un’aria di mare, mista all’odore di frescura diffuso dalla pioggia che era caduta tutto il giorno. Ai lati dei fangosi passaggi, sedevano uomini e donne che si erano incontrati lungo la strada della vita e guardavano il fiume Vjosa che quel giorno era immobile sotto il cielo, e tuttavia con un lento moto in superficie come se in quel riposo respirasse. Qualcosa in loro offriva una debole eco a quel moto e agitava le profondità della loro memoria producendovi un tumulto. Un uomo dai capelli candidi, che accoppiava alla maschera della vecchiaia quella della tristezza teneva i pugni sulle ginocchia e il capo reclino in avanti come se stesse guardando in un precipizio, poi sollevò il viso alla brezza fresca e parlò in kurdo ad una donna che stava gingillando un bamboccio che poppava gagliardamente, palpeggiando il seno con la zampetta rosa. A poca distanza, alcuni bambini vestiti dimessi giocavano a fare buchi in terra, e sul lungofiume un piccolo solitario gettava indolentemente sassolini nell’acqua. Inaspettatamente, da una strada sterrata che s’internava in mezzo ad un boschetto, sbucò un gommone trascinato da un trattore e tutti, donne, uomini e bambini, si alzarono in piedi.

         Rrini ulur, rrini ulur, state seduti — gridò un giovane albanese gesticolando per farsi intendere.

         Tutti obbedirono, pochi parlarono, e se qualcuno aveva qualcosa da dire, poteva solo riferirsi al suo futuro perché il futuro era ancora suo e lo poteva dipingere nei colori che preferiva. E mentre le donne covavano con gli occhi i bambini per tema di un incidente con quell’espressione ferina propria della maternità, il gommone veniva messo in acqua e assicurato ad un palo, al quale aderiva un marciume filamentoso come capigliature verdastre.

         Attraverso il sentiero che si attorcigliava tra i cespugli bassi fino al fiume, giunse un giovane, uscito dalle più insondabili densità dell’ombra sociale, che occupava la strada con un’irritante aria di superiorità e che pareva fare grazia al prossimo della sua vista. Accompagnava una ragazza che indossava dei fuseaux imitazione leopardo e sventolava le sue gambe perfette con la nonchalance di una soubrette d’avanspettacolo. Appena dietro di loro, una donna camminava in mezzo a due uomini e un raggio di sole orizzontale sfiorava il volto della bambina che teneva in braccio, addormentata, con la boccuccia aperta che sembrava un angelo che bevesse la luce.

         — Ma è possibile, Imer — domandò uno dei due uomini all’altro — che da quando sono rientrato in Albania non sono riuscito a vederti?

         — Gezim, cugino caro, è colpa del governo turco — disse Imer, semplificando al massimo la sua risposta — e con la casa piena di profughi kurdi sono costretto a fare viaggi in continuazione.

         — Allora, presto d