Chi sono

Utente: metoikos
Nome: Imed Mehadheb
IL CANTO DI ME STESSO.. Io sono quell'uomo, io soffro, io mi trovavo là. Il disdegno, la calma dei martiri, La madre d'un tempo, condannata come strega, arsa sul secco rogo, sotto gli occhi dei suoi bambini, Lo schiavo inseguito che s'accascia nella fuga, si lascia cadere contro lo steccato, ansimante, madido di sudore, Le fitte che come aghi gli pungono le gambe e il collo, i mortali goccioloni, le pallottole, Tutte queste cose io sento e sono. WALT WHITMAN -------------------------------- "…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto." José Saramago Nobel per la letteratura '98

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mercoledì, 08 agosto 2007

METECO



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A Edoardo Massari “Edo” e Maria Soledad Rosas “Sole”: due anarchici morti suicidi nella gran galera del mondo.


O gentildonne, “O gentiluomini, la vita è breve… se viviamo, viviamo per camminare sulla testa dei re”.
(William Shakespeare)



BLACK POWER




Che cosa è la patria? È il legame con un albero nel tuo giardino, con qualche amico, con le cose. Il resto sono cazzate, non c’è infatti alcun bisogno di amare il proprio popolo. Occorre viverci in mezzo.

(Marek Edelman, vicecomandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia)


        Tommie, prima di conoscerci, era un marine assegnato alle basi della Nato dislocate in Campania. Fu sua madre, Elisabeth Freeman, a scegliergli il nome omaggio a Tommie Smith, medaglia d’oro per i duecento metri alle Olimpiadi di Messico ‘68.
Quel pomeriggio glorioso del 16 ottobre 1968, Elisabeth Freeman, quindicenne, abitava a Harlem e seguiva in televisione la cerimonia di premiazione dei duecento metri maschili. Non appena l’inno nazionale statunitense cominciò a suonare, Tommie Smith e John Carlos, un velocista texano di Clarksville, abbassarono la testa e levarono verso l’alto il pugno chiuso e inguantato in nero. E, per Elisabeth Freeman, nulla fu più come prima. Fu fra i pochi che compresero che la testa piegata dei due atleti afroamericani di fronte alla bandiera a stelle e strisce, rappresentava il ricordo dei militanti caduti nella lotta di liberazione nera in America: Martin Luther King, Malcolm X ed altri, e che quel gesto indicava la riconquista della dignità nera. Un segnale antagonista che si richiamava alle grandi rivolte dei ghetti urbani e denunciava l’ipocrisia di una nazione che riconosceva agli afroamericani soltanto il diritto di essere magnifici cavalli da corsa.
Elisabeth Freeman aderì giovanissima al Black Panther Party e cambiò il proprio nome in Assata Nkrumah, omaggio al deposto presidente ghanese Kwane Nkrumah, fondatore dell’ All African Peoples Revolutionary Party. Tuttavia, la sua militanza nel Black Panther Party durò poco perché l’FBI e i programmi “COINTELPRO” di infiltrazione, spionaggio e provocazione, nonché le spaccature interne al movimento nero tolsero progressivamente spazio all’azione politica e all’elaborazione strategica. Inoltre, Elisabeth Freeman non aveva mai digerito una umiliante frase di Stokely Carmichael, leader del Black Panther Party e lanciatore, durante una marcia per l’apertura ai neri dell’Università del Mississipi, dello slogan “Black Power!”. Carmichael, futuro marito di Miriam Makeba, alla domanda: “Qual è la posizione della donna nel movimento di liberazione nero?”, aveva risposto: “Prona!”. Allora Elisabeth Freeman cambiò posizione e aderì al movimento di liberazione della donna.
Aveva conseguito, grazie a una borsa di studio, una laurea in filosofia alla Howard University di Washington, dove conobbe lo studente somalo Abdi Hassen, padre di Tommie, nostro fratello. Quando si trasferirono tutti e tre a New York, dove la signora Elisabeth aveva trovato un lavoro compatibile con i suoi ideali, il signor Abdi Hassen prese a occuparsi durante il giorno del piccolo Tommie e, di notte, faceva il posteggiatore in un parcheggio a Manhattan. Sappiamo che, all’improvviso, il signor Abdi Hassen cominciò a bere e divenne spigoloso e manesco. Infine l’amore si complicò prendendo la forma di una tortura e la signora Elisabeth decise di divorziare.



THE NUOVO MONDO



        Il signor Abdi Hassen tornò in Somalia e, dopo un breve soggiorno a Mogadiscio, emigrò in Italia. Si era stabilito a Roma, e, grazie alle sue conoscenze linguistiche aveva iniziato ad aiutare i membri della comunità somala, soprattutto quelli che desideravano lasciare l’Italia chiedendo asilo in altri paesi. In poco tempo, divenne un rispettato punto di riferimento noto a tutti come il dottor Abdi Hassen. Con un atteggiamento pragmatico, trasformò in un ufficio il tavolo di un bar nei pressi della stazione Termini. Forniva informazioni, consigliava e compilava moduli sorseggiando birra da grandi boccali, unico compenso che accettava volentieri anche prima di accompagnare i paesani negli uffici romani dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati, dove era conosciutissimo.
C’era anche chi, appena arrivato da Mogadiscio, si rivolgeva al nostro filosofo chiedendo di essere aiutato a sbarazzarsi in fretta di un po’ di eroina trasformandola in moneta contante. Il dottore faceva il passamano dietro un risibile compenso che fissava lui stesso, e, in questo, era davvero onesto. A volte, qualcuno si rivolgeva a lui per aiutare una conoscente a lasciare la Somalia. Egli metteva in contatto l’aspirante migrante con un suo zio che viveva a Nairobi, in Kenya, e quest’ultimo organizzava a sue spese il viaggio trasformando, naturalmente, la migrante in un corriere di eroina. Una volta consegnata la merce, si usava offrire alle donne un piccolo aiuto economico per consentire loro di affrontare le prime settimane di nuova vita senza traumi.
Insomma, il dottor Abdi Hassen faceva parte di quella brava gente che può essere estremamente crudele senza nemmeno saperlo.



IL GHETTO


        Anni fa, nel casertano, mentre la raccolta dei pomodori volgeva al termine e dopo una notte di pioggia torrenziale, spuntò, come da un seme sepolto nel deserto, una baraccopoli. Appena il sole si levò alto, decine di piccoli teli in plastica cominciarono a riflettere una luce in raggi di tutti i colori, e, a rendere ancor più sensibile all’occhio questa prodigiosa trasformazione, contribuivano le lamiere zincate, inchiodate a vetuste assi di legno, e splendenti come tegole d’oro rese scure dal tempo.
— Chiamiamola Korogocho! — suggerì un fratello Keniota: — Vuol dire “confusione” in lingua kikuyu, ne abbiamo una simile presso Nairobi, ma questa, fratelli, vi assicuro che è mille volte più splendente!
Quando un gelido vento invernale aveva diffuso la buona novella in tutte le direzioni come il fuoco tra la sterpaglia, il nostro ghetto si allagò di arzigogolante umanità formando un brodo primordiale fatto di mille etnie e nel quale Il Misericorde fece scoccare la sua scintilla creando convivialità.

Joshua Okoro, un nostro fratello nigeriano, conobbe Florence Powell, una donna afroamericana, sergente nelle forze Nato di stanza in Campania e andarono a vivere insieme in una villetta a Pinetamare, un villaggio costruito abusivamente su terreno demaniale cancellando per sempre uno splendido paesaggio di dune mobili con, alle spalle, una lussureggiante pineta.
Florence cominciò ad accompagnare Joshua quando veniva al ghetto e divenne una di noi, amica di tutte le nostre sorelle che avevano inventato il Fast Sex, e che vendevano masturbazioni sofisticate a prezzi stracciati lungo la domiziana ad anziani contadini di passaggio, che fermavano i loro trattori al ciglio della strada, giusto il tempo di una pisciata, per ripartire sgambettanti salutando: “Ciao, bella abissina”.
Erano state queste donne a soprannominare Joshua, Buffalo Bill, dopo averlo visto correre lungo la dominziana, mentre Florence lo seguiva a bordo della sua Ford targata AFI per non farlo investire dalle macchine. Infatti, Joshua era obeso anche se amava eufemisticamente dire di essere “un po’ cicciotello”, e, da quando conobbe Florence cominciò a seguire i duri consigli della dietologa dell’esercito statunitense. Così, quotidianamente, Joshua indossava la sua maglietta preferita sulla quale era stampata la bandiera a stelle e strisce e la scritta: “Keep your body fit”, e cominciava a macinare chilometri, ansimante e ciondolando la testa dalla fatica.
Un giorno, Buffalo Bill ci fece scoppiare dalle risate presentandosi al ghetto con la testa rasata alla maniera dei marines e confessandoci serio che quando si svegliava e vedeva Florence accanto a sé, chiudeva gli occhi e benediva, fremebondo di devozione, l’America: “God bless Amerika! God bless Amerika!”.
Essendo convivente con Florence, Buffalo Bill ottenne un tesserino NATO che gli consentiva di circolare liberamente nei luoghi frequentati dai soldati statunitensi, ed ebbe così modo di conoscere Tommie, il figlio del dottor Abdi Hassen che si era arruolato nei marines ed era riuscito a farsi trasferire da Fort Meade, presso Washington, in Italia per stare vicino al padre al quale era rimasto molto legato malgrado la dolorosa separazione dovuta al divorzio dei suoi genitori. Inevitabilmente, anche lui cominciò a frequentare il ghetto e, ogni volta che veniva a trovarci, ci chiedeva di cucinargli la Tighena, una specialità ivoriana a base di riso e arachidi della quale era ghiottissimo. Ma Tommie sapeva apprezzare anche il Cuscus alla tunisina o i quattro salti in padella della Findus quando andavamo di fretta. Era diventato molto amico di Kipingo, un fratello tanzaniano che, per difendersi contro il male e i demoni, portava al collo un talismano. Un astuccino di cuoio cucito a filo di seta contenente un minuscolo foglio di carta sul quale era scritto in arabo a caratteri cufici: “Dio è indulgente clemente”, e un composto a forma di pastiglia ottenuta miscelando una porzioncella di micorrize particolari con funghi del tipo Piptoporus betulinus, allucinogeni e comunemente usati da alcune popolazioni per uccidere i parassiti intestinali.
Delle micorrize, nulla possiamo affermare, perché il loro segreto è custodito da “Coloro che sanno”.

Fu Kipingo a proporre a Tommie di lavorare per noi.
— Tommie! — esordì, Kipingo — perché, fratello, non approfitti del tuo passaporto statunitense?
— In che senso, Kipingo?! — domandò Tommie.
— Beh, tu sei E.C. come noi ma hai il vantaggio di essere americano e per giunta un marine! A chi potrebbe venire in mente che trasporti droga nei tuoi bagagli?!
Tommie chiese una licenza e dopo due settimane partì per la Turchia dove lo attendevano fratelli della nostra rete. Ritornò con cinque chili di eroina e tutto filò liscio come aveva previsto il diabolico Kipingo. Poi, fece altri viaggi, anche in America Latina, per rifornire un fratello liberiano soprannominato Mpishi, che significa “cuoco” in lingua swahili, perché passava gran parte del suo tempo a miscelare acqua, bicarbonato di sodio e cocaina in bottiglie di vetro da solidificare a fuoco di candela per ottenere il crack.

Un bel pomeriggio primaverile, Tommie andò a Roma a trovare suo padre al solito bar, che i somali cominciarono a chiamare “Bar Mogadiscio” suggerendo al titolare l’idea di una insegna luminosa con questo nome.
Mentre i due stavano conversando, si fermò al loro tavolo Ramla, una ragazza somala di origine yemenita, il cui nome arabo evoca alla mente le sabbie del deserto, da poco giunta nel “nuovo mondo” grazie ai buoni uffici del dottor Abdi Hassen, ed intenzionata ad emigrare in Canada per fare l’infermiera o continuare gli studi in medicina. Appena la vide Tommie si alzò in piedi a mirare quella bocca di una carnalità aborigena e quei due occhi negri dallo sguardo pieno di luce che illuminava il volto di Ramla. Allora, il vecchio Abdi Hassen, che era sempre di umore per osservare le sfumature, sorridendo sotto i baffi che sapevano di schiuma di birra, presentò, orgoglioso, il bel giovanotto alla signorina:
— Ramla, permettimi di presentarti il mio figliolo.
Tommie sorprese con un atto di galanteria la povera Ramla baciandole la mano mentre lo sguardo degli occhi castani, dall’iride divinamente incastonata da cristalli color miele, splendeva vivace ed attento come un felino.
Stettero seduti a conversare insieme ignorando, senza volerlo, il dottor Abdi Hassen. Poi, la dolce Ramla, per sentire di nuovo quel piacevole turbamento provocato poc’anzi dalla presenza di Tommie dietro di lei mentre le sistemava la sedia, s’inventò una scusa per alzarsi, facendo scattare immediatamente in piedi il gentiluomo, e ritornò subito dopo a farsi coccolare dal suo sguardo.
Quando Tommie, riferendosi alla guerra fratricida che dilaniava la Somalia, aveva affermato: “La vita è cattiva in Somalia”, vide subito gli occhi di Ramla inumidirsi e capì che non doveva far vibrare quella sciagurata corda, e stette dispiaciuto a leggere in silenzio i segni della tristezza sul suo volto.
Il dottor Abdi Hassen, che conosceva il passato di Ramla, rammaricato, piantò il suo sguardo nel boccale di birra mentre lei trovava la forza per rivolgersi a Tommie pronunciando il suo nome con infinita tenerezza:
— No, Tommie, la vita non è né bella né cattiva, spetta all’individuo darle un senso attraverso il suo comportamento.
E si affrettò ad alzarsi, scusandosi, travolta dal pianto, per chiudersi nel bagno del bar, mentre il dottor Abdi Hassen rivelava al figlio un frammento del passato di Ramla riducendo a zero le sue chances di poter trovare un posto nel cuore di lei.
(Il lettore si è già avveduto che, per adesso, preferiamo mantenere calato un pietoso velo sul passato di Ramla; e non ci riferiamo al mezzo chilo di eroina che ella trasportò in Italia per poter lasciare la Somalia).
Quando Ramla fece ritorno dopo essersi sciacquato il viso, i suoi occhi mostravano ancora i segni del pianto, ma sorrideva dolcemente. Tommie cercò di evitare il suo sguardo e si alzò per sistemarle la sedia ma lei aveva sorpreso sia lui che il dottor Abdi Hassen dicendo:
— No, non mi siedo! — e continuò affabile. — Non conosco Roma. Ti va di fare due passi con me?!
— Volentieri! — Esclamò Tommie, poi, rivolgendosi a suo padre: —Daddy, see you later!

Passeggiarono giocosi come due bimbi in un giardino fiorito mentre Tommie si cimentava nel suo ruolo di guida provocando le risate di Ramla che conosceva meglio di lui la storia dell’Arte e della Civiltà romana. Poi, lei si fermò davanti alla vetrina di un negozio in via Veneto, incantata dalla bellezza di un abito da sera e Tommie si abbandonò a un romantico sogno ad occhi aperti, dilatando il tempo ed immaginando quell’abito addosso alla bella Ramla che aveva invitato a cena a luce di candela al centro di una sala ristorante solo per loro due, o a ballare guancia a guancia sulla superficie di un lago in mezzo a cigni e gigli d’acqua.
— A cosa pensi, Tommie?! — domandò Ramla, riportandolo di fronte alla vetrina.
— Vuoi saperlo davvero, Ramla?!
— Sì! — affermò, curiosa, e Tommie, senza battere ciglio raccontò il suo breve sogno ad occhi aperti; poi rimasero entrambi a guardarsi a lungo senza pronunciare parola.

Verso sera, Tommie si congedò dal padre ed accompagnò in macchina Ramla a San Vito Romano, dove trovava ospitalità in casa di mamma Fatma, una anziana signora somala.
Ramla trascorse una notte insonne affacciata alla finestra a guardare la luna, pensando a Tommie, alla sua calda voce che aveva il potere di avvolgerla in un velo di solleticanti vibrazioni e cercò, con un po’ di fantasia, di ripescare alla memoria tutte le sue osservazioni che intendevano essere affettuose o potevano venire interpretate come tali: “Ti dà fastidio il sole? Vuoi che ci spostiamo all’ombra? … Si è fatta calda quest’acqua! Te ne porto un altro bicchiere?!”.
A circa duecento chilometri di distanza, Tommie era sveglio a pensare a Ramla ma, soprattutto, aveva preso coscienza che sentiva più affinità con le cinciallegre che con tutti i suoi commilitoni. Indossò il suo giaccone e andò sulla spiaggia che veniva subito dopo il giardinetto della sua villa a Pinetamare dove si era trasferito di recente, e si sedette vicino al bagnasciuga ad ascoltare il gorgoglio delle onde spiato dalla luna.
L’indomani, Ramla ricevette uno splendido mazzo di orchidee con un bigliettino: “A colei che ha portato luce nel mio buio”. Rimase a guardarlo finché una lacrima cadde sulla firma di Tommie tingendosi d’azzurro, e si disse: “Non andrò in Canada”.

Cominciarono a frequentarsi, e, prima che Ramla si trasferisse a Pinetamare a vivere con Tommie, venne a conoscerci rimanendo sbalordita dallo splendore del nostro ghetto. Nel frattempo, i due si erano raccontato tutto; così, quando, sciaguratamente, arrestarono Tommie all’aeroporto milanese con cinque chili di eroina fiutata da un cane antidroga perché confezionata male, ella non ebbe alcuna sorpresa ma provò un immane dolore.
Essendo soldato statunitense delle forze Nato dislocate in Italia, in base ai trattati bilaterali, Tommie fu trasferito negli Stati Uniti per essere giudicato da un tribunale militare. Aveva rifiutato di collaborare e si assunse tutte le sue responsabilità. Durante la detenzione, avevamo cercato di rendere minimi i rischi legati all’attività di Ramla, che aveva bisogno, mensilmente, di un milione e mezzo che pagava a una famiglia napoletana che certificava la sua assunzione come collaboratrice domestica, consentendole di avere un regolare permesso di soggiorno. Versava per sé i contributi previdenziali, l’Irpef, ecc., per avere sempre la sua copertura in ordine. Pagava l’affitto e la bolletta del telefono perché riceveva a suo carico le telefonate di Tommie, e, ogni due mesi partiva per gli Stati Uniti a trovarlo in carcere facendo rientro in Italia dopo una decina di giorni.
Avevamo appreso che il nostro fratello passava il suo tempo studiando la lingua swahili e quella araba e che aveva sempre il morale alto. Ramla, invece, ingannava la tristezza e la mancanza di Tommie prodigandosi nel ghetto. Era sempre in compagnia di Florence; raccoglievano indumenti usati dai soldati statunitensi e li davano ai braccianti agricoli che popolavano il ghetto e, prima dell’arrivo dell’inverno, avevano suggerito di scavare canali di scolo lungo le principali arterie del ghetto sistemando la terra ricavata al centro della strada per evitare la formazione di pozzanghere e fango dopo la pioggia; e aveva acquistato dei vasi e piantato fiori per abbellire il ghetto.
Quando si ammalava qualcuno, Ramla era sempre la prima ad assisterlo.

Passarono circa quattro anni prima del ritorno di Tommie che si congedò dall’esercito.



L’ESTRANEITÀ



        Il sette gennaio, un funesto giorno che nessun fratello dimenticherà mai, Kipingo si alzò molto presto contagiando il ghetto di una allegria sfrenata ed entusiasta della vita, e rinnovò l’invito alla sua festa serale di compleanno nella discoteca Meteco, un luogo di trastullo sorto grazie alla cooperazione di tutti noi. Era stata Ramla a spiegarci che nell’antico diritto greco, meteco significava “straniero libero, residente stabilmente nel territorio di una città, con limitato godimento di ditti politici,civili e militari”. Perciò, accettammo all’unanimità di nominare la nostra nuova discoteca Meteco.
Quando verso sera entrammo assieme a Ramla e Tommie in discoteca, Mpishi, che oltre a essere “cuoco” di crack era un fantastico disc-jockey, stava già alla console. Mentre il suono dell’Africa che si desta macinava vibrazioni e convergenze parallele, Kipingo ci accompagnò al nostro tavolo ignaro dell’immane tragedia che stava per consumarsi. Nessuno aveva notato che l’astuccio del talismano che portava al collo si era scucito perdendo la pastiglia della misteriosa miscela micorrize/funghi che finì proprio sotto il nostro tavolo.
— Tommie! — disse Kipingo con aria ammonitrice —Oggi è il mio compleanno — e gli diede una pastiglia di ecstasy.
Tommie guardò Ramla cercando il suo consenso e lei strizzò l’occhio in segno di intesa perché le sembrava scortese contrariare Kipingo il giorno del suo compleanno. Inavertitamente, la pastiglia di ecstasy che Tommie teneva fra i polpastrelli delle dita cadde per terra, sotto il tavolo. Si affrettò a cercarla e, nella penombra, aveva raccolto la pastiglia del talismano. Soffiò sopra e la deglutì con un sorso d’acqua.
Kipingo, accontentato, abbracciò Tommie. Fu per l’ultima volta. Poi, mentre, agitava una bottiglia di spumante, disse scherzosamente indicando il tappo di sughero:
— Andrà a ficcarsi nell’ombelico di Naomi Campbell, che esclamerà: “Martini. There’s a party!” e verrà a ballare con me. Largooo...
Uno schizzo transoceanico spumeggiante fece sbattere il tappo contro una parete; rimbalzò e ricadde a terra. Applaudimmo fragorosamente e cantammo: “Happy birthday, Kipingo!”. All’improvviso Tommie ci fece zittire invitandoci a conoscere una sua idea pubblicitaria; e non sappiamo se fu per una associazione di idee, giacché Kipingo aveva appena scimmiottato uno spot, oppure a causa di ciò che aveva ingerito.
— Immaginate — disse serio — un serpente scuro come la notte. Ritto. Che balla a ritmo di break dance, sondando l’aria con la sua lingua biforcuta. Poi, la sua pelle si apre come se fosse stata un semplice involucro, dal quale comincia a emergere, ballando, un uomo: è Michael Jackson! Chiaro come Biancaneve, capelli lisci e nasino all’insù. Fa una mossa pelvica toccandosi i genitali con il dito medio ed esclama: “Wow! Join us in McWorld Country”.
Poi chiuse gli occhi e tacque.

Quando Tommie riaprì gli occhi, guardando il soffitto, capì che giaceva sul suo letto a due piazze. Aveva in testa tanta korogocho e un senso di ripugnanza simile a una nausea. Guardò con la coda dell’occhio e non trovò Ramla accanto a sé. Invece, notò biondeggiare un ciuffetto di capelli sulla sua fronte e, incuriosito, lo tirò con le dita: era il suo. Allora, passò le mani nei capelli che, al tatto, gli si presentavano lisci e privi delle treccine; e un sorriso giocò sul suo volto e pensò: “È un altro scherzo di Kipingo e Ramla. Quella pastiglia non era metamfetamina! Mi hanno fatto addormentare per beffarsi di me lisciando e tingendo di biondo i miei capelli. Monellacci!”, ma subito dopo si accorse che la pelle delle sue mani era chiara. Sentì il cuore tamburellare e si sollevò per lasciare il letto, ma ebbe un capogiro e ricadde subito indietro poi, si alzò cautamente e andò in bagno.
Guardandosi nello specchio, vide una faccia che non era la sua. L’immagine riflessa era di un giovane che aveva, più o meno, la sua stessa età e corporatura, biondo di capelli, gli occhi azzurri e la carnagione eburnea, quindi, si toccò il volto e con la vaga speranza di staccare una maschera tirò la sua pelle, ma un forte dolore lo fece piombare nel panico. Il suo cuore cominciò a battere come un uccellino in gabbia, e il suo respiro si fece affannoso. Cercò, invano, di sbottonarsi la camicia che sembrava incollata al suo corpo poi tentò di liberarsi di quel giubbotto in pelle nera che era attaccato alla sua schiena. Quando tutto fu inutile, si disse: “Calma, Tommie! Calma. Deve essere un incubo. Ora chiudo gli occhi e mi risveglio”. E con un movimento quasi inconsapevole si stiracchiò; dischiuse gli occhi e rivide nello specchio quella stessa faccia che non era la sua. Controllandosi, constatò che era vestito completamente in pelle nera, la camicia era invece in tessuto grigiastro e calzava stivaletti neri militar-chic. Quando notò, cucite sul suo giubbotto, all’altezza del petto, una svastica nazista e una croce celtica, sapendo che gli era impossibile scollare di dosso il giubbotto, corse verso un cassetto, s’impossessò delle forbici e infilò una punta sotto la svastica per scucirla. Immediatamente, sentì una fitta e allontanò istintivamente la punta. Vide uscire sangue e guardò sotto il giubbotto, ma la camicia era intatta e non aveva alcuna ferita al petto. Esaminando la svastica, il giubbotto, i pantaloni e gli stivaletti, scoprì, con somma meraviglia, che tutto ciò che lo vestiva era vivente, anzi, parte integrante del suo corpo. Un unico organismo. Allora, passò carezzevolmente la sua mano sulla pelle del giubbotto e, per la prima volta dal risveglio, provò un senso di piacere non disgiunto da un leggero senso di vergogna.
Mentre stava disinfettando con estrema cura la sua svastica sanguinante, Tommie, alzando gli occhi, vide riflessa nello specchio l’immagine di Ramla e si voltò con un senso di venerazione come se si attendesse da lei un intervento miracoloso. Ma Ramla, trovando in casa uno sconosciuto, fuggì verso l’uscita sbattendo la porta dietro di sé. Tommie, sconsolato, aveva tentato di dirle “Ramla, cara, sono io!”, ma un forte dolore alle corde vocali lo fece desistere e cominciò a rincorrerla. Aveva aperto la porta frettolosamente facendola sbattere contro il muro e chiudere dietro le sue spalle, mentre una luce solare insopportabilmente intensa lo obbligava a chiudersi gli occhi. Rimase per un attimo come stordito, poi, formando un ombra con la mano, riuscì a guardare davanti a sé e constatare la partenza in macchina dell’amata Ramla.
Dopo aver cercato inutilmente le chiavi nelle sue tasche vuote, Tommie si diresse a piedi verso il ghetto, unico luogo dove Ramla poteva cercare aiuto; e, mentre camminava meditabondo e con gli stivaletti indolenziti, realizzò che era inopportuno presentarsi al ghetto e decise di rivolgersi a suo padre.
Per raggiungere Roma, Tommie si arrangiò con l’autostop. Gli aveva offerto un passaggio un vecchietto che per tutto il tragitto aveva continuato a parlare di Mussolini e di treni che arrivavano senza ritardo, mentre Tommie, con tutti i pensieri che gli ronzavano nel capo si era limitato a pronunciare qualche parola con una voce flebile che non era la sua. Quando, finalmente, era arrivato davanti al “Bar Mogadiscio”, sentì un peso cadergli dall’anima e un senso di salvezza avvolgerlo. Appena ebbe varcato la soglia, il dottor Abdi Hassen, che era seduto dietro il suo tavolo a sorseggiare birra schiumante, sollevò gli occhi scorgendo sul petto di Tommie la svastica e la croce celtica e, immediatamente, lo fulminò con uno sguardo torvo. Allora Tommie decise di tentare un approccio molto cauto e si sedette a un altro tavolo sforzandosi di assumere un’espressione soave; ma suo padre, senza nemmeno nascondere il suo fastidio, andò verso Gianni, il titolare, e si sbottonò:
— Non andiamo bene, caro Gianni! — e lanciò nuovamente una occhiataccia verso Tommie.
Il barista, non volendo perdere un cliente come il dottor Abdi Hassen capace di spostare un sciame di somali, guardò Tommie severo e gli chiese:
— Desidera?
Il povero Tommie si alzò e si diresse verso suo padre con la ferma e sciocca intenzione di abbracciano dicendo: “Daddy sono io, Tommie! Come fai a non riconoscermi?!”. Ahimè, prima di raggiungerlo, Tommie aveva appoggiato uno stivaletto su un mozzicone di sigaretta accesa, si bruciò, e sollevò bruscamente lo stivaletto; un gesto che il dottor Abdi Hassen scambiò per l’inizio di una aggressione nazista ed indietreggiò intimorito finendo sul tavolo e facendo cadere il boccale di birra. Il povero Tommie seguì la scena con uno sguardo ebete poi, per evitare guai, uscì frettolosamente zoppicando.

Mentre camminava randagio per le strade di Roma, affranto e il capo chino, udì una melodia venire da un negozio e si sentì come inchiodato al suolo di fronte al suo riflesso in vetrina ad ascoltare Lionel Richie cantare “Hello”, la canzone che aveva accompagnato i suoi anni abbracciato dalla solitudine nel carcere militare:

I've been alone with you
Inside my mind
And in my dreams I've kissed your lips
A thousand times
I sometimes see you
Passing outside my door
Hello!
Is it me you're looking for?
I can see it in your eyes
I can see it in your smile

L’azzurro degli occhi di Tommie bagnò di copiose lacrime le sue gote bianche mentre il ricordo di Ramla gli stringeva il cuore e la giornata volgeva già al tramonto.
Passò la sera seduto sulla scalinata di Piazza di Spagna, con la testa fra le mani, mentre si sentiva estraneo, ai confini dell’afasia e quasi prigioniero di una realtà parallela, separato dagli altri e tuttavia costretto a cercare un contatto impossibile. Quando la stanchezza sopraggiunse assieme alla notte, Tommie si alzò e si diresse al parco di Villa Borghese dove trascorse, su una panchina, una notte inquieta, in un dormiveglia da cui il freddo e un sogno ricorrente tornavano a destarlo. Anche quella notte, come avveniva da circa due anni, Tommie aveva sognato Ramla piangente e si era svegliato di soprassalto afflitto e con groppi alla gola. Poi, quando il sole intiepidì la capitale, Tommie cadde in un breve sonno di piombo simile a uno svenimento, per destarsi subito dopo a causa delle radiazioni che gli avevano scottato il viso. Fece scorrere la piastrina della cerniera lampo del giubbotto sentendo un gradevole solletico, e si stiracchiò. Notò che la ferita sulla svastica aveva fatto una crosta color ruggine e vi passò sopra leggermente un dito. Poi, andò a una fontana per darsi una sciacquata e dissetarsi; infine, si sedette soprappensiero su una panchina ombreggiata. Poco dopo, tre giovani, richiamati dai simboli che decoravano il petto di Tommie, e vestiti quasi alla sua maniera, si fermarono a parlare con lui.
— Buongiorno! — esclamò il più massiccio, ostentando la sicurezza di un condottiero.
— Buongiorno! — ricambiò, Tommie, alzandosi, mentre gli nasceva nello spirito una certa contentezza.
— Ti abbiamo notato ieri sera e sembra che tu abbia passato la notte all’addiaccio — continuò il condottiero.
— Sì, mi trovo in difficoltà — confermò, generico, Tommie.
— Ora non più — sentenziò il condottiero, lasciando Tommie aggrappato a un misero filo di paglia, prima di stringergli la mano e presentarsi: — Mi chiamo Giuseppe Flavio, Giufà, per gli amici.
— Tommie!
Poi, Giufà presentò uno dei suoi accompagnatori:
— Massimo, detto Er creativo — Tommie gli strinse la mano con un leggero inchino e Giufà proseguì: — E questo è Renato, Er pecora!
Appena Er pecora ebbe pronunciato la parola “piacere”, Tommie indovinò l’origine del suo soprannome. E quando il trio aveva proposto a Tommie di unirsi a loro, egli accettò senza esitazione e la comitiva si diresse al quartiere romano dell’Esquilino.
Appena Giufà aprì la porta d’ingresso di un appartamento al terzo piano, Tommie vide, appeso al muro, in fondo al corridoio, un mazzo di verghe con la scure —un fascio — simbolo del potere esecutivo nella Roma antica e del movimento fascista poi. Entrarono in una sala le cui pareti erano tappezzate di gigantografie di Hitler e di Mussolini nonché bandiere con svastiche e croci celtiche. Giufà, per divertire Tommie che appariva ombroso, si collegò al sito degli Hammerskin su Internet. Nella pagina di copertura, dove si dichiarava vietato l’ingresso a non bianchi, omosessuali ed ebrei, era disegnato un cane pitbull, a fare la guardia su due zampe, coperto di croci e svastiche naziste. Scorrendo in basso il cursore, Giufà fece apparire un ritratto di Adolf Hitler, poi iniziò a sfogliare il sito arrivando alle “Funny pages”, dove vengono elencate “divertenti” cronache razziste; e sullo schermo apparve un bambino nero nato con sei dita alla mano che dice “Dammi il sei”. Le risate di Er pecora, Er creativo e Giufà fecero a Tommie l’effetto di un gramo tumulto che rimbombò insopportabilmente nella sua testa. Poi, scoprendo che il sito degli Hammerskin, una delle organizzazioni di collegamento internazionale dei gruppi neo-nazisti, era ospitato da un colosso statunitense di telecomunicazioni, provò una profonda amarezza e vergogna pensando ai novemila soldati americani morti nella Campagna di Normandia a partire dal sei giugno ‘44 convinti di andare a liberare l’Europa dai nazisti.
Prima del pranzo, Tommie si fece la doccia trovando divertente il fatto di non doversi spogliare, e si trastullò asciugandosi con l’asciugacapelli. Quando si presentò a tavola, i suoi vestiti neri ricchi di melanina, luccicavano e sapevano di pulito, mentre i suoi capelli biondi erano pettinati, divisi e lisciati con irreprensibile meticolosità.
Passò, poi, il pomeriggio a leggere, come facevano i suoi ospiti. Sfogliò alcuni numeri del settimanale National Hebdo, pubblicato dal Front national, il partito francese di estrema destra, revisionista e xenofobo, che definisce l’immigrazione “una macchina ammazzapopoli”; lesse quasi interamente l’intero numero del mensile Reconquête diretto da Bernard Antony, che guida l’ala cattolica “tradizionalista” del Front national. E, diede un’occhiata ad alcune pubblicazioni dell’International Third Position, un movimento con base a Londra che riunisce skinheads e neonazisti, a cui appartengono gruppuscoli dell’estrema destra europea.

Dopo cena, Tommie e gli altri si coricarono presto perché avevano in programma la partecipazione a una esercitazione “militare” la mattina seguente. Come al solito, il sonno di Tommie fu turbato dal suo incubo ricorrente ma riuscì a riaddormentarsi subito, e, all’alba, quando si era presentato per la prima colazione, si sentiva già riposato ed aveva infilato una tuta mimetica sopra il giubbotto e i pantaloni, mentre fu giocoforza tenersi i suoi stivaletti militar-chic che, fortunatamente, avevano formato un callo resistente lungo la superficie delle suole.
Avevano raggiunto, a bordo di un fuoristrada, la campagna viterbese per unirsi ad altri giovani, tutti vestiti militarmente. E si formarono due gruppi (Alfa e Beta) poi, ciascun gruppo scelse una zona per installarvi il proprio campo base, con tanto di tende, ricetrasmettitori, amache e zaini carichi di cianfrusaglie. Infine, iniziarono le manovre con armi che sparavano proiettili di vernice.
Tommie aveva trascorso la mattinata e parte del pomeriggio in una felice smemoratezza, sempre in compagnia di Giufà, Er pecora e Er creativo, che poterono apprezzare le capacità tattiche del loro nuovo acquisto. E quando le manovre terminarono con l’occupazione del campo base “Beta”, il gruppo che lasciò sul campo di battaglia il maggior numero di “eliminati” Tommie e i suoi ospiti ritornarono all’appartamento dell’Esquilino.

La sera, Giufà aveva riunito tutti nella sala delle gigantografie e cominciò a discorrere:
— Cari Camerati, come è noto, la storia è stata manipolata in funzione giudeo-centrica dalla lobby ebraica internazionale, che ha inventato l’esistenza dei campi di sterminio e dell’olocausto. Noi riteniamo che questa macchinazione miri a promuovere un rigetto pavloviano delle masse e delle élites a spese delle destre nazionali. Pertanto, propongo di attuare due azioni punitive nei confronti degli ebrei e dei sostenitori della manipolazione. Abbiamo selezionato due obiettivi da colpire: un cimitero ebraico e un centro sociale occupato, il Maajabu.
Poi, cominciò ad esporre i dettagli delle due operazioni aiutandosi con recenti fotografie. Ma a Tommie, l’idea di profanare un cimitero di notte, imbrattando le tombe di svastiche, croci celtiche e scritte antisemite non piaceva. Peraltro, il primo ebreo che gli era venuto alla mente mentre Giufà continuava a infierire contro i semiti era stato Steven Spielberg, il regista di E.T. che fece ricordare a Tommie il suo recente passato di ex marine che aveva scelto di vivere nel ghetto con gli E.C.; e si rammaricò pensando che gli ebrei non avessero sviluppato abbastanza sensibilità rispetto al proprio passato che permettesse loro di stabilire un dialogo con l’altro: il palestinese.
Infine, si domandò quale scherzo del destino aveva riunito lui “figlio di una Pantera Nera” con loro “figli della lupa”. Raccolse il suo coraggio a due mani e chiese la parola:
— Mi sia consentito di osservare che la profanazione di un cimitero può essere utilizzata dalla lobby ebraica per presentarsi alle masse come vittima e continuare la promozione del loro rigetto a nostre spese. Ritengo sia più opportuno, in questa fase storica, assumere un comportamento strategico elusivo, promovendo gesti simbolici non contestabili. Per esempio, perché non piantiamo croci cristiane a Auschwitz e in tutti quei luoghi della memoria di cui i giudei si sono appropriati per manipolare la storia?
Poi tacque, sorpreso, a valutare la pericolosità del suo ragionamento.
Dopo una breve discussione alla quale non partecipò, il gruppetto decise di congelare l’operazione profanazione del cimitero ebraico e si concentrò sulla preparazione dell’incursione nel centro sociale occupato Maajabu; operazione denominata da Er creativo “Emolisi” la distruzione dei globuli rossi, l’apoteosi dell’uomo vivo contro l’uomo morente.
Giufà volle chiudere la serata con un tocco di classe e, citando Clausewitz disse:
— La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi.
Tommie rischiò di esplodere in una fragorosa risata pensando agli amorazzi di Clinton e stava per esclamare: “La guerra è la continuazione del Kamasutra con altri mezzi”, ma rimase a guardare il condottiero con un sorriso sagace che Giufà scambiò per una manifestazione di ammirazione e si gonfiò il petto.




I FANTASMI



        Saìd, un giovano marocchino, campava alla giornata senza avere un lavoro continuativo e sistematico. Ogni sera, contattava un imbianchino, un muratore ed un elettricista per sapere se doveva presentarsi l’indomani mattina a lavorare. Tutti e tre lo consideravano un “bravo ragazzo” e gli volevano bene come a un figlio; infatti, Saìd lavorava in nero, era flessibile come un giunco e un magnifico cavallo da corsa.
Il suo nome arabo significa “Felice”, ma lui era sempre triste ed amava la solitudine come i poeti. Isolato nella gran galera del mondo tra il vomito dei respinti, Saìd cominciò a manifestare i sintomi tipici della paranoia; e, ogni qualvolta vedeva una persona che gli veniva incontro con una mano in tasca, egli cambiava marciapiede perché convinto che chiunque poteva avere un improvviso raptus di follia ed accoltellarlo senza alcun motivo. Pertanto, nelle giornate fredde, Saìd era costretto a spostarsi da un marciapiede all’altro, zigzagando pericolosamente in mezzo al traffico, e, anche se non aveva mai subìto una aggressione, egli non riusciva a togliersi dalla mente quelle strane convinzioni.
Un giorno, altrettanto perfido e fetente di quello precedente, Saìd aveva letto su un muro la scritta “Ai forni i marocchini”, un graffito che nessuno pensò di cancellare e al quale tutti si erano assuefatti, diventando parte integrante del paesaggio urbano come la merda degli storni. Allora, si affrettò ad acquistare una decina di accendini con i quali si riempì le sue tasche che controllava senza sosta “per non rimanere privo di fiamma al momento del bisogno”. Poi, si procurò una bottiglia di plastica, praticò un piccolo foro nel suo tappo e la riempì di benzina. Così, quando andava a dormire in una fabbrica dimessa, un luogo che si adattava perfettamente alla sua immensa solitudine e dove il sole del buon Dio non dava i suoi raggi, teneva sempre a portata di mano il suo rudimentale lancia-fiamme.

Una mattina, mentre Saìd dormiva ancora, sapendo che non doveva lavorare, entrarono nella ex fabbrica tre giovani per occuparla e farne un centro sociale. Sentendo i rumori, egli si destò, prese con una mano la bottiglia e con un’altra un accendino e rimase in piedi a tremare come un pulcino, col cuore che gli batteva all’impazzata e la bocca secca come un baccalà, mentre si ripeteva ossessivamente: “Li brucio prima che mi brucino. Li brucio prima che mi brucin…”
Edoardo Beccaria, un giovane musicista, avendo intuito il dramma di Saìd, cerco di calmarlo:
— Stai calmo, stai calmo! Nessuno ti vuole fare del male. Anzi, ti chiediamo scusa perché non sapevamo che dormi qui. Volevamo occupare questa ex fabbrica per farne un centro sociale. Non vogliamo nuocere a nessuno.
Udendo ciò, Saìd, per sua fortuna, posò il lancia-fiamme che poteva esplodergli in faccia, e crollò sul suo misero giaciglio a piangere.
Andò subito a rincuorarlo Soledad Cienfuegos, una performer cilena, seguita da Edoardo e Alessandra Basaglia, un’artista teatrale. Continuarono a dargli affettuose pacche sulle spalle e a parlargli finché Saìd cominciò a raccontare frammenti della sua esistenza scarnificata fino all’osso.
Edo gli offrì di abitare nel suo appartamento, avuto in eredità, e al quale non intendeva ritornare perché voleva vivere nel centro sociale, e andarono insieme a vederlo mentre Ale e Sole iniziarono a studiare e a pensare il nuovo spazio. Poi, Edo ritornò con Saìd che contribuì alla ristrutturazione e pulizia della vecchia fabbrica.

Quando i lavori furono ultimati ed altri giovani si aggregarono, tutti si misero d’accordo per scrivere su una parete interna alcune parole che Ernesto Guevara aveva lasciato ai suoi figli prima di morire:

Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario.

Anche Saìd, dopo il lavoro, frequentava il centro, e, grazie alla socialità intensa e alla convivialità, a poco a poco i sintomi della paranoia scomparirono e la sua esistenza acquistò una gioiosa e suprema ragion d’essere. Tuttavia, ci furono molte divergenze per la scelta del nome da dare al nuovo centro sociale. C’era chi proponeva Tania1, chi Sherwood, Calimero, Verde-olivo o Garabombo l’invisibile. Addirittura, Saìd, per consegnare una goccia di splendore alla sua vita, aveva proposto Zidane! Alla fine, furono scelti, in ordine casuale, sette persone e ciascuno fornì una lettera; così, si formò un nome dadaista: Maajabu.

Un pomeriggio, pochi giorni prima della Befana, mentre Edo stava camminando tra le bancarelle di Piazza Navona, cercando di vendere pupazzetti, lavorati da indios messicani, che aveva portato con sé dal Chiapas dove era stato per offrire un contributo finanziario agli zapatisti, frutto di una colletta organizzata dai giovani del Maajabu, il suo fine udito di musicista captò incantevoli vibrazioni provenienti da bongos percossi da abilissime mani. E si fermò di fronte a Rashidi Kawawa, un simpatico artista di strada tanzaniano:
— Suoni come un dio! — esclamò Edo.
— Grazie fratello! — replicò sorridendo il giovane africano, poi si presentò: — Mi chiamo Kawawa, e tu?
— Edoardo!
Edo scoprì cha Kawawa suonava anche il sassofono, che aveva frequentato il Conservatorio di Dar Es-Salaam e che nutriva grande interesse per l’afro-funk, l’afro-rock e l’afro-jazz. Inoltre, Edo aveva un altro punto d’incontro con Kawawa: una comune passione per l’artista nigeriano Fela Anikulap Kuti, autore dell’album Teacher don’t teach me nonsense, e, propose con insistenza al musicista africano di partecipare al suo Multiculti Contamination Project un esperimento musicale in corso al Maajabu.
— Edo, sono così entusiasta e commosso che preferisco prendermi tre giorni per pensarci bene! — fu la risposta di Kawawa, prima di aggiungere sorridendo: — Ma se sei un musicista, perché vendi pupazzetti con la sembianza del subcomandante Marcos?!
— Nessuno è perfetto, Kawawa! — esclamò Edo prima di congedarsi.

Dopo tre giorni, Edo si presentò all’appuntamento e fu felice nel vedere Kawawa con la custodia del sassofono in una mano, i bongos in un’altra e uno zaino sulle spalle ad aspettarlo.
Arrivando davanti all’ingresso del centro sociale, qualcosa si stampò nel subconscio di Kawawa e affiorò alla sua coscienza soltanto dopo il rituale della presentazione; allora interrogò, incuriosito, Edo.
— Perché avete scelto un nome swahili per il centro?
Edo gli spiegò la genesi dadaista del nome poi chiese a Kawawa il suo significato.
— Significa “fantasma”! — rispose Kawawa.
Tutti si guardarono sorridendo poi, Ale, parafrasando l’incipit de “Il manifesto” di Marx e Engels, proclamò:
— Ma certo, siamo i nuovi fantasmi che si aggirano per l’Europa dopo il suicidio di massa della confraternita internazionale!
Per quanto possa sembrare strano, il fatto di essere diventato un fantasma che si aggirava per l’Europa in mezzo ai fantasmi, fece sentire Kawawa, per la prima volta dal suo arrivo in Italia, di essere davvero incluso nel cerchio degli umani; e stette a guardare i suoi simili speranzoso e con gli occhi lacrimanti, facendo intenerire tutti. Infine, il suo sguardo bambinesco incontrò quello di Ale e rimase inebriato dal profumo di madreselva e gelsomino che diffondeva il giardino del suo cuore. E, quando la dolce Ale fece un passo avanti abbracciandolo e dicendo “Benvenuto fra noi!”, Kawawa corse un serio pericolo di morire di felicità. Da quel giorno, cominciò a vivere con bramante intensità tutti i minuti, tutti gli attimi della sua vita.



LA COSCIENZA POLITICA


        Era stato Kawawa a condurre Edo, Ale e Sole al nostro ghetto per discutere con noi della costruzione di un movimento europeo per la difesa e l’ampliamento dei diritti di immigrati, rifugiati e clandestini; ed invitarci a partecipare a una manifestazione. Ci eravamo seduti sotto un sole primaverile che intiepidiva l’aria, per aprirci gli uni agli altri.
— Questo ghetto è forse la materializzazione della vostra chiusura nella nostalgia delle tradizioni? — domandò Ale.
— No! Noi consideriamo sia il ghetto che i centri sociali un fenomeno connaturato alla società dell’esclusione. Questo è un ghetto multietnico, dove fabbrichiamo rapporti umani e resistenza all’etnicizzazione. È la nostra “little Italy” nel cuore dell’Italia, che esprime il nostro desiderio dissidente e dove l’altro non viene mai cancellato, con tutto il suo bagaglio d’identità, storia e passato; perché conserviamo sufficiente consapevolezza e distanza in modo che la cultura dell’altro dia senso a quella di ciascuno di noi.
— Fino a quando credete di poter resistere da soli? — domandò, provocatorio, Edo.
— Desideriamo mutare il nostro pensiero dissidente in una pratica; aspettavamo da tempo il vostro appoggio. Anche noi riteniamo il conflitto una necessità e una risorsa per la trasformazione sociale.
— E la droga? — domandò Soledad.
— Sole! Un partigiano italiano cantava: “Fischia il vento, urla la bufera / Scarpe rotte e pur bisogna andar / A conquistare la rossa primavera / Dove sorge il sole dell’avvenir”. Noi, non avevamo nemmeno le scarpe rotte, Sole! Eravamo scalzi e le pallottole fischiavano da tutte le parti. Il nostro futuro sembrava determinato e chiuso, senza speranza, dominato dalla miseria che ci aveva scacciato. La corrente ha portato a riva, fino al ghetto, i nostri corpi. Abbiamo smesso di credere che “la borghesia produce anzitutto i suoi seppellitori” e che “il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili” come asseriva Marx. Noi constatiamo che non solo il proletariato non ha seppellito il capitale, ma non pare più potersi costituire come soggetto. Le nostre sorelle praticano la prostituzione con l’illusione di sfuggire allo sfruttamento del lavoro salariato, e, all’alba, i nostri fratelli lasciano il ghetto per sostare in piazza in attesa di essere caricati per fare i braccianti agricoli in nero e sottopagati. Una pensione non l’avranno mai. Hanno trasformato il casertano in un polo italiano di produzione delle fragole, e, quando possono, mandano quattro soldi a “casa”. Soffrono e perdono, Soledad, come molti cittadini della democrazia, come i nostri fratelli che fumano il crack e che popolano i suburbi del ghetto. Sì, Sole! Vendiamo droga, in contraddizione violenta con le regole del vivere che impone la morale; ma una generazione deve sacrificarsi; perché molti abitanti del ghetto sono una marea che non si ritirerà mai. Non faremo crescere i nostri figli nel fango. Li manderemo all’università e saranno capaci di sentirsi cittadini ovunque, perché insegneremo loro che la costruzione di una forte identità etnica porta all’isolamento ed innesca un processo di stranierizzazione. Qui, voi come noi, crediamo che ha senso spendersi fino in fondo solo insieme agli altri. Per questo, oggi, dal fango di questo ghetto, il nostro canto di gioia si leva al disopra delle miserie umane e vola alto come un aquilone coi colori dell’arcobaleno. Noi, alla manifestazione, c’andremo e daremo il nostro contributo per la costruzione del movimento. Kipingo, preparaci uno spinello!

Il giorno della manifestazione, il ghetto era rimasto deserto. La nostra rete aveva pagato ad alcuni braccianti la giornata e le spese del viaggio fino a Roma, mentre le prostitute e tutti gli altri si erano uniti a noi volentieri. I nostri fratelli dei centri sociali avevano organizzato un servizio d’ordine e, in testa al corteo, c’erano Ale e Kawawa che innalzavano uno striscione con l’articolo 1. della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948):

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Su altri striscioni si leggeva “SCHUTZHAFT2: NO AI LAGER”, “NESSUN ESSERE UMANO È ILLEGALE”, “IL DIRITTO ALLA LIBERA CIRCOLAZIONE È PREROGATIVA INCOERCIBILE DELLA PERSONA UMANA”. Eravamo gioiosi, eccitati, ballavamo e cantavamo Imagine di John Lennon poi, al segnale convenuto —un lugubre urlo di sirena — il corteo si era fermato per osservare un minuto di silenzio, inalberando cartelli con la scritta “Semira Adamu”, il nome della giovane nigeriana che doveva essere espulsa dal Belgio e che la polizia aveva ucciso soffocandola con un cuscino sulla faccia.
Ma alcuni giovani di destra avevano inscenato saluti fascisti e avevano fatto sfoggio di magliette e indumenti “neri”, nacquero insulti e si scatenarono scontri, e le forze dell’ordine distribuirono manganellate a tutti, mentre noi, l’umanità migrante del ghetto, avevamo vissuto i momenti più belli della nostra vita perché marciare per chiedere diritti e protestare è una esperienza liberatrice che testimonia, soprattutto, la nostra disponibilità al mutamento di stili cognitivi e al superamento delle categorie etnocentriche che negano legittimità all’altro.
Dopo qualche giorno, con un rinnovato desiderio di decidere, contare, esserci, avevamo partecipato a un’altra manifestazione organizzata a Bologna dall’Arcigay e Arcilesbica, sfilando in corteo assieme ai “colpevoli” di essere normalmente omosessuali. Quattordici persone avevano indossato magliette bianche, su ciascuna c’era stampata un lettera dell’alfabeto che insieme formavano la scritta Matthew Shepard, il nome di un ragazzo di ventuno anni, assassinato negli Stati Uniti dall’odio verso gli omosessuali. Gli striscioni reclamavano il riconoscimento civile delle coppie di fatto, il diritto all’adozione e a una identità sessuale diversa. Noi, dal ghetto, avevamo portato uno striscione con la scritta “DIVERSI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!”, e avevamo deciso di partecipare anche alla manifestazione organizzata da tutte le streghe del basso secondo millennio.



IL MUTAMENTO ANTROPOLOGICO



        Qualche secondo prima dell’incursione di Tommie, Er pecora, Er creativo ed altri, capeggiati da Giufà, nel centro sociale; Soledad, chiusa nel suo silenzio di ali addormentate, era seduta sulla branda di una cella carceraria ricostruita sul modello di una reale servita per una serie di performances rendendola teatro delle sue metafore per la libertà.
Sole nacque orfanella nel ‘74 perché un condor pinochettista aveva sorvolato il Cile facendo sparire suo padre accusato di essere “hijo de puta” e “comunista maricòn”3. Pertanto, ella aveva intitolato le sue performances, filmate e fotografate, Tremenda impotencia de un corazòn dolido, e aveva spedito la sua opera artistica a tutti i centri sociali per promuovere una iniziativa a favore dei Prigionieri Politici in Italia.
Gli altri giovani del Maajabu erano fuori e dovevano rientrare da lì a poco accompagnati da ospiti provenienti da altri centri sociali. Kawawa, invece, stava suonando il sassofono immerso in una nuvola di pentagrammi bastardi alla ricerca dell’ottava nota della dissidenza. Accanto a sé, sedeva la sua adorata Ale a leggere un’intervista che José Saramago aveva rilasciato al termine del suo discorso ufficiale in occasione del ricevimento del premio Nobel per la letteratura ’98:

…e ripeto adesso ciò che dissi in Messico agli indigeni chiapaneki un mese fa: se la voce di uno scrittore può servire a qualcosa, la mia è la vostra voce. Continuerò fino alla fine della mia esistenza con la coscienza che la mia voce non è soltanto mia, perché credo che con la bocca di ognuno di noi stia parlando l’umanità intera, e non possiamo toglierci le responsabilità che abbiamo. Il mondo si potrebbe chiamare Chiapas e tutto sarebbe più chiaro: sofferenza, miseria, fame, ingiustizia. Tutto questo è lì. Se qualcuno possiede la bocca, il pensiero e la capacità di esprimersi e non parla di questo, allora credo che quel qualcuno sia più o meno morto.

Alzando gli occhi, Ale vide due gruppi di persone armate di spranghe di ferro e mazze da baseball entrare dalla porta principale e da quella sul retro. Tutti ostentavano sicurezza, sapendo che gli altri giovani del Maajabu erano fuori, ed agivano come se Ale, Sole e Kawawa non esistessero.
Er ceativo si fermò di fronte al ritratto di Ernesto Guevara, appeso a una parete divisoria in compensato riciclato, e, dopo aver letto la scritta: “Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza”, conficcò una spranga di ferro nella fronte del Che, facendole trapassare il compensato come se fosse stato burro. Poi, si piazzò di fronte a una gigantografia del sub-comandante Marcos, tese la mano per recuperare la spranga dalla fronte del Che ma ebbe una illuminazione e preferì accendere la pipa a Marcos. La fiamma si propagò al passamontagna poi avvolse il subcomandante riducendolo in cenere assieme a gran parte della gigantografia. Si salvò solo un lembo dove un uccellino rimase a volteggiare inorridito, mentre Ale, Sole e Kawawa rimasero silenziosi e si scambiarono quasi inconsciamente uno sguardo d’intesa e pensarono che presto sarebbero rientrati i compagni. Poi Er creativo s’impossessò di un aerosol e andò verso un poster di Silvia Baraldini4 fotografata su una sedia nel braccio speciale “Trauma Unit” del carcere di Danbury, negli Stati Uniti. Disegnò con la vernice tanti elettrodi trasformando la sedia sulla quale sedeva Silvia in una sedia elettrica poi andò, soddisfatto, per altri sentieri di nuove creazioni, mentre Er pecora diceva minaccioso a Kawawa: — Sporco negro, scopi con questa puttana? — e indicò Ale, poi gli sferrò un pugno in faccia e continuò: — Vuoi imbastardire la nostra razza, negro di merda?
Kawawa preferì non reagire ed Ale lo abbracciò facendo scudo col suo corpo, mentre Sole, indignata si scagliò addosso al fascistello più vicino. Fu malmenata, imbavagliata e buttata sulla branda con i piedi e le mani legati dietro la schiena, nel contempo, Ale e Kawawa, che avevano accennato una reazione per soccorrere Soledad, furono immobilizzati. E Kawawa si trovò in mezzo a tre giovani che lo tenevano fermo di fronte a Tommie, rimasto impalato a seguire la scena. Poi qualcuno lo incitò:
— Picchia, Tommie! Picchia questa scimmia!
Tommie, dopo una breve esitazione, serrò il suo pugno e colpì Kawawa al petto ma, a sua volta, sentì un fitta al petto. Colpì Kawawa alla spalla e, con sua propria meraviglia, sentì una fitta alla spalla e si fermò.
Ma gli altri continuarono ad incitare:
— Picchia questo negro di merda, Tommie, picchialo!
E Tommie colpì, emise un gemito e gridò: — Sporco negro.
Cominciò a sudare e mentre colpiva, gemendo, le sue lacrime si mescolavano al sudore che copriva il suo viso trasformato in una maschera di dolore. Poi, qualcuno pronunciò la parola comunista facendo affiorare alla coscienza di Tommie residui del suo passato di marine indottrinato nell’esercito degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti del maccartismo; la potenza che inventò “l’impero del male” piazzandosi dalla parte del bene per diventare paladino delle “cause giuste”, per sollevare “tempeste nel deserto” e seppellire sotto le sue sabbie la giungla del Vietnam, assicurandosi sedimentazioni lungo il tempo geologico. Allora, Tommie colpì nuovamente gridando: — Comunista — e sentendo un immediato sollievo.
Continuò a menare pugni “intelligenti” mentre la povera Ale piangeva e si dibatteva rimanendo, tuttavia, impigliata in una ragnatela di feroci mani; e, mentre i colpi, sommandosi sotto lo sterno di Kawawa, producevano in Tommie una sottrazione di valori, egli vide la sua preda boccheggiare come un pesce fuor d’acqua e provò una sensazione simile a un orgasmo, poi, con una precisione “chirurgica”, sferrò un tremendo pugno alla gola di Kawawa che crollò portandosi le mani attorno al collo cercando di allentare un cappio invisibile e spalancando la bocca con l’aria di non volerla chiudere mai. Mentre il suo corpo senza ossigeno si contorceva e sussultava per gli spasimi. Infine, inspirò profondamente come se fosse riaffiorato alla superficie della vita dopo un interminabile tuffo negli abissi. Si alzò subito per soccorrere Ale ma una mazza da baseball piombò sulla sua nuca e lo stramazzò.
— Crepa negro di merda! — esclamò Er pecora, sorridendo, mentre Er creativo apriva la chiusura lampo dei suoi pantaloni per alzare poi una gamba e orinare sul corpo di Kawawa mimando un cane e facendo ridere l’intero branco.
— Sei forte, Er creativo, sei troppo forte! — esclamò, Giufà.
Poi, Er pecora, eccitato all’inverosimile, fece scorrere la piastrina della cerniera lampo dei suoi pantaloni dicendo a Ale:
— Te lo do io il cazzo, puttana — e cominciò a sfilarle i blue-jeans mentre lei continuava a dimenarsi invano, incapace di gridare a causa di una mano infame che tappava la sua bocca. Poi, Er pecora strappò le mutandine di Ale che lo guardava implorante attraverso una cortina di lacrime.
— Ma siete pazzi?!— disse Tommie— Questa puttana scopa con una scimmia africana. Vi rendete conto? — e aggiunse una serie di parole che potevano risultare al branco terrifiche: — Ebola, H.I.Virus, bufala pazza, Mandela.
Poi guardò Ale e gli parve di cogliere al volo il suo sguardo riconoscente; ma Er pecora, brandendo una spranga replicò:
— No problem!
Allora, Tommie, impotente, chiuse gli occhi per allontanare da sé l’orribile scena della violenza carnale ma vide, come nel suo peggiore incubo, Ramla piangente. Però, questa volta, lo sfondo, che prima gli si presentava buio, era occupato dagli arredi della sua casa di Pinetamare, e realizzò che era capace di immergersi in quella visione.
Abbassò lo sguardo della memoria e vide sul tavolo tra le mani di Ramla la rivista Panorama e, in un attimo, tutte le sequenze mnemoniche cominciarono a scorrere davanti a sé come in un film.
Rivide Ramla piangente davanti alla foto di una donna somala che veniva violentata con un razzo illuminante da un manipolo di paracadutisti della Folgore, ai tempi della “missione umanitaria” Restore Hope5. Ramla aveva perso il padre, la madre e il fratellino Omar, in un solo giorno, falciati dal fuoco di una mitragliatrice che sparava da un elicottero statunitense per aprire una via di fuga a una jeep rimasta intrappolata durante una manifestazione di protesta della popolazione di Mogadiscio contro i soprusi dei militari. Fu dopo quella tragedia che Ramla accettò di trasportare droga pur di lasciare la Somalia dove la “speranza” era stragista.
Tommie sapeva tutto ciò, e, quel giorno, mentre Ramla piangeva, cercò di confortarla e tese una timida mano per asciugarle le lacrime, ma ella allontanò la sua testa affiggendo in lui il suo sguardo e lasciandolo crocifisso al suo senso di colpa.
Ramla aveva bisogno di rimanere sola col suo orgoglio ma Tommie stette a interrogarsi come poteva lei innamorasi di lui mentre era ancora un marine dell’esercito che aveva massacrato, poche settimane prima, la sua intera famiglia. Rimase in una completa confusione di tutti i suoi sentimenti a guardare le lacrime di Ramla attaccarsi alle sue lunghe ciglia nere mentre gemeva per soffocare il suo dolore e le sue labbra tremavano come petali di rosa al vento. Ella piangeva, singhiozzava ma rimaneva altera, e Tommie finì per rimuovere dalla sua coscienza quella scena infelice che si trasformò in un incubo ricorrente e che dopo la censura onirica, riaffiorava ogni notte carico di ignoti dolori, facendolo destare con groppi alla gola. Ma ora, quella visione, fece a Tommie l’effetto di un senso di salvezza che lo avvolgeva da ogni parte, come a un naufrago che trova improvvisamente una boa cui aggrapparsi per riscuotersi dall’oblio. Tutto durò un attimo. Tommie riaprì gli occhi e gridò:
— No-o-o!
Tutti si voltarono per rabbrividire alla sua vista:
egli, sotto i loro occhi, si stava trasformando, perdendo a poco a poco, il colore eburneo e i capelli biondi per diventare un uomo nero con le treccine rasta che gli scendevano sulla fronte.
La tenera Ale si riscosse gioiosa e credette di aver assistito all’avvento del hombre nuevo, un mutamento antropologico profetizzato dai rivoluzionari… Si sbagliava di grosso.
Er creativo, invece, si aggrappò alla prima spiegazione razionale elaborata dalla sua mente e bisbigliò in romanesco con l’aria di chi si biasima per non essersene accorto prima:
— Terminator 2? Li mortaci sua!
Tommie, stupito dall’effetto che aveva provocato il suo No gridato con la forza della disperazione, non ebbe il tempo di accorgersi della sua metamorfosi inversa. Infatti, i giovani del Maajabu erano appena rientrati in compagnia di altri incazzati che videro Soledad, l’orfanella dell’utopia, imbavagliata e buttata in uno spazio cubicolare coatto e sentirono il fetore di un genocidio che dura dai tempi dei conquistadores mentre i simboli dell’odio e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo imbrattavano i muri urbi et orbi e i nazistelli scorazzavano nel centro. Il Che, invece, trafitto a morte continuava a sorridere ai giovani che lo avevano adottato perché la storia contemporanea non aveva offerto loro l’occasione di fare la propria rivoluzione.
Lo scontro divenne inevitabile e si scatenò una zuffa campale.
Er creativo, una persona di rara intelligenza, trovandosi vicino alla uscita secondaria cercò di svignarsela, ignorando che i compagni del Maajabu, avendo udito un grido di Ale subito soffocato, si erano divisi in due gruppi. Aveva aperto la porta continuando a guardare dietro di sé per assicurarsi che non aveva nessuno alle calcagna, e, appena si voltò, una testata lo baciò violentemente accasciandolo.
Soledad, appena sciolta andò a soccorrere il povero Kawawa. Invece Er pecora, trovandosi caprino su quattro arti in mezzo a due compagni del centro sociale cominciò a belare facili stereotipi:
— A squatter / barboniii. A spinellatori / drogatiii. A froci / sieropositiviii. A comunisti / invisibiliii. A Giufà, aiutami.
Il laboratorio teatrale di Ale affrontava la costruzione del personaggio tramite tecniche di teatro corporeo associate alla tecnica psicoterapeutica dello psicodramma. Ella attribuiva ai suoi testi drammaturgici la capacità di esteriorizzare schemi comportamentali interiorizzati dalle donne, vittime di un dominio maschile perpetrato nei secoli di assoggettamento sessuale per la conservazione del potere. E aveva coniato lo slogan: La capacità di piangere al potere. Pertanto, appena si era infilata i suoi blue-jeans si lanciò a difendere colui che stava per infilare una spranga di ferro nella sua vagina:
— Basta con la violenza — gridò, in lacrime, ai compagni che stavano malmenando Er pecora. — Basta, vi prego compagni! Mettete fuori questo balordo e basta.
Giufà, trovandosi in difficoltà, impugnò una pistola e cominciò a sparare, mentre Tommie, rimasto per tutto questo tempo a guardare, udendo i primi due spari, si buttò come un felino sotto una panchina coprendosi la testa con le mani e tenendo gli occhi chiusi. Quasi per istinto, come gli avevano insegnato a fare nell’esercito, essendo disarmato si mise a contare i colpi in mezzo a tutto quel trambusto del fuggi-fuggi generale. Contò quattordici detonazioni ed infine, si fece un silenzio di morte, interrotto dalla voce di Ramla che lo scuoteva:
— Tommie, alzati! Dobbiamo andare via, stanno arrivando gli sbirri.

Quando Tommie riaprì gli occhi dopo il suo lungo viaggio allucinante nel McWorld Country, presentava tutti i sintomi del jetlag. Aveva di nuovo tanto korogocho in testa e un senso di ripugnanza simile a una nausea. Notò una treccina dei suoi capelli neri scendergli su un occhio e si guardò subito le mani. Poi ebbe una brusca contrazione del diaframma e spalancò la bocca senza riuscire a vomitare. Rimase genuflesso e afferrò Ramla per la sottile vita sprofondando il capo nel suo grembo come un bimbo impaurito.
— Tommie, alzati, ti prego! Dobbiamo andare via — gli disse Ramla con voce rotta di singhiozzi, poi aggiunse: — Hanno sparato a Kipingo, Tommie! Amore, Kipingo è morto, hanno ucciso il nostro Kipingo.
La funerea frase rimbombò nella mente di Tommie come un’eco interminabile senza decidersi, inorridita, a fermarsi alla soglia della sua coscienza. Poi, egli si alzò come un automa e fece due passi in un fluttuare di tavoli e sedie rovesciati della discoteca Meteco dovuto alla vertigine che lo travolse facendolo barcollare e cadere per terra. Ramla, presa da un tremito, vide Joshua in piedi accanto al corpo di Kipingo disteso, esanime, al centro della pista da ballo, mentre Florence, non dovendo obbedire a un ordine militare, rimase, come al solito, a testimoniare la sua presenza presso la sofferenza.
— Buffalo Bill — chiamò Ramla — Florence! Aiutatemi, Tommie sta male. Oddio, sto ma-a-le. Aiutatemi vi prego.
Joshua e la sua compagna corsero verso Ramla. Aiutarono Tommie a rialzarsi ed appoggiarsi alle loro spalle mentre Ramla usciva a prendere la macchina.
Tommie si fermò davanti al cadavere del suo amico che gli sembrava galleggiare in una pozzanghera di sangue e disse:
— Morto? — guardando gli occhi chiusi spalancati di Kipingo con aria interrogativa, benché la cosa fosse evidente; e, le sue gambe gli si piegarono sotto.

Appena raggiunsero l’uscita, l’aria fresca gli provocò una forte contrazione all’addome e vomitò. Buffalo Bill l’aiutò a sistemarsi sul sedile della Fiat Bravo, accanto a Ramla che partì sgommando verso casa poi, Florence lasciò per ultima la discoteca insieme al suo compagno a bordo della sua Ford.
Ramla, non riuscendo a vedere bene davanti a sé, confusa azionò il tergicristallo, e, non ottenendo alcun miglioramento realizzò che erano le sue lacrime ad annebbiarle la vista. Voltò il capo verso Tommie per chiedergli un fazzoletto ma vide che stava vomitando, allora si asciugò gli occhi con la mano e cercò di concentrarsi sulla strada. Poi, Tommie la interrogò piangendo:
— Chi ha ucciso Kipingo?
— È stato Gennaro o’ pazz’ — rispose Ramla.

La mattina del sette gennaio, Kipingo andò all’appuntamento settimanale con Gennaro o’ pazz’ per vendergli un etto di eroina. Ahimè, era così eccitato per il suo compleanno che aveva preso un involucro contenente lattosio al posto di quello giusto. Gli accordi non consentivano all’acquirente di controllare il contenuto e, quando Gennaro o’ pazz’ scoprì che aveva pagato cinquemilioni un etto di lattosio pensò che Kipingo voleva punirlo per un suo precedente tentativo di pagare con soldi falsi. Ma Kipingo, appena si era accorto dello scambio, essendo occupato nei preparativi della sua festa, si era limitato a mandare a dire a Gennaro che lo voleva al Meteco la sera, e aveva l’intenzione di dargli un etto e mezzo di roba e scusarsi. Ma o’ pazz’ interpretò l’appuntamento come una sfida, essendo il Meteco un nostro feudo.
Così, si presentò armato di pistola semiautomatica calibro 9x21 nella mano destra inguantata e una mitraglietta in quella sinistra e si limitò a coprirsi parzialmente il volto con un fazzoletto. Entrò in discoteca e, senza dire una parola, scaricò l’intero caricatore, quattordici colpi, addosso a Kipingo. Buttò la pistola per terra e sputò sul corpo di nostro fratello dicendo in dialetto campano:
— Omm’ e spacimme.




ODIO E AMO
COME SIA NON SO DIRE
MA TU MI VEDI QUI CROCIFISSO
AL MIO ODIO ED AMORE.

(Caio Valerio Catullo)



        Ramla e Tommie scesero dalla macchina ed entrarono in casa.
Andarono direttamente sotto la doccia vestiti poi si spogliarono continuando a piangere. Rimasero sotto l’acqua abbracciati sussurrandosi parole di consolazione e spargendo lacrime cocenti che si mescolavano all’acqua. Poi, Tommie prese la testa di Ramla fra le mani guardandola negli occhi, e, singhiozzando per il dolore, la pregò di smettere:
— Usilie honey! Usilie, ti prego6.
Soltanto quando l’acqua dello scaldabagno elettrico si fece insopportabilmente fredda, lasciarono la doccia tremuli e rimasero abbracciati ad asciugarsi. Poi si infilarono nel letto e Ramla appoggiò la sua testa sulla spalla di Tommie abbracciandolo; quando il loro respiro spastico si fece regolare, Tommie domandò dolcemente:
— Dormiamo, amore?!
— Sì! Usiku mwema! — rispose, Ramla con voce flebile, dandogli la buona notte in swahili, la lingua che amava.
— Sweet dreams! — ricambiò, Tommie, allungando la mano per spegnere l’abat-jour. Ma ebbe un brivido vedendo sul comodino un racconto che aveva letto il giorno prima: era La metamorfosi di Franz Kafka. Emise un profondo sospiro di sollievo e strinse forte a sé Ramla dicendo col pensiero parole d’amore; “Nakupenda, Ramla, Nakupenda”7. Lei, che aveva abbattuto tutte le barriere, aveva udito il suo pensiero e sollevò il capo mentre la sua folta chioma nera copriva il suo dolce viso per posare le sue labbra sul seno di Tommie, poi, appoggiò di nuovo la sua testa sulla spalla del suo amato e s’addormentò.

L’indomani mattina, siamo andati a cercare Gennaro o’ pazz’ che sapeva già del suo sbaglio e, quando ci aveva visto scendere dalla macchina infilò subito la sua mano nella tasca del giaccone. Gli consegnammo un etto e mezzo di eroina senza pronunciare una parola e, mentre lui cercava di dirci qualcosa, gli voltammo le spalle digrignando i denti col desiderio avvelenato di farlo a pezzi e darlo in pasto ai gatti del ghetto.
Avevamo avvisato il Consolato della Tanzania della morte di Masudi Abdalla; Kipingo era soltanto un soprannome che avevamo dato al nostro fratello ed è il nome di un albero che cresce in Africa, noto per la sua resistenza all’ascia.
Avevamo organizzato nel ghetto una veglia senza morto, mettendo al centro di un tavolo un paniere per raccogliere denaro. Tutti eravamo in lutto ed anche i fumatori di crack osservarono qualche ora di astinenza.
Qualche giorno dopo, Tommie e Ramla volarono a Dar Es-Salaam insieme al feretro portando in dono alla famiglia di Kipingo un po’ di soldi.

Avevamo scavato inutilmente alla ricerca dei risparmi di Kipingo anche sotto gli alberi dove egli andava a fare piangere il suo flauto quando lo abbracciava la saudade8 . Quel diavolo, buonanima, non era mai stato beccato con la droga addosso! L’unica volta che lo arrestarono, la roba era degli sbirri che lo vollero incastrare. Il suo difensore lo consigliò di confessare che la droga era sua e di non accusare gli sbirri perché avrebbe subito una condanna più pesante e sarebbe stato incriminato per il reato di diffamazione.
Kipingo chiese il giudizio abbreviato e affermò che i cinquanta grammi di eroina erano i suoi. Fu condannato a nove anni ridotti di un terzo grazie alla formula del rito; e il suo difensore gli diede una speranza in appello: “Vedrai, Abdalla, in appello ti otterrò una riduzione di pena”, promise l’avvocato Pasquale Campitiello. Ma, nemmeno due mesi dopo, notificarono a Kipingo un ordine di esecuzione di condanna definitiva, perché il suo difensore si era dimenticato di presentare i motivi di appello. E Kipingo si trovò buttato nel camerone degli stranieri con addosso una condanna a sei anni.
Scelse di occupare il terzo piano di un letto a castello dove si addensava il fumo delle sigarette formando una nebbia felliniana che lo avvolgeva facendolo tuffare nel suo Amarcord, ad innalzare altri castelli o a sfogliare pornografici per venire senza andare mai. Poi, lasciò perdere e cominciò ad amare la lettura. Ci capitava di vederlo lacrimante chiudere un libro, baciarlo, poi si metteva sotto le coperte abbracciandolo, come se fosse stato un pupazzetto in peluche, e si addormentava in una valle di lacrime. Uscì dopo circa cinque anni con la liberazione anticipata per “regolare condotta”, senza mai ottenere un permesso di qualche giorno da trascorrere gioioso al ghetto durante le feste natalizie; e ritornò con noi a fare la medesima vita del passato.

Quando un pentito della camorra raccontò agli inquirenti della DIA che il suo clan aveva fornito armi e droga alla polizia per costruire prove e fare arrestare esponenti di un clan rivale e molti stranieri, provocando l’arresto di dirigenti della squadra mobile e poliziotti collusi; l’avvocato Pasquale Campitiello, noto appartenente al cartello dell’imbroglio, entrò nel ghetto a bordo della sua Mercedes nuova a cercare Kipingo.
— Oh, Abdalla! — esordì. — Ti trovo in gran forma! —e cominciò a rassicurarlo, inquadrarlo, guidarlo, consigliarlo motteggiando in latino, in poche parole a inghiottirlo in una sollecitudine che lo assorbiva a poco a poco all’incapacità di intendere e volere; poi, sputò il rospo: — Ti presento una richiesta di risarcimento del danno morale e materiale. Non devi neanche pagarmi adesso! Più tardi facciamo fifty-fifty. OK, Abdalla?!
Kipingo, colpito da un decreto di espulsione, guardò l’avvocato Campitiello, un uomo che sapeva di latino, e gli disse, un po’ fifone e un po’ burlone:
— Exoriar aliquis nostris ex ossibus ultor! Sta richiesta non s’ha da fare!

“Sorga qualcuno dalle nostre ossa come vendicatore” voleva dire Kipingo al suo “difensore” in un latino zoppo. Già! E quante volte avevamo ritrovato un nostro fratello, scomparso dal ghetto, sepolto sotto la sabbia della pineta, con la bocca spalancata in un urlo silenzioso; e mentre un brivido percorreva le nostre schiene, calavamo un angosciato velo di sabbia su ciò che il nostro errante cammino ci aveva svelato e lasciavamo il posto alla chetichella come se fossimo stati soltanto noi gli assassini?






NOTE

1 Tania: Haydée Tamara Bunke Bider, la donna guerrigliera che accompagnò il Che Guevara e i suoi comapgni nella sfortunata spedizione in Bolivia del ‘67. Nata in Argentina da genitori tedeschi e trasferitasi a Cuba nel ‘61.

2 Schutzhaft: custodia protettiva. L’istituto che regolava i lager nazisti.

3 “Condor pinochettista”: riferimento alla Operazione Condor il cui principale obiettivo era la parziale eliminazione di un gruppo nazionale in Cile, costituito da quelli che si opponevano ideologicamente al regime militare di Pinochet. “Comunista maricòn”: Frocio comunista .

4 Silvia Baraldini: compagna italiana condannata a 43 anni di carcere per reati associativi commessi negli Stati Uniti. È entrata nel suo diciottesimo anno di carcere.

5 “Restore hope”: ridare speranza!

6 Usilie, honey! Usilie, ti prego”: frase in swahili, inglese e italiano: Non piangere, dolcezza! Non piangere, ti prego.

7 Nakupenda: in swahili significa “ti amo”.

8 Saudade: sentimento comune a tutti i migrati: immensa solitudine accompagnata da malinconia nostalgica.


postato da: metoikos alle ore 10:15 | link | commenti (13)
categorie: racconti, meteco

I SOMMERSI

Migra 1 

 


         Il futuro mi preoccupa, perché è il luogo dove penso di passare il resto della mia vita.”

Woody Allen

   

 

         Il sole declinava al tramonto e si sentiva alitare un’aria di mare, mista all’odore di frescura diffuso dalla pioggia che era caduta tutto il giorno. Ai lati dei fangosi passaggi, sedevano uomini e donne che si erano incontrati lungo la strada della vita e guardavano il fiume Vjosa che quel giorno era immobile sotto il cielo, e tuttavia con un lento moto in superficie come se in quel riposo respirasse. Qualcosa in loro offriva una debole eco a quel moto e agitava le profondità della loro memoria producendovi un tumulto. Un uomo dai capelli candidi, che accoppiava alla maschera della vecchiaia quella della tristezza teneva i pugni sulle ginocchia e il capo reclino in avanti come se stesse guardando in un precipizio, poi sollevò il viso alla brezza fresca e parlò in kurdo ad una donna che stava gingillando un bamboccio che poppava gagliardamente, palpeggiando il seno con la zampetta rosa. A poca distanza, alcuni bambini vestiti dimessi giocavano a fare buchi in terra, e sul lungofiume un piccolo solitario gettava indolentemente sassolini nell’acqua. Inaspettatamente, da una strada sterrata che s’internava in mezzo ad un boschetto, sbucò un gommone trascinato da un trattore e tutti, donne, uomini e bambini, si alzarono in piedi.

         Rrini ulur, rrini ulur, state seduti — gridò un giovane albanese gesticolando per farsi intendere.

         Tutti obbedirono, pochi parlarono, e se qualcuno aveva qualcosa da dire, poteva solo riferirsi al suo futuro perché il futuro era ancora suo e lo poteva dipingere nei colori che preferiva. E mentre le donne covavano con gli occhi i bambini per tema di un incidente con quell’espressione ferina propria della maternità, il gommone veniva messo in acqua e assicurato ad un palo, al quale aderiva un marciume filamentoso come capigliature verdastre.

         Attraverso il sentiero che si attorcigliava tra i cespugli bassi fino al fiume, giunse un giovane, uscito dalle più insondabili densità dell’ombra sociale, che occupava la strada con un’irritante aria di superiorità e che pareva fare grazia al prossimo della sua vista. Accompagnava una ragazza che indossava dei fuseaux imitazione leopardo e sventolava le sue gambe perfette con la nonchalance di una soubrette d’avanspettacolo. Appena dietro di loro, una donna camminava in mezzo a due uomini e un raggio di sole orizzontale sfiorava il volto della bambina che teneva in braccio, addormentata, con la boccuccia aperta che sembrava un angelo che bevesse la luce.

         — Ma è possibile, Imer — domandò uno dei due uomini all’altro — che da quando sono rientrato in Albania non sono riuscito a vederti?

         — Gezim, cugino caro, è colpa del governo turco — disse Imer, semplificando al massimo la sua risposta — e con la casa piena di profughi kurdi sono costretto a fare viaggi in continuazione.

         — Allora, presto diventerai ricco! — Esclamò Gezim stampandogli una pacca sulle spalle.

         — Magari! — Replicò Imer, rivolgendo al cugino lo sguardo degli occhi leali e sereni — Ma le bocche da sfamare sono tante. Dobbiamo pensare anche alle famiglie degli scafisti detenuti in Italia, e per lavorare in pace bisogna dare a ciascuno la sua parte — e strizzò l’occhio a Gezim facendo il gesto di gettare leggermente qualcosa in aria con una mano1.

         — A proposito di soldi — disse Gezim, cacciando dalla mente la ridda di pensieri che il gesto di Imer gli ispirò — Arben si rifiutò di farci pagare la traversata.

         — E’ normale, sa che siamo cugini — commentò Imer — poi mi risulta che hai fatto un bel regalo al piccolo Sanimet. Pagherai la prossima volta!

         — Speriamo che non ci sia più una prossima volta, non mi piace entrare a casa degli altri di nascosto — alitò la donna cullando la sua piccina che si era svegliata.

         — E’ preoccupata — la giustificò Gezim, suo marito, rivolgendosi al cugino —sostiene di avere un brutto presentimento.

         — Ma no, Aleksandra! Andrà tutto bene, viaggerai col mio gommone e ho fama di miglior scafista di Valona      — affermò Imer, raddrizzando il collo e la schiena con un movimento pieno di strano orgoglio.

         — La sciocchina — riprese Gezim, smussando l’ingiuria con una sfumatura affettuosa — è andata fino a Tirana per chiedere il visto all’Ambasciata d’Italia!

         — Ma non te lo rilasceranno mai il visto Aleksandra! —  Esclamò Imer scotendo la testa con un sorriso sagace — devi solo pazientare, prima o poi, Gezim si metterà in regola e potrà chiedere il ricongiungimento familiare.

         — Ma abbiamo una bambina, Imer — gli disse Aleksandra prima di interrompersi per uno scoppio di dolore, e, dopo aver superato un’emozione che nessuno avrebbe potuto contemplare senza parteciparvi, continuò abbassando la voce rotta qua e là, ma chiarissima: — Ricordati che mio fratello Enver è stato inghiottito dal mare…un giorno venne qualcuno, parlò di un naufragio, fu un momento, un lampo, come una finestra bruscamente aperta sul destino del mio amato fratello…poi tutto si richiuse; non ne sentii più parlare, e per sempre2.

         Ci fu un momento di silenzio, un gemito dell’ombra che gli albanesi intendono, poi Gezim si rivolse a sua moglie con una voce strangolata e con tenerezza:

         — Aleksandra, vita mia, adesso che stai per fare la domestica a casa del mio padrone, tutto sarà più facile per noi, risparmieremo, e come ti ho promesso se riusciamo a finire di costruire la nostra casetta prima di metterci in regola, torneremo lo stesso in Albania: il poco basta e il troppo è assai.

         — Bah! — Esclamò Imer, scotendo la testa di scatto in perfetta armonia con il dispregio espresso da quel monosillabo — Ma che vorresti fare a Valona? Già è piena di gente venuta dalla campagna e che lavora per quattro soldi.

         — Lo so, Imer, lo so — disse Gezim sconsolato e aggrottando pensosamente la fronte, poi indicò con un cenno del capo la ragazza coi fuseaux e sbottò: — La miseria offre e la società accetta — sospirò e riprese — Prima della rivolta del ‘91 il contadino aveva la certezza delle sementi, dei concimi e dei mezzi agricoli ma oggi, anche i vecchi trattori sovietici e cinesi sono completamente scomparsi per mancanza di pezzi di ricambio e la nostra campagna si è trasformata in una gran nuvola di polvere e disperazione3.

         — Non possono mica lavorare la terra come ai tempi di re Zog — commentò Aleksandra.

         — Se non ci fossimo noi scafisti questo paese diventerebbe una gabbia per topi affamati, finiremmo per ammazzarci fra di noi e vigerebbe la hakmarria, la legge della vendetta4 — affermò Imer amareggiato prima di rivolgersi a Aleksandra — Ti bagnerai un po’, non potrò avvicinarmi troppo alla riva per non fare incagliare il gommone, ma farò arrivare tutti quanti sani e salvi come ho sempre fatto —promise, con grand’enfasi e con fiducia innata nella forza della sua convinzione, ignaro della tragedia che stava per investirli.

         Giunti vicino al gommone, Imer si chinò sulla piccola Valbona e le fece il solletico con un dito canticchiando con una voce alterata dalla leziosità tipica di chi si rivolge ad un bambino, e Valbona rise come un’aurora. La baciò più volte sulla fronte poi disse:

         — Andate a sedervi, devo preparare i motori col mio apprendista che presto occuperà il mio posto — infilò due dita in bocca, fischiò, poi chiamò: — Fatmir, al lavoro — e un ragazzone vispo di circa quattordici anni che passeggiava con aria imprenditoriale avanti e indietro per il lungofiume corse verso il gommone.

         Mentre Imer maneggiava i due fuoribordo YAMAHA di 250 cavalli facendo sciabordare le eliche e Fatmir lo fissava con la testa china di lato come un pettirosso curioso, si avvicinarono due uomini e il più giovane, dall’aspetto semplice e gaio che disponeva a suo favore, si rivolse a Imer in un Italiano di cui non poteva certo dirsi assente un robusto accento nigeriano:

         — Imer, questo signore kurdo, Salah, afferma che la sua gente è preoccupata e vuole sapere quando si parte.

         Imer spense i motori e si rivolse al giovane nigeriano:

         — Joshua, spiega a Salah che capisco quello che prova perché so che stanno camminando da un mese e la strada per arrivare in Germania è ancora lunga — e si fermò per dare il tempo a Joshua di tradurre in inglese, poi riprese: — digli che non vogliamo mettere a rischio la nostra vita e che ci muoveremo solo quando riceveremo il via — e indicò a Joshua la lunga antenna della ricetrasmittente che un uomo teneva in mano.

 

 

         Al chiarore del giorno morente, la collina della base militare albanese dell’isola di Sazeno si stagliava sull’orizzonte, salda e verdeggiante. Gli equipaggi che stavano per uscire in mare lasciarono l’edificio messo a nuovo della Guardia di Finanza italiana e scendevano sul sentiero serpeggiante tra la ricca vegetazione che porta fino al porto. Sui moli sconnessi, giacevano gli scheletri arrugginiti di quattro motosiluranti albanesi, fatte affondare durante la rivolta del ‘97; dentro l’acqua sono ormeggiate due motovedette italiane classe “Squalo 5000”. I potenti motori borbottavano già e dopo un breve tempo, le due motovedette salparono per tenere sotto controllo il tratto di mare tra Capo Linguetta e l’isola di Sazeno, il corridoio utilizzato dagli scafisti per dirigersi verso il Salento.

         Nel crepuscolo che si addensava, i radar tenevano sorveglia la situazione, mentre le due “Squalo”, l’una fuori l’isola di Sazeno e l’altra dietro Capo Linguetta, si facevano cullare dall’acqua nell’attesa della preda. Sul ponte qualche nostalgico si volgeva alla linea del mare toccata all’orizzonte da una striscia di luce argentea diffusa da un sole invisibile, che rivelava le navi mercantili come altrettante ombre. All’improvviso, il comandante della motovedetta vicina a Sazeno mise sotto sforzo i motori, e, a luce spenta, virò a sinistra puntando la prua su Capo Linguetta segnalando in codice via radio all’altro mezzo della Finanza l’intercettazione di un “bersaglio mobile”: l’inseguimento era iniziato. Appena la motovedetta ebbe scapolato la penisola di Karaburun, il braccio della baia di Valona, i cannocchiali ad intensificazione di luce svelarono, su sfondo verdastro, l’esistenza di un gommone, subito raggiunto e costretto a costeggiare la base d’Oricum risalendo verso Valona.

Lo scafista accelerò, finse una manovra per passare di prua allo “Squalo” poi decelerò bruscamente lasciandosi superare da quel siluro galleggiante in grado di raggiungere i cinquanta nodi, e lo superò di poppa. La manovra riuscì ma le due motovedette della Finanza sfrecciavano ormai parallelamente. In mezzo, il gommone. Nuovamente costretto ad avvicinarsi alla costa, inseguito a breve distanza dai due comandanti, senza turbamento e con il plauso della coscienza, attenti ad evitare qualsiasi abbordaggio, qualsiasi “incidente”, in acque albanesi5.

Il gommone fuggitivo compì una nuova manovra brusca, imprevista e si fermò del tutto illuminando con un faro le due motovedette della Finanza.

         — Figli di un cane! — Esclamò l’ufficiale che aveva il comando tattico dell’operazione — Ci hanno giocato, era un’esca, un diversivo.

         E avvisò immediatamente la centrale operativa della Finanza di Durazzo d’allertare Otranto: il radar segnalava altri “bersagli mobili” che puntavano sul Salento, ormai fuori portata.

Il poliziotto albanese che si trovava a bordo della motovedetta italiana comunicò l’accaduto all’unico motoscafo albanese in zona, e rimase per un bel po’ a fissare la sua radio ridacchiando con un misto di godimento e ammirazione che gli tingevano il viso di rosso fuoco.

 

         Durante l’ultima fase dell’inseguimento, Imer ricevette via radio il segnale convenuto; il gommone, carico di profughi kurdi, di migranti e di qualche avventuriero, percorse un tratto del fiume Vjosa, superò la zona della palude che a quel tempo era desolata, opprimente e solitaria poi entrò nella laguna di Valona e cominciò a planare, fronteggiato dall’immensa notte. Ora, davanti ai condannati all’esodo e alla sopravvivenza c’era una muraglia orizzontale, una muraglia d’acqua e di buio ma qualcuno, con calda fantasia, già si figurava la vita che trascorrerebbe in Italia, abbellendola di minuti particolari che lo facevano trasalire di gioia mentre lo splendore, la ricchezza e la felicità gli apparivano alla rinfusa, in una sorta di irraggiamento chimerico. A molti altri invece, da sempre ignudi sotto la brezza sferzante della sventura, si ridestarono in petto con maggiore dolore tutti i sentimenti così crudelmente feriti, tutta la vergogna e l’angoscia, ma conservarono il silenzio solenne che si erano portato dalle case distrutte nella terra negata.

Il gommone si stava allontanando sempre di più dalla costa, ma la mente di Aleksandra non poteva abbandonare il posto con la stessa rapidità, e mentre la piccola Valbona dormiva profondamente nelle sue braccia fatte di tenerezza, lei si voltò verso Valona, prima che la buia pianeggiante distanza la inghiottisse non lasciando più nulla di visibile ai suoi occhi. Sulla sua destra vide una catena di montagne, dolci e maestose, sulla sua sinistra invece il paesaggio era più morbido e una lunga striscia di terra piatta con due gobbe finali separava il mare dalla gran laguna. Valona, trapuntata da minuscoli punti luminosi, esibiva, fiera, le sagome dei palazzoni in costruzione; e mentre i ricordi dell’infanzia affollavano alla mente di Aleksandra, tentò di sorridere ma le sue labbra si rifiutarono e rivide il volto che sua madre Albana levò al cielo, le mani congiunte e tremanti, e l’angoscia di tutta la persona nell’apprendere che sua figlia stava per attraversare il mare come aveva fatto Enver. Allora, una lacrima che si era a poco a poco raccolta nell’angolo delle palpebre, fattasi abbastanza grossa perché cada, le rigò la guancia poi si fermò in bocca e Aleksandra ne sentì il sapore amaro. Chiuse gli occhi per non vedere o piuttosto per abbandonarsi all’onda dei sentimenti frammisti d’infantili ricordi e di speranze informi come fantasmi che la vista di Valona le suscitava, ma nella ressa dei suoi pensieri, in gara con il sommovimento del gommone, sempre in primo piano rimanevano il mare e le sue preoccupazioni. Tornò più volte, con un incessante singhiozzo nel cuore, a volgersi verso la terra sempre più lontana, con Valbona stretta al petto, prima di addormentarsi, non proprio del tutto da non udire il ronzio del motore e le voci, senza distinguere le parole.

 

         Ridestatasi a mezzo da quel lungo e scomodo dormiveglia, scoperse che il gommone era fermo nella distesa lugubre. Alla prima si credette vittima di un’allucinazione, poi la ragione la convinse della paurosa realtà mentre, ad occhi spalancati nella luce di una sottile falce di luna, girava lo sguardo per la galleria delle facce dall’espressione così dura che nasce dall’abitudine alla sofferenza.

         — Perché siamo fermi? — Domandò a Gezim mentre s’impadroniva di lei la strana sensazione che ciò fosse già accaduto prima, in un tempo indeterminato, e che sapeva in anticipo quanto stava per dire.

         — Abbiamo un motore in avaria — rispose Gezim con una voce arrochita dall’angoscia e che si sentiva appena.

         Aleksandra sentì qualcosa dentro di sé, in profondità gridare di panico e un brivido le passò per il corpo come un presagio di morte, e nella sua mente sconvolta cominciava il ribollio di mille congetture che riempivano di sinistri bagliori i suoi occhi. Si chinò su Valbona che la guardava come un uccellino pieno di buone intenzioni, poi tese i muscoli della schiena e del volto per tenere a bada il tremito e vincere il senso di terrore che l’aveva pervaso, e, dopo aver ripreso un certo dominio sulla propria angoscia domandò a Gezim:

         — E l’altro motore?

         — Quello dovrebbe funzionare ancora, non è stato usato, ma non possiamo ripartire senza aggiustare quello in avaria, è troppo rischioso non averne uno di riserva.

         Aleksandra si voltò verso Imer, vide che stava maneggiando il fuoribordo guasto sotto la luce di una torcia che Fatmir teneva in mano, e le sembrò che la morsa di ferro che le stringeva il cuore da qualche minuto si allentasse.

         Annottava e soffiava un debole vento freddo.

La piccola Valbona assunse il suo pasto con un’aria tanto conciliante che pareva chiedesse addirittura scusa al biberon per la libertà che si prendeva di popparlo, poi la madre la protesse dal freddo, sistemandola fra il petto e il cappotto abbottonato.

         Dopo più di un’ora di tentativi, Imer aveva detto in italiano, con una smorfia, come si ricordasse l’estrazione di un dente:

         — Un brutto affare — poi interpellò tutti con uno sguardo pieno delle energie della disperazione. Fu quasi un’esplosione: — Questo fottuto giapponese non ne vuole sapere di riavviarsi e siamo più vicini all'Italia che a Valona. Fanculo, se siete d’accordo continueremo il viaggio con un solo fuoribordo, ma pregate per il mio ritorno a casa.

         Joshua tradusse in inglese a Salah che, a sua volta, tradusse in kurdo. Dapprima ci fu un breve silenzio perché le violenze del destino hanno questo di particolare, esse ci strappano dal fondo delle viscere la natura umana; poi qualcuno parlò in nome di tutti con aria di superiore saggezza:

         — Partiamo, fratello. Il Gran Dio ti farà sicuramente grazia durante il tuo ritorno.

         Imer girò la chiave e premette il pulsante per avviare il fuoribordo…Provò una seconda volta, poi una terza…Bestemmiò e si fece smarrito tingendosi a poco a poco di spavento, il corpo agitato da un tremito impercettibile, facendo sprigionare nel gommone una sorta di bruma visionaria, e l’allucinazione della catastrofe s’impadronì di tutti spalancando precipizi pieni di notte.

Lo scafista tornò a maneggiare i motori e a controllare l’impianto elettrico, e nei suoi occhi illuminati dalla torcia si vedevano passare frequenti scatti d’impazienza.

         Passò molto tempo e i cuori erano oppressi.

Una donna kurda aveva messo le braccia conserte, lasciandosi un po’ oscillare avanti e indietro poi fu sopraffatta da un accesso incontenibile di pianto angosciato e cominciò a parlare alle altre donne con un’aria insensata, grave e straziante; piegata in due, scossa dai singhiozzi, accecata dalle lacrime, torcendosi le mani e tossendo di una tosse secca e breve. Molti bambini piansero aggrappandosi alle loro madri. Accanto a Aleksandra sedeva il vecchio kurdo dai capelli candidi e dalle scosse delle sue spalle lei vide che stava piangendo; un pianto silenzioso, pianto terribile. Si sentì colpita dal suo dolore cupo e taciturno, e tutte queste cose, realtà piene di spettri, fantasmagorie piene di realtà, avevano finito per crearle una sorta di condizione interiore quasi inesprimibile. Il cuore le mancò di nuovo, sopraffatto da palpiti frenetici, quasi di terrore, come se avesse appena perso qualcosa o stesse per perderla per sempre. Si voltò verso Gezim e gli disse con una voce che era più vicina all’urlo che alla parola:

         — Moriremo tutti, moriremo tutti, te l’avevo detto, te l’avevo detto…

         — Zitta, stai zitta, sei stata tu a portarci iella — replicò Gezim aspro, scotendo contro di lei l’indice.

         Aleksandra tacque comprimendosi il petto con la mano, come per impedire il prorompere della tempesta che le infuriava dentro. Solo un gemito le uscì dalle labbra e più volte i suoi occhi neri luccicarono e poi si spensero, come fiamme soffocate, nella notte. Infine venne il momento che ella serrò le labbra e inghiottì profondamente, ma due lacrime le rimasero negli occhi e Gezim le vide cadere e scivolare giù, lentamente, sulle guance, una per parte. L’abbraccio addolorato, poi le porse il thermos del tè e le disse con la voce ridotta ad uno sgomentato sussurro:

         — Bevi, Aleksandra…perdonami.

Senza guardare Gezim, Aleksandra portò il thermos alle labbra ma il tè le si fermò in gola, come se stesse soffocando, e le gocciolò fuori della bocca.

         Durante questo tempo interminabile, Fatmir, l’apprendista, si era limitato ad eseguire le istruzioni di Imer che, ormai, teneva la testa fra le mani, immerso nelle sue elucubrazioni. Si alzò di scatto e con atteggiamento di bella fierezza fissò l’immenso mare da dominatore, ruppe il silenzio ed esclamò con un sorriso di sprezzo che gli errava sulle labbra:

         — Io non temo il mare, io vi salverò!

    Quel piccolo macchinatore d’espedienti, con gli occhi che dardeggiavano genialità, staccò la chiave dal contatto, lo smontò, fece toccare alcuni fili elettrici e il trabocchetto della salvezza si era improvvisamente aperto sotto il gommone facendo udire il ronzio dei motori.

         E’ più facile immaginare che descrivere quello che passò nei cuori. Gli occhi della donna kurda che prima piangeva si riempirono di gioia, il viso ancora inondato di lacrime, e parlando in kurdo essa si fece avanti verso Fatmir, lo strinse a sé e gli carezzò i capelli. Erano gesti così espressivi che non occorreva aggiungere parola, e Fatmir la comprese benissimo come se ella avesse pronunciato le parole in albanese.

 

         Prima di ripartire, nuvole nere si accumularono riempiendo tutto il cielo, e il vento venne a gemere sopra il mare. Imer guardò l’orizzonte buio e disse:

         — Ci stanno aspettando vicino Santa Cesarea Terme e dovete assolutamente sbarcare prima dell’alba; siamo in ritardo e il mare è cambiato ma, con l’aiuto di Dio ce la faremo.

         Il gommone, circondato dall’oscurità, ripartì spinto da entrambi i motori. Imer era al timone in piedi accanto a Gezim, ma non si parlavano; forse, nella regione più vaga della loro mente, facevano dei raffronti fra quell’orizzonte minaccioso e la loro esistenza.

I corpi dei viaggiatori si erano serrati nel freddo gli uni contro gli altri alla ricerca di tepore e molti, sfiniti, si addormentarono ma il loro sonno non durò a lungo perché il gommone lanciato nella distesa lugubre urtò contro un ostacolo. Nessuno seppe che cosa fosse e si trovarono tutti catapultati in acqua.

Il corpo dello scafista, per inerzia, sbatté violentemente contro il timone, e Imer perdette i sensi rimanendo tuttavia nello scafo in vetroresina squarciato che s’inclinò rapidamente imbarcando acqua a causa del contemporaneo scoppio della parte pneumatica, e sotto il peso dei motori s’inabissò trascinandolo con sé. Sulla superficie dell’acqua si formarono oscuri cerchi concentrici, un tremito, poi il nulla.

Gezim invece era finito sotto le eliche dei motori che nitrivano come cavalli imbizzarriti. Tentò di difendersi emergendo e si lasciò fluttuare sulla superficie dell’acqua, l’addome e il petto indicibilmente lacerati, il respiro intermittente tagliato da un rantolo. Aprì lentamente gli occhi, dove si vedeva già apparire la cupa profondità della morte, e vide un cielo tenebroso, simile ad un infinito sudario; emise un grido e solo la notte conobbe il segreto delle sue convulsioni mentre scompariva sott’acqua.

Nel contempo, i flutti si gettarono i bambini l’un l’altro. I loro miserabili corpicini erano punti nell’immensità delle onde, tendevano le piccole manine ma afferravano il nulla chiamando la madre con la voce rotta dall’asma degli ultimi respiri e spalancando tanto d’occhio con un’espressione che nessuna lingua umana potrebbe descrivere. Poi, paralizzati dal freddo senza fondo, loro, povera forza subito esaurita, si lasciarono fare, si lasciarono andare; si spensero nell’immensità di quel mare come si perdono i cerchi formati nell’acqua e i loro corpi si depositarono nella temibile fossa comune come tanti birilli, disponibili per le partite giocate dai potenti.

Le loro madri, donne kurde vissute in montagna, si trovarono nell’acqua mostruosa di quel mare, non avevano sotto i piedi che fuga e rovina, circondate orribilmente dalle onde sminuzzate dal vento. Scomparivano, riapparivano, s’immergevano e risalivano lanciando urla disperate; chiamavano i figlioli, tendevano le braccia nelle tenebre, ma nessuno le sentiva, e mentre il rollio dell’abisso le trascinava via sembrò loro che tutta quell’acqua, quel mare, fossero odio. 

Il vecchio kurdo dai capelli candidi, quel dannato della civiltà, afferrò un bambino che stava affondando, si sforzò di nuotare ma non lo seppe fare, tentò di sostenersi, combatté l’inesauribile e bevette l’amaro mentre l’enormità giocava con la sua agonia poi, con quella speciale lucidità e nitore che acquistano i contorni delle cose dal loro dialogo con il buio imminente, capì che morire non era niente; era spaventoso non vivere, e, esausto, fluttuò per sempre nelle lugubre profondità che lo inghiottirono.

Molti altri tentarono di rimanere a galla mentre l’istinto di conservazione urlava, e l’io privo d’occhio scalciava allontanando chi cercava di aggrapparsi. E ognuno per sé, assistettero alla demenza di quel mare nuotando in avanti, immensi sonnambuli di un sogno naufragato, prima di affondare a poco a poco nelle gelide tenebre in cui scompaiono tante teste sfortunate nella tetra marcia dei popoli.

         In quella catastrofe del genio umano alle prese con l’innominabile, perirono quarantatre persone.

         Aleksandra si trovò in acqua; dapprima, tutto ciò che provò era incoerente, tumultuoso, e il cuore le batteva anche nei denti. Poi, tutto in lei si mise a lavorare, l’istinto che fiuta e l’intelligenza che organizza. Portò subito un braccio al petto e serrò contro di sé la piccola Valbona che era rimasta sotto il cappotto abbottonato della madre. Aleksandra, nata e cresciuta in una città marinara, si distese sulla superficie dell’acqua, si sbottonò il pesante cappotto e se ne liberò, lasciando sul petto Valbona piangente e presa da un tremito. Si sbarazzò di tutti gli indumenti che potevano appesantirla poi chiamò forte:

         — Gezim!

         Il nome di suo marito si spense nel buio senza neppure svegliare un’eco, e a Aleksandra parve che l’investisse come un vento di sciagura. Tenette a lungo le labbra convulsamente contratte per arrestare i singhiozzi, poi chiamò di nuovo:

         — Gezi-i-im, sono qui, Gezi-i-im, dove sei-i-i.

         Il silenzio rimase profondo, come prima, lasciando Aleksandra con gli occhi spalancati a fissare il buio, lo spirito oppresso dal suo carico di dolore.

Si lasciò trasportare dalla corrente, economizzando le sue forze, Valbona sul petto, attaccata al seno con quella toccante fiducia dei bambini che può essere sempre ingannata senza mai scoraggiarsi.

         La lunga notte giungeva ormai al termine; il crepuscolo imbiancava nel mare le creste delle piccole onde e basse filacce di nebbia sottile strisciavano sulla superficie dell’acqua e se ne staccavano come folate di fumo quando Aleksandra scosse la sua bimba e la chiamò in vano più volte. Rimase con gli occhi fissi su colei che non vedeva più gemendo di un gemito discontinuo che usciva da una bocca irrigidita con i denti serrati, un gemito inarticolato e soffocato, sempre accompagnato da un movimento desolato del capo, senza che l’espressione del volto si alterasse come se le sue fattezze si fossero raggelate dalla sofferenza; ma le lacrime, questo primo sfogo dei grandi dolori, non veniva a Aleksandra immersa com’era in quella pesante sensazione di perdita e di dolore dentro la quale non riusciva a distinguere nient’altro e che faceva tremare tutte le sue idee rendendola quasi folle. Poi, con le pupille vaghe, colme dello sbalordimento della violenza del suo presente, guardò davanti a sé. Aveva alle spalle il sole che si stava appena alzando e fluttuava un misero chiarore crepuscolare, vide sull’orizzonte una gigantesca falesia che si stagliava severa e livida, con alcune nuvole bassissime che sembravano appoggiate su di essa formando un effetto particolarmente sinistro, e, per una sorta di penetrazione quasi fisica, quel funereo profilo aggiunse allo stato violento della sua psiche un che di lugubre. Così, con una progressione impercettibile,la sensazione di perdita si trasformò in una disperata consapevolezza di tutto ciò che era andato disperso…Pianse abbracciando straziata il corpicino assiderato di Valbona mentre un vento non forte girava intorno per un faraglione con un suono sordo simile ad un basso e lento mormorio gonfio di tristezza. Poi un ineffabile sorriso si diffuse sulle sue labbra illividite e una grinza triste solcò la sua guancia, strinse al cuore Valbona e si lasciò inghiottire da quel mare globale dove milioni di persone vivono così, sommerse6.       

 

 

     

 

 

 

 

 

 

 

 

NOTE

 



1 Dal mese di marzo 1999 fino a maggio ‘99 sono stati sequestrati 44 gommoni nel tratto di mare del Salento. Nel carcere di Lecce soggiornano 55 scafisti albanesi.

 

2 La notte tra il 28 e il 29 marzo 1997, a 35 chilometri al largo di Brindisi, la corvetta italiana “Sibilla” entrò in collisione con la motovedetta albanese Kater I Rades affondandola e causando l’annegamento di circa 90 albanesi, in maggioranza donne e bambini. Il relitto giacque a 800 metri in fondo al mare per otto mesi, fu recuperato il 20 ottobre con 54 cadaveri. Dal 1991 al maggio ’99 sono “ufficialmente” 174 i migranti inghiottiti, e mai restituiti, dall’Adriatico.

 

3 L’Albania era un paese con uno degli indici più alti al mondo di popolazione rurale, e ha visto in pochi anni crescere caoticamente i centri urbani. Tirana ha raddoppiato la propria popolazione in soli sette anni.

 

4 Secondo stime recenti della Banca Mondiale, una massa di contadini impoveriti (il 40% della popolazione albanese) tentano di sopravvivere con meno di un dollaro il giorno. L’Albania è il paese con il più alto tasso d’emigrazione sulla popolazione residente di tutto il Mediterraneo (circa 650.000 emigranti su 3,1 milioni d’abitanti).

 

5 Il 27 maggio 1999, un gommone partito da Valona con a bordo trentasette profughi di guerra kosovari, entrò in collisione con una motovedetta della Guardia di Finanza di Taranto in perlustrazione nel canale d’Otranto. Due donne, un uomo e due bambini rimasero uccisi. Una delle vittime, una bambina kosovara di appena tre anni, è stata letteralmente decapitata durante l’impatto. Il colonnello Vincenzo Dima, comandante della 17° legione di Taranto della Guardia di Finanza, aveva dichiarato ai giornalisti: “L’incidente è avvenuto mentre la nostra unità navale (la “Carreca” G107) era in attività di pattugliamento. A noi risulta che il gommone ha fatto una brusca manovra passando di prua alla nostra, che peraltro manteneva una velocità normale, mettendosi di traverso”.

6 Scafistapoverodiavolo

 

         Il Prof. Enrico Pugliese, con dichiarazione scritta a Roma il 4 febbraio 2000, ha autorizzato Imed Mehadheb a stampare gratuitamente il seguente articolo pubblicato su:

 

CARTA dei Cantieri Sociali. Anno 2. Giugno ’99. Numero 07. Pagina 21

 

ENRICO PUGLIESE [COLLOQUIO CON GIGI PERRONE, DOCENTE A LECCE, DELL’OSSERVATORIO SULL’IMMIGRAZIONE]

 

  Mi pare che ci sia un consenso sul fatto che gli immigrati arrivano in Puglia trasportati dai “mercanti di carne”. Che ne dici?             

C’è una radicale differenza di vedute tra le due sponde dell’Adriatico. Qui gli scafisti sono considerati dei criminali e dei mercanti di carne, come dici tu. Dall’altra parte la gente non li considera affatto criminali

  Ma scusa, i potenziali immigrati pagano un milione mediamente per il trasporto.

Distinguiamo tra gli utenti e la gente locale. I primi non si lamentano perché questo è il prezzo di mercato. Nessun “mercante di carne” va a reclutare i potenziali clandestini. C’è chi offre un servizio e c’è un mucchio di gente che vuole usufruirne.Intanto ad ogni scafo lavorano circa venti persone. E gli scafi sono centinaia. Nel ’95, quando facemmo una prima inchiesta, erano una settantina. Grazie a questo, Valona ha un reddito molto più alto delle città del sud dell’Albania. Ha soppiantato in quest’attività Durazzo e Saranda.

  Perché?

Perché hanno avuto una gran capacità di adattarsi alle richieste del mercato. Gli scafisti hanno una notevole professionalità: riescono a fare il lavoro senza incidenti, sono radicati sul territorio e affidabili. Alcuni sono immigrati di ritorno, che hanno investito i loro risparmi.

  So anche la storia dei tre viaggi garantiti.

Infatti. Loro garantiscono che se il soggetto è rimpatriato ha diritto ad essere ri-trasportato gratis altre due volte. In questo senso hanno adattato la loro risposta al fatto che spesso i clandestini vengono rimpatriati in giornata. Poi, lo spostamento dell’asse su Valona ha modificato il criterio di arrivo degli albanesi. Prima, da Durazzo e Saranda si partiva con documenti contraffatti o ottenuti con “benevolenza” non gratuita da intermediari. Ora questo è meno facile.

  Non ti sembra che ora siano quelli di Valona a sfruttare gli altri albanesi?

Questo è vero, ma solo fino a un certo punto. Gli albanesi pagano meno dei kurdi e di altri stranieri. E gli scafisti e gli immigrati appartengono allo stesso gruppo sociale, sono a volte anche parenti. E poi altre cose contrastano con l’immagine del mercante di carne: ad esempio, i bambini non pagano e neanche gli ammalati. Il sistema è che ad ogni viaggio ci deve essere posto per un ammalato.

  Ma sei sicuro di questo? E’ proprio sulle storie riguardanti i bambini che si è costruita l’immagine dello scafista orrendo criminale.

La cosa è nata in conseguenza degli incidenti, che sono aumentati proprio in rapporto all’inasprimento della repressione. Ma è un rischio calcolato per tutti, compresi i genitori dei bambini. Sanno che in caso di inseguimento lo sbarco è meno comodo. Poi ci sono stati anche casi criminali di abbandono del carico umano. Ma si è trattato di fatti assolutamente eccezionali.

  Quindi sono brave persone?

Loro sì. Ma questo non vuol dire che non ci sia un racket dietro. Ormai con il crescere della repressione è cresciuta anche la presenza della criminalità organizzata. Gestire lo scafo costa e rende. E la criminalità ha investito in questo campo. Gli scafisti sono sempre più giovani, meno che diciottenni, in modo da essere non perseguibili.

  Quindi ci sono, i mercanti di carne?

Nessuno mercanteggia carne. C’è un controllo criminale su di una attività di trasporto illegale, resa sempre più difficile con la repressione. E, come ho detto, questa infiltrazione aumenta con la repressione.

 


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categorie: racconti, i sommersi

XIA XUJIE

Due bimbi 

       C’era una volta, non molto tempo fa: era il primo giorno di scuola, una fanciulla che apparve in piedi sulla porta brillante disegnata dal sole sul pavimento di un’aula. Era piccola piccola, molto magra e i suoi capelli neri rifulgevano come seta mentre i suoi occhi a mandorla, scuri e lucenti, risaltavano violentemente sulle sue guance di colorito giallognolo.
Prima che il maestro che stava facendo l’appello se ne accorgesse di quella minuscola presenza, molti alunni piegarono il capo da un lato cercando di osservare la fanciulla da una diversa prospettiva ma, anche cambiando angolazione, il risultato rimaneva immutato: il suo contrasto con i tratti somatici di tutti loro era omnidirezionale.
        — Buongiorno, signor maestro! — Salutò la fanciulla, aprendo la boccuccia squisita dalla quale il sorriso usciva come un chiarore e la parola come una musica.
        Il maestro girò la testa verso la vocina e spalancò tanto d’occhio.
        — Chiedo scusa, signor maestro, per il mio ritardo — continuò la fanciulla che era apparsa come una folata di luce — ho dovuto aspettare che mia madre terminasse il suo turno di notte in fabbrica per farmi accompagnare — poi domandò, continuando a ritrarre così chiaramente la lettera R da dare l’impressione che se ne servisse meno spesso di qualunque altra persona: — questa è l’aula della prima elementare, vero?
        — Ah, sì, sì… — rispose il maestro alla piccola e magra fanciulla che riboccava eloquenza — tu devi essere… — e frugò nel registro per leggere il nome della sua nuova alunna ma, per un attimo, l’ombra di un turbamento calò sul suo volto e domandò alla fanciulla con un’espressione d’imbarazzata implorazione: — Ma come si pronuncia il tuo nome?
        — Xia Xujie — disse la fanciulla con la sua vocina poco ampia ma limpida, provocando le risatine degli alunni che trovarono quel nome molto bizzarro.
        — Ssst…Fate silenzio — ordinò il maestro, poi si rivolse a Xia Xujie — siediti accanto a Leonardo — e le indicò il posto.
    Ma sia detto a suo onore, solo Leonardo, soprannominato “Pomodorino” a causa della timidezza che lo faceva arrossire, non aveva riso quel giorno.
Xia fece un inchino gentile verso il maestro poi si voltò verso i suoi nuovi compagni e, mentre le aleggiava intorno qualcosa di misteriosamente buono e dolce, salutò anche loro con un inchino:
        — Buongiorno a tutti — disse, facendo crollare in loro un pezzo di quelle spaventose tenebre della diffidenza e nascere nei loro cuori qualcosa di caloroso e d’ineffabile, simile alla fiducia e all’amicizia; anche se tutta la persona di quella nuova compagna, la sua andatura, il suo atteggiamento, il suono della voce ed il minimo gesto esprimevano e traducevano una sola idea: la diversità.
        In pochi giorni, tutti i compagni di scuola di Xia Xujie impararono a pronunciare correttamente il suo nome, e solo il maestro trovò quel compito difficile, impossibile.
Così, durante ogni appello, Leonardo, incapace di sopportare la violenza che subiva il nome della sua compagna, si alzava in piedi di scatto sfidando la propria timidezza e lo scherno degli altri e sbottava, scandendo le sillabe con tono aspro:
        — Si chiama Xia Xujie, maestro, Xia Xujie.
        Poi si sedeva e la sua pelle bianca, che lasciava vedere qua e là le arborescenze azzurrine delle vene, si tingeva di rosso fuoco, e, inevitabilmente molti lo schernivano chiamandolo “Pomodorino” e ridacchiando. Ma per Leonardo, che era un vero gentilfanciullo, quale piacere essere la causa di quel luminoso mutamento del viso di Xia e l’oggetto di un così dolce sguardo e un incantevole inchino di gratitudine mentre gli diceva “Grazie, Leonardo!”, ritraendo la lettera R e producendo nella sua testa un canto che lo rendeva sordo ad ogni altro pensiero e a qualsiasi scherno.
        Tuttavia, a fare di Xia Xujie una diversa non era solo il suo nome o il suo aspetto fisico. Infatti, ben presto cominciarono a circolare voci strani: molti riferirono di aver sentito Xia parlare con la reginetta della rugiada che dormiva tra i fiori del giardino della scuola. Altri giurarono d’averla visto guarire dal raffreddore un povero grillino tremante sull’erba di un prato ma nessuno, nessuno, era riuscito a scoprire perché Xia Xujie, la fanciulla che apparve come una folata di luce, raccogliesse tanti sassolini scegliendoli con meticolosità. Neanche Leonardo, forse a causa della sua timidezza cronica, osò chiedere a Xia il segreto di quei sassolini e decise di spiarla, roso dalla curiosità.

        Un giorno, mentre Xia era rimasta sola nell’aula durante un intervallo ad esaminare i suoi sassolini, Leonardo detto “Pomodorino” si mise a spiarla dalla finestra e la vide, con somma meraviglia, alzarsi e andare a parlare con un segmento “ED” che il maestro aveva tracciato la mattina con un pennarello blu sulla lavagna, vicino ad una linea retta “MA”.
            — Perché stai piangendo, Eddy? — Domandò Xia al segmento.
            — Mi fa molto male la schiena, Xia — rispose “ED” singhiozzando dal dolore — non ce la faccio più a stare così rigido, non ce la faccio più…
       — Vuoi che ti aiuti, Eddy? — Chiese Xia, addolorata, al povero segmento rigido.
        — Oh, sì! — Esclamò “ED” — Ho sentito dire che hai guarito dal raffreddore un grillino tremante sull’erba di un prato; guarisci anche me, ma prima, dimmi perché non riesco a vedere. Sono per caso cieco?
        — No, Eddy, non sei cieco — Rispose Xia, ridendo nel modo più melodioso — non riesci a vedere perché il tuo mondo ha una sola dimensione.
        La risposta confortò molto Eddy anche se non aveva capito un bel niente, e Xia, in un baleno, lo trasformò in un bellissimo cerchio blu.
            — Che meraviglia! — Esclamò Eddy — Mi sento già molto meglio; ma non riesco a vederti. Dimmi la verità, Xia. Sono per caso cieco?
            — Ma no, Eddy, tu non sei cieco — rispose Xia guardandolo con gli occhi sereni e leali — non riesci ancora a vedermi perché il tuo mondo ha soltanto due dimensioni. Vuoi che ti trasformi in una sfera per potermi vedere.
         — Oh, sì, sì, Xia! Fallo subito, fallo subito — rispose Eddy impaziente.
        Xia fece compiere al cerchio una rivoluzione attorno al asse contenuto nel suo piano e che passava dal centro, e Eddy divenne una bellissima sfera blu.
            — Ti vedo Xia, ti vedo! — Gridò Eddy quasi pazzo di gioia — Come sei bella, grazie, grazie. Ma perché non vedo me stesso?
            — Hai bisogno di uno specchio — affermò Xia — seguemi.
        Eddy la sfera fluttuò nello spazio tridimensionale e seguì Xia che lo portò davanti allo specchio del bagno.
        — Sono perfetto! Sono perfetto! — Ripeté Eddy facendo evoluzioni di gioia.
        Ma mentre Xia si lavava le mani, Eddy cadde nel lavandino pieno d’acqua e credette di affogare.
        — Aiuto — Gridò spaventato — Xia, aiutami, non so nuotare.
        Xia raccolse dall’acqua il povero Eddy tremante e completamente scolorito. Così, quando fluttuò di nuovo davanti allo specchio, rabbrividì dalla paura e gridò:
            — Dove sono Xia? Non riesco a trovare me stesso. Dove sono Xia?
            — Stai calmo, Eddy, ti sei scolorito nell’acqua, nulla di grave. Ora sei trasparente perché la luce attraversa tutto il tuo corpo senza subire alcuna riflessione.
            Eddy si tranquillizzò, anche se non aveva capito un bel niente, e il suo sguardo cadde su un arcobaleno che si vedeva dalla finestra.
        — Oh, che bei colori! — Esclamò meravigliato — Xia, fammi avere i colori di quell’arco.
        — Quello è un arcobaleno — spiegò Xia — e nessun umano è riuscito a raggiungerlo, perché è un fenomeno ottico dovuto alla rifrazione dei raggi del sole sulle gocce d’acqua sospese nell’aria.
        Poi spronò la sfera a compiere l’impresa:
        — Coraggio, Eddy, vai, tuffati nell’arcobaleno e acquisisci tutti i suoi colori!
        La sfera non aveva capito un bel niente ma, fiduciosa, schizzò fuori dalla finestra e andò a tuffarsi nell’arcobaleno.
        Al suo ritorno, Eddy la sfera non cessò mai di guardarsi nello specchio ringraziando Xia e ridendo con tale allegra aria di trionfo che era un divertimento guardarlo. Ma presto divenne triste e disse:
        — Xia, cara, chissà quante altre dimensioni potrò scoprire. Voglio viaggiare, voglio girare il mondo, dopo aver passato una vita rigido come uno stecchino. Ma non voglio partire da solo — e tacque sospirando…
        — Con chi vorresti partire, Eddy? — Gli domandò Xia.
     — Ecco — disse Eddy dopo aver schiarito la voce con un rispettabile piccolo colpo di tosse pieno di significato — io sono stato sempre affezionato a Emma. Se trasformi anche lei in una sfera, partiremo insieme.
        Xia ritornò alla lavagna, seguita da Eddy che fluttuava impaziente attorno a lei, e trasformò la linea retta “MA” in una bellissima sfera blu che scolorò con l’acqua e la fece accompagnare da Eddy a tuffarsi nell’arcobaleno. Quando Emma e Eddy ritornarono, Xia si mise a ridere per simpatia irresistibile e a cuor leggero verso la loro gioia, poi si congedò da loro:
        — Salutatemi i miei nonni quando arriverete in Cina — raccomandò Xia Xujie con le lacrime negli occhi.
        — Lo faremo senza altro, Xia — promise Emma.
        — Lo faremo senza altro, Xia — ripeté Eddy come un’eco.
   
        Al suo rientro in aula, Xia trovò tutti i suoi compagni già seduti; il maestro osservò accigliato le sue mani imbrattate di blu e le disse aspro:         — Xii…Xu…Xixu…Insomma, tu. Perché hai cancellato dalla lavagna i segmenti che avevo tracciato stamattina?
        — Non li ho cancellato, maestro — rispose Xia Xujie, candidamente — li ho trasformati in due sfere e adesso stanno andando in Cina a salutarmi i nonni.
        — Bugiarda! Ma che sciocchezze mi stai raccontando, Xii…Xuxi? — Ringhiò il maestro contro Xia con tale violenza che ella si mise a piangere.
        Allora, Leonardo, il gentilfanciullo, si alzò in piedi e affrontò il maestro:
        — Xia Xujie non è una bugiarda, maestro, e non è certo colpa sua se il segmento “ED” ha avuto un terribile mal di schiena e le chiese di aiutarlo a guarire. In ogni caso, io sono pronto a giurare sul mio onore che “ED” e “MA” stanno bene adesso e che stanno in viaggio per la Cina. E si sedette tingendosi di rosso pomodoro.
        Il maestro lo fissò spalancando la bocca poi borbottò:
        — Quanta fantasia questi fanciulli…— Guardò di nuovo Xia, poi Leonardo, e disse sarcastico: —Va bene, va bene, non vorrei mica mettere in dubbio la tua parola d’onore. Ma adesso voi due dovete tracciare due bei segmenti, e li voglio ben dritti. Intesi?!
       
        Appena la lezione ebbe fine, Leonardo chiese scusa a Xia per averla spiata dalla finestra, e lei affermò con superiore saggezza che ad un gentilfanciullo si può sempre perdonare una leggerezza, poi gli domandò:
        — Ma perché mi spiavi, Leonardo?
        Alla legittima domanda, espressa con il sollevare dei sopracigli, che Leonardo ascoltò senza cessare di trangugiare gelosamente ogni singola parola pronunciata da Xia ritraendo la lettera R, il gentilfanciullo confessò:
        — Volevo conoscere il segreto dei sassolini che raccogli. Tutti sono curiosi di saperlo e anche i maestri ne parlano tra di loro dicendo che sei molto strana.
        Xia guardò Leonardo con una tenerezza luminosa che le straripava dalle palpebre, e gli disse senza battere ciglio:
        — I sassolini mi servono per ricostruire il ponte di Mostar .
    Leonardo provò quell’emozione che l’imprevisto causa sempre. Indietreggiò pensando che Xia fosse completamente pazza e balbettò:
         — Che-che co-o-sa?!
        — Sì, Leonardo — affermò Xia con fiducia nella forza del suo progetto — dobbiamo essere noi, fanciulli di tutto il mondo a raccogliere tanti sassolini per ricostruire il ponte di Mostar così, quando saremo Grandi non oseremo mai distruggerlo. Sarebbe la cosa più stupida da fare. Non credi anche tu, Leonardo, che distruggere un ponte sia più pazzesco che ricostruirlo?
       
        Il povero Leonardo passò tutto il pomeriggio immerso in profonde riflessioni, e, alla fine, giunse a giudicare Xia Xujie la pensatrice, la filosofa, più acuta e completa di tutti i secoli. Frugò nel cassettino delle sue cianfrusaglie e recuperò un bellissimo minerale che trovò nel deserto della Tunisia durante una vacanza e che gli abitanti di quel paese chiamano “rosa del deserto”. Guardò a lungo quella “rosa” pensando a Xia e al ponte di Mostar, ed ebbe l’ispirazione per scrivere qualche verso.         L’indomani, si fermò tutto rosso in faccia davanti a Xia Xujie, le diede il suo sassolino a forma di rosa in segno d’adesione al Grande Progetto, e recitò i suoi versi con trasporto:

“Ti amo Xia, pensa, la follia di noi fanciulli
E’ pari a quella dei Grandi
Raccogliamo i sassolini più dolci
E costruiamo il nostro ponte.”

        Da quel giorno, tutti i fanciulli di quella scuola entrarono nel cerchio incantato di Xia Xujie, e si misero a raccogliere, indolentemente, sassolini sotto gli occhi sbalorditi dei maestri.


“Sono diventati tutti pazzi” dicevano i Grandi!

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categorie: racconti, xia xujie

INVERNO

Barbone

         Il sole, tremendo, cadeva a piombo frantumandosi sulla sabbia e lo sfolgorio sul mare era accecante. Si respirava a fatica nel calore torrido che montava dalla spiaggia.

Una brusca essiccata stella di sangue macchiava uno scoglio; e, a volte, una piccola onda, pigra, più lunga delle altre, veniva a bagnare il corpo di un uomo, disteso, immobile con la faccia ingiù che lo si sarebbe detto un burattino rotto, e delle bollicine venivano a scoppiare a fior d’acqua intorno al suo corpo. Aveva una ferita al capo.

L’uomo emerse lentamente dal lungo svenimento come da un deserto viscoso e restò, disteso, abbacinato dal pieno splendore del sole che cancellava rapidamente gli ultimi veli d’acqua che gli colavano sul viso, ora girato verso il cielo. La sete lo ardeva e sentì nel petto un palpito doloroso mentre un sentimento vago che non riusciva a decifrare gli si insinuava nella mente: forse una cosa stupida e assurda, una suggestione senza costrutto.

         Nell’aria calma è venuto fino a lui il leggero ronzio di un motore; sollevò con fatica il capo e vide, molto lontano, un piccolo peschereccio che avanzava impercettibilmente sul mare luccicante. Poi, tutto ristagnò in un torpore misterioso ma il calore era tale che era una fatica anche restare immobile sotto la pioggia accecante che cadeva dal cielo. L’uomo si raddrizzò lentamente, le labbra arse e tremanti, attraversate da un gemito poi, scalzo, avanzò barcollante calpestando confuse generazioni di bottiglie di plastica frammiste a sciabolate di luce sprizzate dalla sabbia, e, nel cammino, avvertiva una sottile inquietudine; tutto attorno a sé traspirava un’aria inospitale e sinistra: cose gravi e sconosciute lo attendevano. Superò senza scostare, probabilmente senza sentire, i rovi che gli laceravano le carni, e si trasse ansimante e sanguinato fino a un terreno brullo. Rimase immobile come se tutto si fosse chiuso intorno a sé poi sentì delle gocce di sudore accumularsi nelle sopracciglia e colare di colpo giù sulle palpebre ricoprendole di un velo tepido e denso. Con gli occhi che vagavano in un indistinto vagabondaggio, scorse una campagna, ruggine e verde, sobbalzare in un nembo di caldo sotto il sole eccessivo e ronzare del grido inconsolabile degli insetti. I rari alberi ingrandivano il paesaggio, toccato all’orizzonte da una striscia irregolare di basse colline poi, fugaci movimenti, quasi di sogno, gli passarono davanti e gli sembrò di vedere, lontano, torbidi animali neri al pascolo. S’impegnò con fatica a modellare la materia remota e incoerente dalla quale sorsero, nitidamente, uomini curvi a torso nudo che raccoglievano i pomodori. Stordito dalla luce cruda che dal cielo si riversava sulla campagna, l’uomo prese un sentiero che portava a un olivo; si sdraiò all’ombra accumulata ai piedi dell’albero, passò le mani dietro la nuca, e, immobile, lo sguardo inerte, sentiva circolare le onde del suo sangue. Aveva una gran sete e il vago sentimento che non riusciva a decifrare tornava a insinuarsi nella sua mente ma, pochi minuti dopo, il sonno l’annegò come un’acqua scura.

   

   

         L’uomo giacque supino, sognò e si lamentò; infine, si svegliò mentre una fiammata d’ultimo sole obliquo lo disegnava e un triste canto s’avvicinava e s’allontanava, nel va e vieni della brezza che passava sulla campagna portando con sé un profumo di sale e mitigando il caldo soffocante che restava del giorno. La sete lo abbatteva ma camminò, con lentezza possente, tra i campi già confusi nel crepuscolo che gravava. Poi la stanchezza l’arrestò improvvisamente accanto a un leccio; in alto, caotici rami s’intrecciavano piegati dai venti da sud-est, e nella penombra sedevano quattro braccianti attorno a una tovaglia sulla quale c’era del cibo. Quando alzarono gli occhi, l’orrore e la compassione si fusero insieme e tutto si fermò lì tra le carni e la maglietta lacerate, il sangue rappreso, il doppio silenzio loro e dell’uomo scalzo che fissava una bottiglia d’acqua, e le sue labbra arse si movevano come ansiose di formulare una richiesta. E un bracciante, dopo aver ripreso un certo dominio sul proprio stupore, riempì un bicchiere d’acqua e lo tese all’uomo, che lo trangugiò d’un fiato. Allora, con aria di benevolenza gli diede l’intera bottiglia dicendo:

         — Bevi, fratello, bevi se hai sete!

         Mentre l’uomo si dissetava, i braccianti parlarono adagio; tra una parola e l’altra faceva in tempo ad insinuarsi il silenzio, poi l’invitarono a sedersi accompagnando le parole con un gesto della mano.

         Divisero il cibo e mangiarono.             

         Già il sole si staccava rapidamente dalle remote colline e giù per i campi irrompevano le livide folate della notte sopraggiungente, quando un bracciante si rivolse all’uomo con voce bassa ma chiarissima:

         — Mi chiamo N’dululu — E, dopo una lunga pausa, domandò placido: — Come ti chiami, fratello?

         L’uomo, a un braccio da N’dululu, era come se fosse remotissimo; sembrava non percepire i suoni che l’altro infondeva.

         — N’dululu! — Riprese il bracciante puntandosi l’indice. Poi indicò ad uno ad uno i suoi compagni scandendo i loro nomi: — Ahmed, Modou, Abdi — infine, puntò il suo indice contro l’uomo e domandò:  — Tu! Come ti chiami?

         Un vago pallore invase il volto dell’uomo, impietrito, con la testa china di lato, gli occhi rivolti in alto, come in cerca nell’aria di una risposta. Poi, fu colto dal terrore, si alzò, si guardò da tutti i lati come se cercasse un riferimento; si girava su se stesso, borbottava sillabe sconnesse che gli morivano sulle labbra, ricominciava a scrutare la campagna coi suoi occhi colme dell’improvvisa oppressione, infine, con le mani strette a pugno si comprimò le tempie come se stesse strizzando la sua memoria porosa per l’oblio. Ma era molto più arduo che tessere una corda di sabbia; sillabe, solo sillabe sradicate e mutilate era la povera elemosina che gli lasciavano le ore e l’intero passato: la sua memoria si era persa come l’acqua nell’acqua.

L’uomo si gettò sulla terra e restò immobile, le narici dilatati, la bocca semiaperta, i pugni contratti, simile a una piccola sfinge. N’dululu, Ahmed, Abdi e Modou si guardavano, senza abbassare gli occhi, e pensavano all’unisono, ma non avevano tradotto in parole i loro pensieri e sentivano il contagio dell’inquietudine di quell’uomo.

         Lā ilāhā illā Allah; non esiste un dio all’infuori di Allah; Lā ilāhā illā Allah — Ripeteva N’dululu, con un’ombra di apprensione che vibrava nella sua voce, unendo, quasi in atto di preghiera, le punte delle sue dita magre e callose.

         Passarono minuti immobili. I quattro braccianti erano come paralizzati alla vista di quel dolore poi, N’dululu si avvicinò all’uomo, gli poggiò una mano sulla spalla e domandò con grande commiserazione:

         — Ma non ti ricordi proprio niente, fratello? — E sentì subito, nel dire quelle parole, quanto fosse irrisorio interrogare quell’uomo inconsolabile per il quale il passato era solo un indefinito rumore.

         Il silenzio sterminato tornò incontrastato signore del luogo mentre l’uomo lottava, inutilmente, contro l’oblio inesauribile e grosse lacrime di stanchezza e di dolore gli scendevano sulle guance. Ma, per via delle ferite, non gli colavano giù; si distendevano, si raccoglievano, e formavano una vernice d’acqua su quel viso distrutto.

 

 

         La notte si era fatta spessa. I braccianti si alzarono senza rumore, in una inutile perfezione del silenzio. N’dululu piegò e lisciò la tovaglia con irreprensibile meticolosità e la rimise in uno zaino. Poi, con una ombra di turbamento sul volto, fece rialzare l’uomo abbandonato alla furia della sua disperazione, stravolto, con le pupille accese dalle lugubre fiamme dello smarrimento. Presero, in fila, per un sentiero rettilineo di terra battuta mentre la luna, bassa e circolare, sembrava accompagnarli; e, giunti davanti a una vasca d’acqua, si rinfrescarono, offrirono all’uomo vestiti puliti e lo calzarono; poi raggiunsero una stazione ferroviaria e salirono su un treno diretto verso la città.

Insieme, occuparono un compartimento e i braccianti confabularono, con aria imprenditoriale, di grandi investimenti collettivi e di commercio ambulante poi si addormentarono. Tutta quella notte, la lucidità intollerabile dell’insonnia s’abbatté sull’uomo che, chiuso nel suo imponente silenzio, a tratti si prendeva il volto fra le mani e la sostanza fuggitiva del tempo gli attraversava quel buio che aveva nel cervello. Infine, la notte precipitò nel giorno e attraverso i vetri dei finestrini, a destra e a sinistra, ora si vedeva, la città disintegrarsi; poi, le sagome tetre, senza luce, delle torri popolose si alternarono con rapidità decrescente e il treno si fermò. L’uomo, gli sguardi atoni e pesanti, attraversò la febbrile stazione seguendo come un automa i braccianti. Sui marciapiedi, fitti grappoli di passanti affrettati, dai volti immobili e neutri, affogavano nel frastuono e nella caligine che avvolgeva la città.

         — Fratello! — Disse N’dululu, e aveva nell’accento con cui pronunciò quella parola una malinconia solenne e tranquilla — Qui le nostre strade si separano. Ti affidiamo all’Onnipotente che non abbandona mai una sua creatura. Se la tua amnesia persiste, rivolgiti alla polizia.

         Tutti gli strinsero la mano e l’abbracciarono come se quella notte in cui non avevano scambiato parola avesse aumentato la loro intimità. Gli infilarono una banconota in tasca e, attraverso le scale, sprofondarono nelle viscere della città.

Più nulla di loro giungerà fino a lui; non li rivedrà mai più e non li incontrerà mai più.

 

 

         L’uomo guardò il cielo, puro ma senza splendore, sopra gli edifici ai lati dello piazzale animato da una folla solitaria. Pensieri confusi gli turbinavano dentro, insieme con insensate paure. Spinto dalla necessità di calmare il suo grido e di ridurlo alla ragione, camminò rasente alla vetrata della facciata della stazione e si mimetizzò, rannicchiandosi in un angolo ai piedi di un pilastro. Volle ricordare, volle popolare in qualche modo il suo passato; ma poté appena sentirsi, per un tempo indeterminato, percettore astratto del movimento frenetico della gente, con inconfessata e forse ignorata tristezza. Dimenticò il suo destino di uomo senza passato mentre i suoi occhi d'estraneo registravano, passivamente, il fluire di quel giorno, poi dormì pochi frammenti di sonno debole, fugacemente traversati da ricordi recenti, inservibili. Aprendo gli occhi, guardò la luce vana d’un tramonto che prese per un’aurora ma i lampioni si illuminarono d’improvviso e l’uomo richiuse gli occhi pallidi e cadde in un sonno di piombo.

Improvvisa, una mano sconosciuta lo toccò. Si alzò come se gli fosse scoppiato un petardo accanto, il cuore sopraffatto da palpiti frenetici, frastornato dallo sfolgorio della luce.

         — Stia calmo, calmo! — Disse la voce, sommessa ma limpida, di una volontaria che gli tendeva una busta contenente cibo e frutta, prima di domandare con delicatezza: — Preferisce panini al formaggio o al prosciutto?!

         L’uomo, i pensieri incerti, taceva; e, dopo un momento, mentre un giovane gli versava un bicchiere di tè da un thermos, la volontaria, rivolgendogli lo sguardo degli occhi leali e sereni gli chiese:

         — Lei è musulmano?!

         L’uomo biascicò sillabe sconnesse, sfuggì lo sguardo della donna, poi, cadde a sedere, la lingua legata, e la sua espressione mostrava una dilatata desolazione, e da quel giorno, anche le sue sillabe cessarono, come se qualcosa dentro di sé si fosse chiuso per sempre.

Mangiò. Lacrime di solitudine gli caddero sul pane e gocciolarono dentro il tè; poi, per sfuggire all’abbraccio di un improvviso freddo, entrò, furtivo, e si sedette nella sala d’attesa occupata da persone molto magre, vestite dimesse, bestialmente assopite, scosse da oscuri affanni, le bocche socchiuse e cadenti. Quasi ognuna aveva accanto un carrello da supermercato carico di insulsa miseria. Di tanto in tanto, un rumore strano giungeva all’uomo che non riusciva a comprendere che cosa fosse. Finalmente, si accorse che alcuni dei vecchi si succhiavano, nel sonno, l’interno delle guance lasciando sfuggire quegli schiocchi curiosi.

         — Andiamo! Sveglia, si chiude! Sveglia. Tutti fuori! — Gridò improvvisamente un poliziotto.

         Tutti obbedirono. Si alzarono con gli stessi gesti precisi da automa e se ne andarono formando un branco al quale, per istinto, l’uomo si aggregò. Si procurò anche lui un cartone e si sdraiò sul marciapiede lungo un muro della stazione ferroviaria della città.

Così, quel luogo di partenze, di incontri e di fughe divenne la sua dimora; lasciò che i giorni lo dimenticassero, che su lui girassero i cieli dal crepuscolo del giorno a quello della notte, sempre sdraiato nelle tenebre. Chiuso nel suo mutismo; i panini, la poca frutta e qualche bevanda dei volontari erano pascolo sufficiente al suo corpo consacrato all’unico compito dell’oblio e dell’estraniamento.

 

 

         Una notte miserabile, dopo la chiusura della stazione, l’aria era umida e il cielo, fenduto e rigato da lampi, ordiva una pioggia. Di tanto in tanto, turbini di polvere attraversavano il marciapiede dove l’uomo sedeva a gambe incrociate sul suo cartone poi, un improvviso guaito arrestò i suoi pensieri facendolo trasalire; voltò il capo e a poca distanza una macchina frenò. Il conducente scese, la brace del suo sigaro ravvivata a momenti, e controllò con imperturbabile placidità il paraurti e la griglia, poi ripartì mentre un barboncino femmina dal pelame nero strisciava verso il marciapiede, trascinando le sue zampe posteriori, fra lamenti mescolati a una lugubre saliva di sangue che gli colava dalla bocca. L’uomo, con un gesto irresistibile, prese in braccio il barboncino investito che rantolava penosamente, tutto il corpo agitato da un tremito; e, con un profondo impeto di pietà lo strinse delicatamente a sé e si risedette, il cuore stretto.

La cagna attraversata da fitte acute, aveva delle contrazioni al basso ventre che si susseguivano senza sosta e un nodo alla gola le impediva di respirare ritmicamente. Poi, con emozione, l’uomo vide emergere dal corpo del barboncino la testolina umida e vischiosa di un cucciolo che, lentamente, scivolava fuori scalciando tra gagliardi vagiti, il musetto increspato da una espressione rabbiosa. E la cagna s’incurvo sul suo cucciolo gemendo, lo leccò, poi la sua testa vacillò, come se l’ebbrezza delle tenebre l’avesse afferrata mentre e le sue zampe anteriori, posate sul ginocchio dell’uomo, si misero a raschiare convulsamente con le unghie la stoffa dei pantaloni. Aprì lentamente gli occhi dove appariva la cupa profondità dell’abisso e guardò l’uomo che, le labbra tremanti e gli occhi lucidi, aveva l’aria di chiedere che cosa poteva fare. Spossata dall’imperiosa agonia, la cagna lasciò cadere la testa poi, con un ultimo sussulto, la sollevò, leccò la mano dell’uomo e morì.

Il cuore oppresso, l’uomo alzò gli occhi al cielo che, forato dai lampioni, lasciava cadere, con un rumore accanito, violenti goccioloni di pioggia sulle macchine parcheggiate.

         — Quel povero cucciolo morirà se non ti sbrighi a allattarlo! — Alitò una signora dagli occhi socchiusi, simili a due lumi senza splendore in mezzo a un nido di rughe.

         Poi si alzò e frugò nel suo carrello da supermercato in fretta per quanto glielo permettevano le sue vecchie mani.

         — To’! — Disse, porgendogli una boccetta di collirio vuota e una busta di latte — Allattalo con questa, sbrigati!

         In una disperazione di tenerezza, l’uomo distese accanto a sé il corpo svuotato di vita, riempì la boccetta e l’avvicinò al musetto del cucciolo che mandò teneri minacciosi brontoli poi cominciò a poppare con una avidità disarmante, mentre l’uomo lo fissava con dolcezza, perduto in un beato delirio e avvertendo un misterioso agitarsi di tutte le sensibilità latenti.

Dopo la poppata, il minuscolo barboncino dal pelame grigio, cullato, sbadigliò nel modo più melodioso poi s’addormentò; e, l’uomo, con grande e strano sommovimento nel cuore se lo mise delicatamente nel tascone del suo impermeabile liso e consunto, con un gomito spelato e l’altro bucato. Portò in braccio la cagna, figura impassibile, e camminò a passi grevi fino a un giardinetto pubblico, orlato di siepi di oleandro dalla parte della strada. A quell’ora, il luogo era solitario, e di notte era triste, illuminato da un lampione obnubilato. In un angolo formato da due decrepiti muri, in parte, foderati di edera, l’uomo scavò una fosserella nella terra intrisa di pioggia. Seppellì il barboncino poi si distese su una panchina; oppresso da un singhiozzo, la faccia contratta in una smorfia e il cucciolo sul petto, guardava nel volto del cielo il degradare di colori che conduce la notte al giorno.

Già l’alba imbiancava la vetta degli alberi quando l’uomo attraversò il giardino, cosparso, qua e là, di fiori illividiti e ritornò alla sua dimora.

 

 

         Giorno dopo giorno il cucciolo, crescendo, venne a occupare nel cuore dell’uomo un vuoto che gli si chiuse intorno. Era come se una mano si fosse aperta e gli avesse improvvisamente gettato una manciata di raggi; e, a forza di vivere insieme, tutte e due finirono per somigliarsi. Il cane ha preso dall’uomo il silenzio, non abbaiava mai e non aveva un nome. L’uomo, da parte sua, ha preso dal cane un modo di camminare con piccoli passi veloci e saltellanti. Sembravano della stessa razza. A volte, l’uomo lo stuzzicava tormentandogli la coda e il cane gli faceva certi teneri rimproveri con gli occhi parlanti, alzandosi in punta di zampe per raggiungere la sua altezza e cercando di vedergli nel volto una briciola di gioia. Spesso si sedevano sul loro cartone, quieti spettatori di un mondo intollerabilmente veloce che, per gioco, tentavano di incorniciare guardando attraverso una griglia metallica che trovarono rovistando tra i rifiuti di un cassonetto. Vedevano, con gli occhi dietro la griglia, baraonde unanimi che sbucavano dal profondo del sottosuolo nella libera luce; donne sospese su tacchi a spillo, alti e vertiginosi, i colori dei loro capelli e le loro acconciature sempre instabili, tentavano continue metamorfosi come per sfuggire a se stesse. Gente indaffarata, affrettata. Ciascuno ha le proprie occupazioni, ciascuno basta appena a se stesso; e per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani. Tessono un labirinto e si costringono a errarvi misurando con insensati passi sempre più rapidi il tempo e lo spazio. E la griglia sembrava sottolineare, grossamente, la loro condizione di eterni prigionieri. L’uomo fissava il barboncino negli occhi, e questo scoteva un poco la grigia testolina con amara mestizia, come a significare di sì, che non c’era proprio rimedio: “Così sono fatti e mai più guariranno”, pareva esclamare dentro di sé il barboncino, senza che il silenzio esteriore fosse rotto; e, entrambi, uomo e cane, con sollievo pensavano di esserne fuori, spettatori incontaminati. Ma qualcosa simile all’orrore accadde una notte.

 

 

         L’uomo dormiva nella sala d’attesa, la testa un po’ piegata in avanti e la schiena curva contro la spalliera del sedile, aveva sulle cosce il barboncino che, raggomitolato, crogiolava in un gradevole stato reso ancora migliore dalla sonnolenza. Uno dei vecchi si svegliò tossendo a lungo e l’uomo riemerse adagio dal sonno, aprì gli occhi e vide che il vecchio, con un tremito senile, sputava in un fazzoletto a fiori e ognuno dei suoi sputi era come uno strappo. Tutti gli altri dormivano, abbandonati su se stessi, ad eccezione di uno che, puntando il mento sul dorso delle mani appoggiate al carrello, lo guardava fisso come se non aspettasse che il suo risveglio.

         — Converso solo con i defunti. — Disse, come se riprendesse un dialogo appena interrotto. Rimase per un bel po’ a fissare l’uomo e aggiunse: — Ascolto i morti con i miei occhi; leggo i libri! — Prese dal suo carrello una Bibbia e, da una pagina segnata, cominciò a leggere con una cadenza saporita, come se le parole gli si condensassero in bocca in forma di cose concrete e deliziose da gustare: — “Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna.” — E esplose in una risata stridula e lugubre che fece svegliare tutti, attraverso la quale tossiva e leggeva: — Ah, ah, ah… “Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenevamo colpito, percosso da Dio ed umiliato”… Ah, ah, ah…

         Un vegliardo smilzo, le labbra risucchiate nella bocca senza denti, cominciò una rumorosa risata ma l’interruppe di colpo, con finto o vero disagio, perché il signore che leggeva lo saettò con una occhiata ardente e gli disse, con un tono irritato e vibrante:

         — Come osi calpestare così un immeritato dolore? — E da quel momento si vide abbassarsi sul suo volto un cupo velo che non si alzò più; abbassò gli occhi sulla Bibbia e riprese: — “Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è caduto su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti.” — Dopo ognuna di queste parole, la testa del vecchio aveva uno scatto come se i torti da lui subiti gli si agitassero nel petto, e solo con fatica riuscisse a dominare l’impeto di manifestarli chiaramente — “Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e l’Eterno ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti.” — Il barboncino osservò quel venerabile, si accorse che era magro e sparuto, e che gli occhi infossati tradivano lunghe privazioni. Emise un gemito con cui pareva gli chiedesse di interrompere l’oracolo, ma il vecchio fece solo una piccola pausa, inghiottendo con sforzo la saliva come se le parole avessero un gusto amaro e riprese: — “Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca.”

         E tacque, immobile come folgorato, senza poter leggere né respirare, come se un pugno chiuso gli serrasse la gola. Poi appoggiò sul carrello, in una sorta di stretta convulsa, le mani smagrite e rugose, e il suo capo canuto cadde sul libro aperto; il suo volto si inabissò nelle pagine, e se qualcuno fosse passato per la sala d’attesa in quel momento avrebbe udito spaventosi singhiozzi.

         Una signora, vestita dimessa e attraverso la stoffa si vedeva il funebre telaio delle ossa, cominciò un segno della croce e guardò l’orologio del tabellone che continuava a macinare la vita. Congiunse le narici e nella sala tutti intesero uscirle dal petto uno di quei sospiri profondi che sembrano alleviare una oppressione, ma lacrime lente e amarissime colavano già per la pelle raggrinzita mentre sul suo carrello pendeva floscio, con sinistro abbandono da impiccato, un  soprabito sbrindellato.

         Gravava ormai nella sala il sentimento della notte, quando le paure escono dai muri e l’infelicità umana si fa penosa. Quasi tutti piangevano. Il cane invece seguiva con gli occhi un pipistrello intrappolato nel vitreo labirinto; e, da una parete all’altra, il battito silenzioso delle sue ali, simile a moto pendolare, scandiva sempre più precipitoso il tempo che, senza curarsi delle persone, passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle.

L’uomo, sotto la grandine dei pianti dirotti, si rese conto come i successivi scatti di cifre dell’orologio numerico del tabellone si facessero sempre più fitti. E forse, allora, poté scorgere in qualcun altro, anch’esso trascinato e trasformato dalla città, uno specchio mostruoso del suo destino. Guardò il barboncino negli occhi che, grandi com’erano, sembrava di leggervi una maggior quantità di tristezza, e questo annuì amaramente con un cenno della testolina: “Sì, anche noi siamo dentro il labirinto e non facciamo altro che aspettare, spesso nella posizione della nostra morte, la dispersione immensa”. I due si serrarono; avevano l’aspetto di due debolezze che si appoggiavano l’una all’altra, e per un istante sentirono che il duro carico della loro mente stava per rompere in pianto, ma…

         — Andiamo! Sveglia, si chiude! Sveglia. Tutti fuori! — Gridò meccanicamente un poliziotto, senza accorgersi che quella notte nessuno dormiva.

         Tutti obbedirono. Si alzarono con gli stessi gesti precisi da automa e se ne andarono formando un branco al quale, questa volta, l’uomo e il cane non si aggregarono.

       

 

         Fuori, le file degli edifici avevano assunto l’aria astratta che sogliono assumere nella vasta notte, quando l’ombra le semplifica e le cupole, illuminate dai riflettori, diventano tante lune pallide sull’orizzonte scuro dei tetti. L’uomo e il barboncino erravano per le vie della città, ebbri d’insonnia, portando con loro dappertutto quella sala d’attesa con dentro l’infelicità umana e l’inarrestabile fuga del tempo; un carico mostruoso e un incubo che non avevano la possibilità di interrompere.

Attraversarono un antico ponte ad archi, gettato su un fiume dalle acque colore di deserto, e percorsero con crescente rapidità il viale delle raccoglitrici di cotone, punteggiato sui bordi dei marciapiedi di pantaloncini in lamè d’oro e di parrucche biondo-cenere e rosso-tiziano, che andavano su e giù portando il proprio messaggio da una automobile all’altra, in una specie di catena di montaggio del sesso.

Nel più squallido e deplorevole sobborgo della città, il cane e l’uomo avevano già un passo diverso, un salterellare meno leggero e vivace, con un fondo di ansia e fatica, come se sentissero che la vita stava per cambiare. Una automobile balorda rallentò, si fermò più avanti poi fece marcia indietro. Nel grande silenzio il rumore echeggiò forte e cattivo, e, d’istinto tutte e due fecero per acquattarsi dietro un albero; poi si dominarono e restarono immobili in attesa di eventi. A bordo c’erano quattro giovani assurdi che tenevano i capi eretti con atteggiamento di alterigia decisamente ostile, e scesero armati di spranghe. Per il terrore, il cane s’accovacciò e l’uomo si appoggiò al muro, ansimante, come se aspettasse di essere fucilato. Un attimo, e uno dei giovani fece scoppiare dalla sua tempia le fiamme dell’inferno. La testa gli girò prima da una parte poi dall’altra, gli sembrò che i muri e il marciapiede si spostassero violentemente;   la tenne tra le mani finché si fermarono di nuovo, poi alzò lo sguardo e i loro occhi s’incontrarono. L’uomo si sentì orribilmente solo fra gente nemica e il barboncino ringhiò, serrò tra i suoi piccoli denti l’orlo dei pantaloni dell’aggressore e lo strattonò; ma un calcio lo fece avvitare in aria due volte su se stesso e atterrare con un lamento sordo. Nel cuore di quella città piena di sonno, il gemito salì lentamente, frammisto ad altre voci acute e burlesche. L’uomo fece in tempo a correre verso il cane, cadde in ginocchio e si inarcò su esso mentre le spranghe gli imprimevano righe di fuoco sul dorso, senza intervalli di remissione; perpetrate in maniera sistematica, spietata, con l’impudenza di chi assapora la voluttà della violenza. Poi, per un attimo, intravide una spranga eternizzare una traiettoria inconclusa…un colpo al capo. Tentò di schivarlo ma comprese, rassegnato, che il momento per farlo era già trascorso…non il più tenue rumore gli giunse dal mondo, e stramazzò.

Riemerse dallo svenimento come se gli fossero passati sopra al galoppo i Sette Cavalieri dell’Apocalisse; rivoli di sangue gli scorrevano per il volto e tutto quel provava era tumultuoso e incoerente; il cane, schiacciato sotto il suo peso, gemeva. Afferrò il barboncino e fuggì nella notte forata dai lampioni, curvo e cascante mentre le ondate di vertigine ritornavano a sbalzi, e ogni volta doveva fermarsi e appoggiarsi a un muro, per riprendere fiato che era completamente spolmonato. Girò a sinistra, lungo il marciapiede; s’infilò nello spiraglio di un vicino recinto e scese dei gradini di cespugli calpestando mostruose ombre di forme idolatriche che vigilavano ciò che restava di un tempio il cui dio non riceveva più onori dagli uomini; un desolato esilio dove il vento soffiava tra le antefisse portando ignoti messaggi che facevano ristagnare l’incubo dell’aggressione. Allora l’uomo sentì il freddo della paura, cercò nei muri, tra le crepe degli anni, una nicchia e si rincantucciò tra mucchi di dense tenebre abbracciando il cane e coprendosi con foglie sconosciute. Poi si costrinse a dormire per distrarre i silenziosi tormenti ma, prima dell’alba, ebbe un incubo tenace che lasciò nella sua mente una risonanza ostinata.

 

 

         L’uomo si svegliò a giorno fatto, intorpidito e dolorante per i lividi, ancora prigioniero nelle gallerie del suo inestricabile incubo e il pensiero addensato attorno a una ipotesi incoercibile. Scivolò via dal tempio e vagò per le strade della città con aria di distacco e una tristezza impersonale, quasi anonima. Di tanto in tanto, si fermava vicino alle automobili parcheggiate lungo i marciapiedi a guardare negli specchietti retrovisori, costatando, con una vertigine stupita e leggera, che nessuno lo rifletteva. Che convinzione assurda, pensava l’uomo, rendendosi conto della sua stoltezza, eppure non riusciva a scacciarla; guardava gli specchietti e essa immediatamente tornava a ingorgare la sua mente, protetta dal silenzio. Al suo fianco, il barboncino teneva il muso in avanti e il collo teso. Osservava l’uomo e, il suo sguardo, il minimo gesto esprimevano e traducevano una sola idea: l’inquietudine.

         L’uomo entrò, seguito dal cane, nel bagno della stazione ferroviaria dove lo attendeva, segreta, una lucida visione fondamentale; la visione con cui finalmente conoscerà il proprio volto. Dapprima vide tutti gli specchi ma nessuno lo rifletté; poi entrò un giovane che, prima, lo osservò quasi con timore, sicuramente con repulsione, poi, si mise a sorridere lavandosi le mani. Fu allora che l’uomo guardò nello specchio che rifletteva l’immagine del giovane e intravide la sua, terribile; i capelli lunghi erano misti a ciocche grigie e rosso sangue rappreso, la fronte rugosa, il colorito plumbeo con lividi blu o neri, le gote flaccide, i denti scalzati e la barba pareva mangiargli il volto. Rifiutò la tragica erosione degli anni, rifiutò il suo volto, perché la mente non si arrende alla disperazione senza aver esaurito tutte le illusioni, e guardò di nuovo lo specchio che, per un attimo di pietà, non lo rifletté più, ma subito dopo si riformò, fuggevole e mobile, l’immagine sinistra della sua faccia, sempre più terrea e scavata che ricominciò a dissolversi; e, con un tuffo al cuore e infinita pena, pensò all’irreparabile fuga del tempo, alla vita della città che inghiottì i suoi anni uno dopo l’altro, con velocità vertiginosa.

Per molti giorni, nella veglia quasi perpetua, il suo volto crepato dalla miseria e dalla fuga del tempo infestò il suo incubo; e non poteva sapere ormai se un certo particolare fosse una trascrizione della realtà o un mero gioco d’impressioni, perché tutti gli specchi lo dichiararono invisibile e nulla l’avrebbe interpellato nel mondo reale riscattandolo dalla condizione di vana apparenza.

Vagabondò insieme al cane per le strade covando l’odio contro le dimensioni della città e una tristezza non minore di quell’odio. Poi, in una notte di quelle deserte, nel silenzio che strisciava lungo le architetture geometriche, i grevi passi dell’uomo scricchiolarono sulla neve, cessata, che aveva coperto interamente le strade e aveva steso fragili cornici lungo i parapetti dei balconi che ogni tanto si staccavano e precipitavano con piccoli tonfi. Molinava un polverio di ghiaccioli e, qua e là, lungo i bordi di una fontana si scorgevano strisce bianche verticali che scintillavano alla luce dei lampioni. L’uomo, con gli occhi velati di pianto, allungò il corpo e le gambe martirizzati dalla stanchezza su una panchina e si lasciò trascinare nel sonno da un torpore improvviso, il barboncino disteso contro il suo fianco. Ma presto, nell’ora senza nome, una orribile sensazione di gelo gli penetrò nelle viscere. Aperse gli occhi e vide che fiocchi bianchi cadevano dall’alto in un corteo di silenzio e che era tutto incrostato di neve. Richiuse lentamente gli occhi con una vaga aria di punizione, invaso da una sonnolenza strana che lo rendeva indifferente al freddo, indifferente ai pensieri del buio e alla tristezza di essere solo, indifferente alla città straniera e assurda, indifferente all’indifferenza.

 

 

         Il tempo soffiò per due notti di gelo senza curarsi dell’uomo. Peraltro, nessuno in tutta la città pensava a lui, sommerso com’era in una vasca di sonno profondo e oscuro. Poi, una mattina simile alle altre, mentre la folla errava con rapidi passi insensati nel suo labirinto celato da un velo di caligine, subdolo e uniforme, un vigile urbano si avvicinò alla panchina; il cane gemeva con immutata pena, l’uomo dormiva tranquillo sotto la neve. Sulle livide labbra raggelato un sorriso.

Dopo due ore di formalità, verso mezzogiorno, raccolsero il suo rudere in una cassa e  lo portarono  nel mezzo del frastuono  come un brandello di silenzio.

 

 

 

 

 


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categorie: inverno, racconti

ORIZZONTI CHIUSI

Pace



A William Pano, Palestinese nato nel campo profughi Al-wehdat (Giordania) e a suo figlio Wadiah.

 

 Alla memoria di Yitzhak Rabin.

 

 
 

 

  La pace la si fa con i nemici, non con gli amici.”

 Yitzhak Rabin

 

 

 

 

 

TEL AVIV

Mattina

 

 

 

Nell’area della vecchia stazione centrale degli autobus, un ragazzo diciottenne, lo sguardo da passeggero clandestino, cercava di farsi largo nella massa confusa di teste e busti in movimento. Poi, si fermò con espressione di estraneità concentrata e attivò la bomba nascosta nello zaino. La deflagrazione coprì tutti i suoni meccanici del traffico mentre i chiodi, le viti e i bulloni che potenziavano l’esplosivo, sparati ad altissima velocità, penetravano nelle carni. Sull’asfalto si spiaccicarono brandelli di corpi in mezzo a spaventosi resti umani bruciacchiati, sangue, legni frammentati e calcinacci. Alcuni feriti fuggirono mossi da un’onda di terrore; altri, sfigurati e smembrati, i vestiti inzuppati di sangue, si agitavano incoscienti per terra. Il corpo del suicida era praticamente troncato in due. L'esplosione aveva pelato completamente un’anca e le ossa delle arcate costali erano annerite dal calore. L’addome, orrendamente spappolato, era diventato una informe poltiglia di pezzi di muscoli mescolati con brandelli dell’intestino e dei pantaloni. La mano destra non c’era più; l’avambraccio era maciullato fin sopra il gomito. A poca distanza dal suicida, un bimbo di cinque anni giaceva sull’asfalto, con pezzi di cervello spappolato tra i capelli pieni di sangue e il piccolo braccio steso avanti come di chi chiedeva la carità.

 

 

 

MILANO

Pomeriggio

 

 

 

Non è stata colpa mia, e forse nemmeno di Silvia, forse è solo lo schifo imperfetto della vita che deteriora i sentimenti e li trasforma in trappole, si disse Carlo, seduto di fronte al monitor del suo computer acceso, accalorandosi in un intreccio disordinato di pensieri. Al di là della finestra della stanza, l’aria era acre e si sentiva il rumore sconnesso di traffico. Odio questa città costruita in base alle peggiori ragioni, pensò, e disprezzo questa gente che accetta di adattare i propri desideri, farseli snaturare e indirizzare su oggetti, automobili e giocattoli inutili che servono a far dimenticare cosa è diventato il nostro mondo. Guardò il cursore che lampeggiava sulla pagina ancora bianca e si ricordò dell’articolo che doveva scrivere per il suo giornale. Assunse la posa di chi sta riflettendo. Immigrazione. Impronte digitali. Sicurezza, elencò in silenzio fregandosi le mani prima di avvicinarle alla tastiera poi, cominciò a digitare:

 

Quando nei paesi occidentali inizia il declino delle ideologie e dei partiti di massa, si afferma la tendenza a surrogare nelle politiche criminali i bisogni di consenso. Proprio perché viene meno la funzione di traduzione in domande politiche di importanti sfere di bisogni, si affermano pratiche simboliche di ricomposizione sociale intorno a valori generali di cui la penalità è portatrice. ▌

 

Punto, esclamò Carlo dentro di sé. Appoggiò la testa alla mano e cominciò a ricostruire, mentalmente, il quadro in cui era stato costretto a muoversi il pentapartito di Bettino Craxi, condizionato dalla pesante crisi fiscale e dalle prime avvisaglie delle politiche di riduzione della spesa pubblica. Poi, riprese a digitare:

 

In Italia, venuto meno il flusso di risorse pubbliche che aveva garantito il funzionamento dei tradizionali meccanismi di costruzione clientelare del consenso politico, i partiti di governo capiscono a tempo la crisi che questo cambio di rotta comporterà, e puntano decisamente sull’altro versante delle politiche statali, quello della repressione. Si avvia così l’apertura di due fronti emergenziali: alla criminalizzazione dei consumatori di stupefacenti (nemico interno) si aggiunge la dichiarazione di guerra contro i  migranti (nemico esterno)▌

 

Sbadigliò stropicciandosi gli occhi. Maledizione, imprecò in silenzio, Questo odore acre nell’aria. Mi sono già bruciato mezza vita in questa città del cazzo senza neanche accorgermene. E gli tornò in mente un’idea romantica: lasciare il lavoro, vendere l’appartamento, raccogliere il denaro e fuggire lontano. Phuket. Tailandia. Uscire dai tracciati obbligati della sua vita e girovagare, libero, con una barca a vela nell’arcipelago. Qui, si disse, mi sembra di essere a una distanza terribile dalla vita, di riuscire a sentirne solo echi e riverberi lontani, filtrati e adattati, doppiati e interpretati da altri prima di arrivare fino a me. Mi sembra di essere in esilio, anche se non so da dove, o da quando. Poi, gli squilli del telefono lo tolsero dai lacci del suo fantasticare. Alzò la cornetta:

     Pronto.

     Sono Yael.

     Ciao, Yael! Come stai, cara?

  Male. Han…han…no…— balbettò Yael con voce roca poi, riprese: — ucciso Shimon. Il mio piccolo Shimon non c’è più…— e la voce le si ruppe per il pianto.

Carlo impiegò qualche secondo a registrare; le parole di Yael viaggiarono attraverso gli strati opachi del suo cervello, strato dopo strato fino a rimbalzare una volta in fondo. Il debole sorriso che si era acceso sulle sue labbra si smorzò.

— Vuoi ripetere? — chiese e il suo cuore accelerò in un istante.

— C’è stato…un attentato, stamattina. Shimon è morto.

Una sensazione di freddo penetrò nelle vene di Carlo; ebbe una piccola onda di arretramento e per un attimo rimase sospeso tra incredulità e rabbia, poi la rabbia gli salì in una vampata che cancellò gli altri sentimenti. Avrebbe voluto solo attaccare il telefono, urlare, dare un calcio al muro, ma poi, disse addolcendo la voce:

— Mi dispiace, Yael. Mi dispiace molto. Sii forte. Arrivo con il primo volo.

Chiuse il telefono e posò lo sguardo su una fotografia, scattata un anno prima a Tel Aviv, che lo ritraeva insieme a Shimon, un cucciolo pallido di appena quattro anni, vestito di pantaloncini bianchi e una camicetta a quadretti verdi, il padre Ghassen e Yael. Prese la fotografia e, mentre guardava Shimon, sentì qualche cosa che gli scorreva tra le dita, una specie di tenera pietà. Aveva gli occhi di Yael, in tutta la loro bellezza - commentò dentro di sé - lo stesso azzurrino sognante. E, di colpo, invisibili lacci lo trascinarono in un altro luogo, dentro il refettorio del piccolo kibbutz di Sdot Or, nell’estremo sud di Israele, dove il suo giornale lo aveva mandato per una inchiesta, dieci anni prima. Quel giorno, guardava incantato Yael mentre riempiva le sue parole di vita e le spingeva avanti, le sosteneva finché provocavano emozioni in chi l’ascoltava. Parlava di pace. Del dialogo come riconoscimento e possibilità di inclusione di differenze escluse, marginali o oppresse, all’interno di un orizzonte aperto e volto al cambiamento della realtà esistente. Aveva gli occhi azzurri e franchi, le ciglia lunghe. I capelli neri le cadevano sulla fronte, e lei li scuoteva con grazia. I suoi lineamenti erano pieni di profonda tranquillità e con la sua aria romantica aveva colpito tutti i suoi compagni del kibbutz. Le giravano intorno al minimo pretesto, si scavalcavano in piccoli tentativi di occupare la sua attenzione. Lei stava al gioco e lo rovesciava con facilità, non ci metteva molto a farli intimidire; e l’idea che i suoi interessi sentimentali fossero fuori dal kibbutz aumentava il suo fascino.

     Yael, — le aveva detto Carlo. — Vorrei intervistarti.

— Avrai la tua intervista, compagno Carlo, se mi dici dove hai imparato a parlare così bene l’ebraico, — gli aveva risposto Yael nel suo modo sorprendente di parlare con coloriture improvvise e piccoli rapidi gesti delle mani.

— Mio padre è ebreo italiano e mia madre è libanese aramaica. Così, da piccolo, ho imparato l’aramaico, l’ebraico e l’arabo, che sono lingue molto simili.

— Ti concedo l’intervista, — aveva detto Yael a quel punto in arabo con voce animata da una energia irrequieta, poi aveva indugiato sul dettaglio di essere ebrea di origine yemenita.

Dopo pranzo, mentre Carlo era fermo davanti al tabellone degli annunci a prendere diligentemente appunti sul programma di lavoro, le proposte della commissione culturale e le notizie della direzione del kibbutz, Yael era venuta e gli si era messa proprio dietro la schiena e aveva cominciato a ridacchiare un po’ di lui, senza rendersene conto, poi gli aveva detto:

— Allora, compagno Carlo, mi vuoi intervistare?

Durante l’intervista, Yael aveva parlato della sua propensione a lasciare, appena poteva, la caotica Tel Aviv, per rifugiarsi nella vita comunitaria del kibbutz, dove tutti si chiamano “compagno”. Aveva detto che credeva poco nella realizzazione del sogno socialista e che i kibbutz erano destinati a scomparire, perché i beni che producevano non erano competitivi sul mercato e perché tiravano avanti solo grazie a sovvenzioni statali. Poi aveva rivelato a Carlo che faceva parte del Taayush (Coesistenza), un gruppo pacifista radicale di giovani ebrei e arabi. Prima di domandare a Yael dei suoi interessi sentimentali, Carlo le aveva dichiarato che lo affascinava il suo modo brillante di assorbire energia dai luoghi e persone che aveva intorno, la gioia frivola e infantile con cui viveva al centro dell’attenzione altrui. Lei gli aveva proposto di incontrare il giovane palestinese del quale era innamorata. Così, Carlo aveva conosciuto Ghassen, uno scrittore arabo nato e cresciuto nel campo profughi di Genin in Cisgiordania, ed era rimasto colpito dalla sua intelligenza articolata e dal modo lucido e adulto di giudicare le cose. Ghassen aveva un vero talento per cogliere accenti, modi di fare, vezzi, cadenze, dettagli fisici e tic di comportamento dei politici; li isolava e rimetteva insieme con una facilità straordinaria.

Finita la ricerca di echi che fecero percepire a Carlo la dimensione temporale della sua amicizia con Yael e Ghassen; posò la fotografia sulla scrivania, salvò il file col suo articolo poi, via Internet, acquistò un biglietto aereo e prenotò un posto sul volo Milano-Tel Aviv del giorno successivo.

 

 

 

Tel Aviv

Mattina

 

 

 

L’aereo atterrò all’aeroporto David Ben Gurion. Durante il volo, Carlo rimase con il viso incollato al finestrino tra brandelli di nuvole. Pensava a come era sdoppiato tra i suoi desideri di fuga e la realtà ottusa che continuava ad assecondare ogni giorno; alla pura assenza di emozioni nella sua vita e ai sentimenti che avrebbe voluto raggiungere e che trovava sempre inattivati da troppi contatti a vuoto, o artificiali; a tutti i giorni di depressione quando gli sembrava di vivere in un acquario dalle luci spente.

Sceso dall’aereo, sentì l’odore acre nell’aria, meno intenso delle alterazioni chimiche che di solito si respiravano a Milano e gli sembrò di rientrare dritto in un incubo vecchissimo, ma ancora vivo. L’aeroporto era completamente assediato. Qua e là si muovevano manipoli di poliziotti carichi di bombe a mano, con giubbotti antiproiettile, elmetti di kevlar in testa e fucili imbracciati come scope. I doganieri però lo lasciarono passare senza una parola.

Raggiunse in taxi il centro della città, sempre intasato da ingorghi. La porta dell’appartamento in lutto era aperta. Entrò piano e, appena Yael lo vide nel corridoio, gli andò incontro. Aveva il volto pallido, le labbra serrate forte e gli occhi azzurri lucidi e infossati nelle orbite scure. Carlo aperse le braccia e lei entrò dentro come una giocatrice sconfitta.

— Che tristezza! — mormorò lui con una voce grattata.

Yael disse qualcosa in ebraico, rapidamente, a proposito dell’attentato poi, guardando disperata Carlo, dischiuse le sue labbra con singolare lentezza e aggiunse in arabo con una voce strozzata:

— È stato Khaled, il fratello di Ghassen, aveva diciotto anni…

Il resto della notizia le si strozzò in gola. Tacque, oppressa nel suo dolore; prese per mano Carlo che si mordicchiava le labbra e lo introdusse nel soggiorno, dove sedevano persone che si comportavano come viaggiatori di treno affacciati su un paesaggio che escludeva le proprie persone dal reciproco campo visivo. Ma, appena lui cominciò a stringere loro le mani bisbigliando parole di cordoglio, fu come se di colpo riconoscessero di vedersi, di fare parte della stessa scena.

Sedutosi accanto alla sua amica, vide una urna in rame inciso, posata sul tavolino. Si voltò a guardare Yael e lei abbozzò un sorriso triste, annuì col capo e disse con voce flebile:

— Contiene le ceneri di Shimon.

— E dov’è Ghassen? — le chiese Carlo sottovoce.

— È andato a Genin, insieme a mia sorella Ofra, a prendere sua madre. Con un’automobile israeliana è più facile superare i posti di blocco dell’esercito.

 

Poco dopo, all’improvviso, sul soggiorno piombò un silenzio più intenso. La madre dell’attentatore, nonna di Shimon, era entrata insieme a Ghassen. Era vestita di scuro, il capo coperto con un foulard bianco, le guance segnate dai graffi delle sue unghie. Era stanca, spremuta; le spalle erano curve, rassegnate al grande peso del suo dolore. Malferma, Om Ghassen sembrava la polena di un’imbarcazione chiamata disgrazia, sbattuta dai flutti contro gli scogli del caso, in procinto di affondare in un mare di disperazione. Una donna di età indefinibile si alzò di scatto e, prima di uscire senza salutare, si piantò di fronte a Om Ghassen. Aveva gli occhi freddi e asciutti, quasi l’avesse pervasa una collera grande, violenta, incontrollata. Lanciò a Om Ghassen uno sguardo d’odio, dal basso verso l’alto. La misurò attentamente, la sezionò, la sollevò all’abisso dei suoi occhi roteanti, finché non la lasciò piccola e pietosa. I lineamenti di Om Ghassen si tesero in espressioni di non corresponsabilità, il labbro superiore, sul quale brillava il sudore, si piegò in una smorfia di dolore. Ghassen era fermo vicino alla madre, leggermente inclinato, a osservare una piccola scarpa bianca che teneva in mano, come se si trovasse in una situazione che non lo riguardava affatto. Gli sguardi di Yael e di Om Ghassen si incontrarono per un attimo, si lasciarono, vagarono per la stanza, si posarono sull’urna cineraria, si incontrarono di nuovo e si velarono di un sottile strato di vergogna. Yael si alzò in piedi. L’atmosfera pesava addosso a Om Ghassen come un crimine mal commesso e caricava di disagio ogni suo gesto. Camminò verso Yael come in un sogno, l’avvicinò a sé, la strinse tra le sue braccia con la testa appoggiata sul cuore e le carezzò i capelli. Poi, prese il mento della nuora, le sollevò il viso e le rivolse uno sguardo colmo di lacrime; e Yael, con la mano, carezzò dolcemente il viso di Om Ghassen ansiosa di assimilare la sua tragedia. I suoi occhi ebbero una luce di compassione e assunsero la sfumatura di un nuovo dolore. Ormai, i loro rapporti appartenevano alla sfera del silenzio come se fossero entrate in un incubo comune. Si abbracciarono, cercarono il dolore e le parole mute si snodarono in lontananza, in un orizzonte chiuso, confuso; parole già dette da altre madri, diverse volte.

Si chiamava Shimon.

Figlio unico.

Ieri mattina.

Si chiamava Khaled.

Ieri mattina mi hanno annunciato la sua morte.

Aveva solo cinque anni.

Shimon.

Mi raccontava con la sua lingua infantile fatti slegati e mi baciava.

E le parole mute continuarono a sbriciolarsi in silenzio.

Due anni fa.

Si chiamava Nabil.

Aveva solo dodici anni.

Lanciava pietre.

Un cecchino lo centrò in fronte.

E ieri mattina.

Shimon.

Mio unico nipote.

È stato mio figlio mi hanno detto.

Si chiamava Khaled.

Aveva solo diciotto anni.

Nel silenzio denso della stanza si udirono gemiti strozzati e quando Yael e Om Ghassen si staccarono, i loro visi erano inondati di lacrime. Il padre di Shimon continuava a osservare la piccola scarpa bianca che teneva in mano, sembrava di essere incredibilmente inerte rispetto a ciò che accadeva attorno a lui. Carlo si alzò, gli strinse la mano e l’abbracciò. Non riuscì a capire se Ghassen si sforzava di trattenere i suoi sentimenti, o invece era davvero chiuso dietro un diaframma di indifferenza, andato. Poi, si chinò, prese la mano della madre di Ghassen, che si era seduta, la baciò e disse in arabo una frase di cordoglio:

Al bakijà fi hayetek.

Sedutosi di fronte a Ghassen, Carlo osservò la sua faccia ossuta, la pelle pallida appesantita da un volto non rasato. Spostò lo sguardo da lui a Yael per registrare il contrasto poi, si lasciò trascinare altrove dai suoi pensieri fissando le fessure dell’avvolgibile tra le quali si ritagliavano senza interruzione sottili fette di luce.

Un gemito simile a quello di un cucciolo che sogna lo riportò nella stanza; vide Ghassen armeggiare sulla piccola scarpa con le dita e gli disse in arabo, sottovoce:

— Raccontami dell’attentato.

Non c’erano intenzioni negative nella sua richiesta; era una pura manifestazione della sua curiosità di giornalista, lineare e forse poco sensibile. Ghassen lo guardò come fosse un estraneo, rimase qualche secondo in una dimensione contemplativa, mosse le labbra senza emettere suono, si torse le mani con disperazione, poi, cominciò a raccontare riversando i suoi sentimenti senza controllo nella voce che vibrava in modo triste, struggente:

— Shimon ed io eravamo vicino alla vecchia stazione centrale degli autobus. Mi aveva detto di essere stanco di camminare e io gli ho sorriso, l’ho sollevato e l’ho fatto sedere a cavalcioni sulle mie spalle. Gli piaceva stare a cavalcioni sulle mie spalle, con le sue manine nelle mie e le mie dita che le coprono. Poco dopo, mi ha detto di aver visto suo zio Khaled e ha cominciato a dimenarsi per scendere. L’ho rimesso a terra e ho cercato con gli occhi mio fratello in mezzo alla folla. Ho visto Khaled che si muoveva come un pugnale silenzioso. Sorpreso, ho cominciato a riaggiustare velocemente le immagini mentali che avevo costruito intorno a lui da quando un soldato israeliano aveva ucciso nostro fratello Nabil, due anni fa. Da allora, sconcertato dalla totale mancanza di senso della realtà nei suoi discorsi e dalla sua nuova riservatezza strana, da ladro, avevo cominciato a rendermi conto che ormai c’era una distanza crescente tra noi e che eravamo trascinati alla deriva da due correnti opposti. Appena mi sono ricordato che i confini erano chiusi e ho notato nello sguardo di Khaled una estraneità condensata che non gli avevo visto in altre occasioni, il mio cuore si è stretto d’angoscia come se stesse per succedere qualcosa di irreparabile. Ho gridato a Shimon che stava correndo veloce verso suo zio di fermarsi. E lui si è fermato di colpo, ha percepito qualcosa, si è bloccato dall’ansia, come se avesse colto i segni della morte sul volto di suo zio. D’improvviso, mi è arrivato addosso un tremendo urto frontale che mi ha fatto cadere all’indietro. Il sole si è spento come una candela. È stato il buio. Quando mi sono rialzato ho corso verso Shimon con le braccia in avanti; alcuni feriti mi hanno spinto nella direzione opposta, con una luce di panico nei loro occhi. Poi ho urlato, o almeno ho creduto di urlare, e mi sono stupito di vedere Shimon con pezzi di cervello spappolato tra i capelli pieni di sangue e mio fratello Khaled troncato in due e le persone intorno a me, smembrate, parevano sprofondate nell’asfalto. Le mie narici si sono impregnate di una nauseante miscela di esalazione acida di tritolo esploso, puzza dolce e penetrante di sangue e odore di carne bruciacchiata. Mi sono lasciato scivolare per terra, ho preso Shimon tra le mie braccia e ho cominciato a parlargli, a staccare dai suoi capelli pezzi di cervello e a reinserirli nel suo cranio con le mie dita, mentre frammenti di sensazioni mi passavano nella testa a velocità diverse. Tutte avevano a che fare con Shimon e Yael e Khaled e mia madre, come pezzetti di fotografie mescolati e sparsi sull’asfalto; per quanto ci ho provato non sono riuscito a ricomporli in immagini intere, sensate, né a fermarli. Ho visto arrivare gli artificieri per bonificare la zona; poi le ambulanze. Un medico che faceva il triage per dare la precedenza nei soccorsi ai feriti più gravi ha esaminato Shimon con modi tranquilli e ha detto che era morto. Ho guardato gli occhi chiusi spalancati di mio figlio e il mio cuore ha pianto. Tutto è perduto. Un senso di vuoto mi ha preso così forte da dissolvermi i contorni. Mi sono morso le labbra per capire se non sono sparito del tutto. Poi un infermiere ha preso Shimon dalle mie braccia e lo ha portato verso un’ambulanza. Una sua scarpa è caduta dietro di lui come una traccia nel mio buio e, quando mi sono rialzato, è stato come se non avessi più peso. Ho raccolto la scarpa di mio figlio e ho camminato per le strade di Tel Aviv, credo per ore, senza mai avere un pensiero definito in testa.

Ghassen tacque. Guardò nella direzione di Carlo come se fosse il vuoto poi, il suo sguardo stranito carezzò la piccola scarpa bianca di Shimon, sulla quale era disegnata una stella di sangue. L’aspirò con forza dentro di sé, come un padre che si inebria del suo primo figlio. Nel soggiorno, si udirono gli spaventosi singhiozzi di Om Ghassen e di Yael e nel corpo di Carlo dilagò improvvisamente una tremenda debolezza; scorse gli occhi di Yael, inondati da un mare azzurro e triste, e si perse nell’idea di quanto doveva essere lunga la catena di percorsi iniziati dallo stesso bivio e di possibilità improbabili che avevano portato Khaled a uccidere sette persone e suo nipote Shimon.

 

Passò mollemente una mezz’ora, poi il telefono squillò e Yael andò a rispondere:

  Pronto, — disse con voce flebile.

     Sono Abu Ghassen.

     Sono Yael. Al bakijà fi hayetak.

Al bakijà fi hayetek, figliola, — ricambiò Abu Ghassen con dispiacere sincero. Poi ci fu silenzio all’altra estremità del filo. Desiderio evidente e non dissimulato di pesare le parole: — Puoi avvisare Om Ghassen e mio figlio che gli…che ci hanno restituito la salma di Khaled. Dobbiamo seppellirlo oggi.

Yael scivolò per un attimo in uno strano smarrimento, negli occhi brillarono le lacrime, poi disse:

— Sì, —  sospirò e comunicò in modo categorico: —  arriviamo tutti insieme.

 

 

 

Genin

Pomeriggio

 

 

 

La macchina di Yael, guidata da Carlo, superò, uno dopo l’altro una serie quasi ininterrotta di posti di blocco dell’esercito israeliano e si inoltrò in un dedalo di viuzze e casette del campo profughi di Genin.

Sui decrepiti muri, lungo i quali erano scavati puzzolenti scoli dell’acqua, erano attaccati i poster di Khaled, armato, fotografato poche ore prima dell’esplosione suicida. Davanti alla casa in lutto molti uomini sedevano silenziosi, mentre gli altoparlanti di un riproduttore inondavano l’aria di versetti del Corano:

“…Combattete nella via di Dio contro coloro che vi faranno la guerra, però non eccedete, poiché Dio non ama quelli che eccedono.

“Uccideteli quindi, ovunque li troviate e scacciateli da dove essi vi avranno scacciati, poiché la discordia civile è peggiore della strage in guerra; però non li combattete presso il tempio sacro, a meno che essi non vi attacchino in quello e se essi vi attaccheranno, uccideteli; tale è la ricompensa dei miscredenti.

“Se però essi desistono, certamente Dio è indulgente e compassionevole.”

Due ragazzi inginocchiati a terra prepararono una telecamera e la puntarono su un gruppetto di fanciulli, aspiranti suicidi, preparati da chi sapeva che la gente cercava di fare a pezzi gli scenari in cui era condannata a vivere e che il minimo gesto provocava impulsi di emulazione. I fanciulli erano vestiti di bianco, la fronte fasciata con una striscia di tessuto verde con la scritta in arabo Hamas, nome dell’organizzazione islamica che aveva rivendicato l’attentato. I loro volti erano spensierati, innocenti, e si offrivano alla telecamera con una cintura esplosiva attorno alla vita. Poi, i due ragazzi con la telecamera ripresero da pochi centimetri Abu Ghassen mentre un giornalista della TV satellitare araba Al-jazira gli faceva una domanda sull’attentato.

— Sono molto or…— riuscì a dire Abu Ghassen, che aveva le guance cascanti e le occhiaie, poi le sue labbra bisbigliarono senza parole e i suoi occhi furono inondati di disperazione. Fece segno ai ragazzi di fermare le riprese. Deglutì, si scusò, si ricompose, poi proseguì pescando nel suo repertorio di atteggiamenti pronti: — Sono molto orgoglioso, — disse con un mormorio convulso. — Di quello che ha fatto mio figlio, il martire Khaled. Noi palestinesi continueremo la lotta fino alla fine dell’occupazione israeliana dei nostri territori e lo smantellamento degli insediamenti dei coloni.

Vedendo arrivare Om Ghassen, il figlio e la nuora con l’urna cineraria nelle mani, mosse quattro passi verso Yael, le baciò la fronte e, d’un tratto, l’abbracciò e scoppiò a piangere, senza riuscire a trattenersi, come se sotto gli abiti nascondesse una ferita mortale. Un pianto secco, contratto, ininterrotto, che saliva dalla profondità della sua tragedia e cresceva in intensità, mentre sui volti degli uomini seduti vicino alla casa compariva un lieve imbarazzo e gli altoparlanti salmodiavano versetti coranici:

“Il mese sacro sarà taglione per il mese sacro e i luoghi sacri per i luoghi sacri; chiunque usi violenza contro di voi, così facendo, usate pure voi violenza contro di lui nello stesso modo con cui egli ne avrà usato contro di voi; temete Dio e sappiate che Dio è con quelli che lo temono.”

 

Nel soggiorno della casa in lutto, la salma di Khaled, avvolta in un sudario bianco, era adagiata su un cataletto. Appena le donne sedute in cerchio su un tappeto videro entrare Yael, abbassarono la testa e chiusero gli occhi per un attimo. Due di loro si ritrassero subito, altre invece le si avvicinarono e la carezzarono. Om Ghassen si accovacciò vicino alla salma del figlio, gli scoprì il viso sbiancato di diciottenne, un viso perduto, con sottili fili di sangue che adornavano i suoi occhi morti, un po’ rovesciati all’indietro. Piangeva, Om Ghassen, senza fare rumore, e lo guardava senza dire niente. Cercava di tirarsi a un minimo di distanza dall’idea di Khaled morto e appena le sembrava di riuscirci era già risucchiata dal suo centro opaco. Poi, all’improvviso, come se solo ora si rivelasse ai suoi occhi il viso del figlio morto, urlò, si batté il petto e la testa con i pugni grinzosi e si accasciò su sé stessa e rimase inerte. Le grida di spavento delle donne trafissero le pareti della stanza; alcune distesero sul tappeto Om Ghassen che aveva gli occhi sbarrati, il viso bianco, il respiro tanto debole che non si sentiva e il cuore quasi muto. Yael, inginocchiata, appena la vide riaversi, leccarsi le labbra con la lingua e sedersi cercando aria come se lo spazio e gli oggetti che l’occupavano le fossero del tutto estranei, le baciò con dolcezza il viso poi, si chinò, accostò le labbra alla fronte esangue di Khaled e la baciò. Intorno si fece silenzio. E Yael, abbracciando l’urna con le ceneri di Shimon, piegò la testa all’indietro e con lo sguardo straziato, gridò con voce sfibrata:

— Dio, ascoltami, non c’è rabbia in me…— la voce si ruppe. — Sappi solo, mio Signore, che la mia sofferenza è forte e che sono al livello più basso di felicità. Ti prego, Signore, fa sì che dal nostro dolore di madri germogli la risurrezione di una pace giusta.

— Sbrighiamoci, — disse un uomo entrato nel soggiorno con quattro giovani. — Lo dobbiamo seppellire prima del coprifuoco.

Avvolsero la salma di Khaled nella bandiera palestinese poi, i quattro portatori poggiarono le stanghe del cataletto sulle spalle e uscirono.

Il cielo, fuori, appariva pallido e una pioggia leggera, che annunciava cose brutte, gocciolava piano. Alcuni incappucciati armati di fucili automatici, con la fascia verde di Hamas sulla fronte, spararono in aria al grido di Allah-u-akbar. Altri alzarono verso il cielo il ritratto di Khaled con la scritta “Martire della Palestina”. Tutto il corteo e il cataletto davanti a tutti cominciarono a dirigersi verso il cimitero adagiato tristemente sulle pendici di una collinetta. Yael, la testa coperta con un foulard bianco e l’urna tra le mani, camminava in mezzo a Ghassen e Carlo dietro a tutti, come se volesse, unica donna, assistere alla sepoltura di Khaled.

 

Arrivarono alla tomba che, scavata da poco, emanava un caldo profumo di terra gonfia di pioggia. Un grosso cumulo di terriccio stava sull’orlo. Alcuni uomini si guardarono intorno con crescente timore, come se non fosse già deciso chi vi avrebbero calato. Altri si fermarono sgomenti alla vista di Yael, una donna, e guardarono Abu Ghassen con espressione seria. Lui, accortosi della presenza di Yael, per l’imbarazzo si tolse gli occhiali e si mise a pulirne le lenti riflettendo; poi, andò a parlare con lei, a voce bassa e con modi gentili. Tacque. L’ascoltò in silenzio. La strinse intorno alle spalle con un braccio e la condusse fino all’orlo della tomba. Gli uomini si guardarono e per rispetto per il padre di due “martiri”, in silenzio, calarono la salma nella sua dimora, poi si chinarono a raccogliere manciate di terra da gettare nella tomba aperta.

— Aspettate, — ordinò Abu Ghassen.

Prese da Yael l’urna che conteneva le ceneri di Shimon e la depose accanto alla salma del figlio. Raccolse una manciata di terra, la gettò nella tomba, e gli altri continuarono a rovesciare terra. Materia si sovrappose a materia, instancabilmente, e tutto venne ricoperto.

La folla si raccolse, le palme delle mani rivolte in alto. Un uomo recitò salmodiando “L’Aprente il Libro”, con voce struggente,:

“La lode spetta a Dio, il Signore dei mondi, il misericordioso, il compassionevole, il padrone del giorno del Giudizio. Te noi serviamo e te noi invochiamo in aiuto. Guidaci per il retto sentiero, il sentiero di coloro che tu hai favorito, contro i quali tu non sei adirato, e che non sono erranti.”

Abu Ghassen aveva ormai i capelli pieni di pioggia; lasciò cadere i resti della terra appiccicata alle sue mani poi, si volse e se ne andò. Tutti, con il dolore che opprimeva loro la gola, lo seguirono. Carlo guardò Yael, aveva nei movimenti una grande calma, nuova e lenta. Ghassen, invece, camminava come in un sogno distante, non raggiunto da alcun suono, la bianca scarpa di Shimon ancora in mano. C’è di che impazzire, pensò Carlo, i figli sono uccisi e i genitori rimangono con degli oggetti.

 

 

 

La Dimora coi giardini

Notte

 

 

 

Ritornato a Tel Aviv, Carlo si congedò da Yael e Ghassen poi, raggiunse l’aeroporto. Nella sala d’attesa gli echi di sensazioni della giornata che gli tornavano indietro gli diedero un brivido di insicurezza, gli fecero pensare che niente nella vita umana era così stabile da poterlo dare per scontato. Tutto è provvisorio, qualunque cosa facciamo. Guardò la TV israeliana che trasmetteva immagini del Medio Oriente nel suo dolore, nella sua distruzione permanente. Funerali di vittime dell’attentato. Razzi sparati da elicotteri sul campo profughi di Genin. Rappresaglie. Promesse di vendette. Luce arancionata guizzante del fuoco sui muri. Riccioli di leggero fumo azzurrino. Altri morti. E per quanto le persone ricostruiranno e faranno altri figli, rimarrà sempre il ricordo della distruzione e della morte.

 

Sull’aereo, riflesso nel finestrino tra il mare buio e il cielo, Carlo scopriva all’improvviso se stesso aleggiare nello spazio, il viso pesante e stanco. E mentre chiudeva gli occhi rossi quasi contento di rifugiarsi, fra poche ore, nella noia ben conosciuta di Milano; la luce rada e giallastra di una falce di luna inondava il cielo e volava lenta verso la collinetta del riposo alimentando lo sconforto.

Spirava un vento di solitudine e le cime di pini rinsecchiti si agitavano con dolce tristezza. Nel desolato groviglio delle tombe scure intrecciate secondo una scrittura irregolare, alcuni frutti dell’odio, del non-dialogo e dell’ostinazione, vagavano senza voce. Un bimbo pallido che poteva avere cinque anni, gli occhi azzurri e sognanti, sedeva su una tomba e poggiava la testa sul palmo della mano, come immerso nei pensieri. Il suo piedino nudo era accavallato sulla piccola scarpa bianca che calzava l’altro, le dita agitate dalla riflessione. Un ragazzo diciottenne che gli sedeva accanto chiuse il Corano che stava leggendo e alzò gli occhi verso la densa immensità, punteggiata da stelle infuocate, e sorrise appena, come se ricordasse:

“Annunzia a coloro che credono e praticano le buone opere, che essi avranno per dimora dei giardini, sotto i quali scorrono i fiumi e che ogni volta che si nutriranno di qualche frutto di essi, esclameranno: ‘questo è ciò di cui ci nutrivamo anche prima’; ma con ciò verranno dati loro frutti somiglianti a quelli terreni solo in apparenza; essi inoltre avranno ivi delle spose immacolate e colà dimoreranno eternamente.”

— Altolà, — gridò all'improvviso un soldato puntando contro il ragazzo il fucile che imbracciava. — Non sai che c'è il coprifuoco? Documenti.

Chi sei tu per chiedermi i documenti? — protestò il ragazzo. — Questa è la mia terra e la terra dei miei nonni.

— Ah, ah, ah…— fece il soldato e disse indicando col dito la stella di Davide stampata sull’elmetto: — Lo sanno anche i bambini che questa è la Terra Promessa da Dio al suo Popolo Eletto.

— Ah, ah, ah…— fece sarcastico il ragazzo simulando una risata e mostrando il Corano. — Qui c’è scritto che noi siamo il Popolo Eletto, — disse. Aperse il Libro e lesse un versetto della Sûra della famiglia di Imrân: — “Voi siete la miglior nazione che sia stata prodotta agli uomini; voi ordinate ciò che è lodevole, e proibite ciò che è riprovevole, e credete in Dio.”

— Dammi qua il Libro, — disse il soldato in segno di sfida e lesse un versetto della Sûra della vacca: — “O figli d’Israele, ricordate i favori che vi ho accordato, e che vi ho preferito a tutte le altre creature.”

Il ragazzo strappò il Corano dalle mani del soldato e disse:

— Voi siete rimasti fermi a Mosè e perciò siete miscredenti. Noi, invece, come è scritto in questo versetto della Sûra della vacca “…crediamo in Dio, in ciò che è stato fatto scendere a noi, in ciò che è stato fatto scendere ad Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e alle dodici tribù, in ciò che è stato dato a Mosè e a Gesù e in ciò che è stato dato ai profeti da parte del loro Signore; noi non facciamo alcuna distinzione fra di loro e noi a lui ci rassegniamo.”

— Questo lo pensi tu, — replicò il soldato sorridendo. Prese il Corano dalle mani del ragazzo e disse: — Qui il cinquantanovesimo versetto della Sûra della vacca parla chiaro: “Certamente quelli che credono, quelli che seguono la religione giudaica, i cristiani e i sabei, chiunque insomma crede in Dio e nel giorno estremo e abbia fatto del bene, tutti avranno la mercede loro, presso il Signore, né alcun timore sarà su di loro, né si rattristeranno.”

— Smettiamola con queste speculazioni, — obbiettò il ragazzo. — Non si può estrapolare un versetto dal suo contesto, né una Sûra dall’intero Libro. Il Corano va interpretato nella sua interezza organica. E, comunque, a noi la Terra è stata promessa dall’ONU con la risoluzione 242 del 1967.

— Ma voi ci volete distruggere. Noi non permetteremo più un altro genocidio nei nostri confronti.

— È il vostro carico di memoria che non vi permette di vedere il mondo intorno; di sviluppare abbastanza sensibilità rispetto al vostro passato che permette di stabilire un dialogo con noi. Oggi, noi siamo stanchi della nostra diaspora, della nostra Shoà, non siamo più capaci di stare in attesa del futuro. Siamo ansiosi di stabilire rapporti diretti con la vita.

Il ragazzo e il soldato si scambiarono sguardi silenziosi e pieni; i loro occhi si incontrarono con tristezza poi, si rivolsero verso le distese d’ombra; infine, i loro sguardi scivolarono fino in fondo, ai limiti degli orizzonti chiusi intorno a loro.

— Sapete, — dichiarò il bambino. — In un’ottica storica, la nostra morte non è che una stanca ripetizione di una scena appena un po’ diversa. Tutto qui. Ed è molto triste.

Dalle strisce purpuree che si sfilacciavano dalle colline di fronte a loro, capirono che il sole sorgeva, ma nemmeno l’alba imminente riuscì a infondere un po’ di dolcezza nella dimora coi giardini. Si alzarono e si calarono nelle loro tombe. Strinsero a loro e aspirarono, ebbri, il profumo del giorno che saliva dalla loro amata promessa terra, umida di lacrime e sangue, che cominciò a ricoprirli e, in essa, si chiusero i rimpianti e si spezzarono silenziosamente.

 

 


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LA COLPA

carcere 


        Appena il portone del carcere che lo aveva vomitato si richiuse, Sergio alzò gli angoli della bocca come per sorridere, poi si fermò perché cambiò idea o perché sorrideva solo così. Indugiò un momento cercando di leggere nella successione delle automobili che gli passavano davanti le intenzioni del mondo nei suoi riguardi, poi decise di andare a tentoni, sapendo che non poteva esistere alcun vocabolario che traducesse in parole il peso di oscure allusioni che incombono nelle cose. Accese una sigaretta e diede un lungo tiro riflettendo, mentre i suoi occhi sorvolavano, malinconici e stralunati, le strade affollate eppure piene di desolazione.

         Si aggirò senza meta per le vie brulicanti di gente, poi seguì una donna sola, esile e dolce. Si soffermò con lei davanti a una vetrina, la guardò di sottecchi, a lungo, pronto a innamorarsi senza rimedio se solo gli fosse stato concesso. Ma quando sentì il desiderio montare, provò vergogna e si allontanò, divorato da una voglia senza speranza, per sedersi su una panchina. In carcere, Sergio aveva conosciuto bene il vantaggio delle panchine rispetto alle persone: non danno consigli, non offrono comprensione. Ascoltano e basta, e con la loro immobilità ti aiutano a ricordare che nella vita non c’è niente che sia poi così sconvolgente.

Improvvisamente placato, o meglio ripreso da un’ansia stabile e ostinata che riemerse dissolvendo le ansie contingenti e labili, Sergio osservò le baraonde unanimi che sbucavano dal profondo del sottosuolo nella libera luce. Gente indaffarata, affrettata. Ciascuno con le proprie occupazioni, ciascuno sufficiente appena a sé stesso. Si torse le mani, si alzò e s’incamminò verso il suo appartamento.

         Prima di girare la chiave nella serratura, indugiò un momento come se sentisse che stava per scoprire qualche cosa che gli avrebbe ridato di nuovo la vita o gliela avrebbe distrutta per sempre. Poi aprì la porta ed entrò. Vi era un umido odore di muffa e la casa era permeata da un’angosciante mancanza di presenze umane. Sollevò subito le tapparelle, aprì tutte le porte e spalancò le finestre. Negli ultimi raggi obliqui di sole che fluirono, danzava un pulviscolo dorato, e Sergio si guardò in giro come se cercasse resti di pensieri che aleggiavano, o parole che avevano esaurito il loro compito. Tornò a lui un pomeriggio passato con Paola, mentre si crogiolava nelle carezze del suo corpo caldo e bianco. Chiuse gli occhi, si pose le dita sulle palpebre come per tenere in sé prigioniero quel ricordo. Rivide il profilo del suo naso, i capelli che le cadevano come onde di desiderio ai lati del viso, le agili membra e il morbido seno. Poi pensò, con una fitta lancinante come i sogni del mattino, alle notti passate in carcere accarezzando il soave dolore che riversava con entusiasmo nelle poesie. Quanti anni, poi, aveva impiegato ad allontanare Paola dai suoi pensieri, a bandire dai suoi sogni ogni immagine e suono che la riguardava! Fu dopo che lei gli aveva detto che non lo poteva più aspettare, che la colpa, in fin dei conti, era solo sua. Quel giorno, un gemito rauco gli era uscito dalle labbra, poi il silenzio lo aveva fasciato in nastri di gelide ombre.  Tremava per tutta la persona e aveva l’impressione che il battere dell’orologio nella sala colloqui frantumasse il tempo in atomi di agonia, ognuno troppo spaventevole per essere sostenuto.

         La gente che crede di capire gli aveva detto che la vita continua, che il tempo guarisce. Per insulse che siano, in queste banalità c’è qualcosa di vero e Sergio aveva sperato che l’abitudine a soffrire diventasse un’abitudine come un’altra, acquistasse quel sapore del niente che in carcere gli impastava la bocca e la vita da anni. Alla fine, aveva concluso che di rado il futuro è come sembra, che il presente si esaurisce in un batter d’occhio, che il passato è una Atlantide, un’isola sprofondata nel mare che non potrà mai più sperare di raggiungere, e aveva deciso che poteva immaginare la vita anche senza l’amore di Paola, convincendosi che nessun essere umano era degno della sua totale abnegazione. Nessun amore valeva tanto. Così, aveva passato il resto degli anni della sua detenzione regolarmente innamorato di qualcuna – per via epistolare – e, poiché le sue passioni non erano corrisposte, aveva conservato intatte le sue illusioni.

         La sera si addensava nella stanza. Tacitamente, con piedi d’argento, le ombre venivano dalla strada e i colori sfiorivano stanchi sulle cose mentre Sergio tesseva pensieri e capiva che per molti anni aveva fatto ai ricordi quello che altri fanno alle fotografie: li aveva censurati. Ma non era possibile distruggerli come si distruggono le fotografie; li poteva soltanto seppellire sotto la polvere delle banalità di una vita rinchiusa. I particolari della sua relazione con Paola e della sua conclusione erano polverosi, perché li aveva sepolti molto bene in carcere, ma adesso cominciavano a farsi più chiari, i contorni si precisavano. Ricordò le risate di Paola. Erano piene di abbandono. Erano fragorose, calde, un lampo di denti bianchi e capelli sciolti e occhi pieni di lacrime. Accese una sigaretta e diede un paio di tiri, lentamente, meditabondo. Guardò la lama di luce sotto la porta d’ingresso attraverso le sottili spire di fumo azzurrino che salivano in arabeschi fantastici e la considerò con quello strano interesse per le cose comuni che cerchiamo di risvegliare in noi quando cose molto più importanti ci spaventano, o quando un lacerante pensiero ci assedia a un tratto la mente e ci invita alla resa. Si abbandonò all’antica routine di domanda – risposta - stessa domanda in cui  piombava il suo cervello quando la situazione prendeva una piega che proprio non si aspettava; provò di nuovo l’asprezza del dolore irrisolto mentre rimbombavano nella sua mente, come un’eco interminabile, le dure parole di Paola: “ …la colpa, in fin dei conti, è solo tua… la colpa, in fin dei conti, è solo tua ”. Piccole lacrime gli ferirono gli occhi, si torse le mani con disperazione, poi guardò attraverso la finestra il cielo che d’un tratto si era rabbuiato, come se avesse rinunciato all’attimo del tramonto, mettendogli addosso una tremenda inquietudine. Si gettò a corpo morto sul letto, così com’era, vestito, e rimase a guardare una fetta di luna simile ad una ferita di coltello che

insanguinava il mondo. Le ore passarono anonime mentre il tempo sgorgava in onde lunghe e confuse ; in fine, il sonno lo colse, profondo e senza sogni.

 

         Quando la luce del mattino gli frustò gli occhi, Sergio si svegliò. Sentì la fitta familiare della solitudine, credeva di trovarsi ancora in carcere e, con gli occhi aperti, trasognato, affrontò ricordi privi di speranza. Poi si sollevò e andò al bagno. Guardandosi nello specchio, vide una faccia che non riconobbe. Un viso pesante, stanco; la barba gli incorniciava le guance come vapore biancastro e gli occhi, socchiusi, erano simili a due lumi senza splendore in mezzo a un nido di rughe nelle quali egli aveva l’impressione che si fosse fermata della polvere. Si toccò il volto, le mani tremanti. Mosse le labbra senza emettere suono e scosse il capo rifiutando la tragica erosione degli anni. Nell’assurda logica che lavorava dentro di lui, Sergio chiuse gli occhi e poi li dischiuse con vaga speranza: per un attimo di pietà, lo specchio non lo rifletté più, ma subito dopo si riformò, fuggevole e mobile, l’immagine sinistra della sua faccia, sempre più terrea e scavata. Gli si soffocò un grido in gola, pensò all’irreparabile fuga del tempo, alla vita in carcere che aveva inghiottito i suoi anni uno dopo l’altro, con velocità vertiginosa. Posò lo sguardo sul funebre telaio delle sue ossa che si vedeva attraverso la divisa marrone dell’amministrazione penitenziaria e i suoi respiri si fecero profondi e palpitarono nel vuoto della casa. “ Non è possibile, ” si disse. “ Non ero vestito così quando lasciai il carcere ”. Cercò di liberarsi della giacca, dei pantaloni e delle scarpe. Comprese che era impossibile e scoprì, con una vertigine stupita, che tutto ciò che lo vestiva era vivente, parte integrante del suo corpo. Un unico organismo. Allora una acuta angoscia penetrò in lui come una lama facendo rabbrividire le sue fibre, i suoi occhi incupirono e li velò una nebbia di lacrime. Si guardò intorno con fare intimorito, poi spalancò rapidamente la porta e fuggì dall’appartamento per quanto glielo permettevano le sue vecchie membra gracili. Cadde più volte, si lacerò le carni, ma arrestò la sua corsa solo davanti al portone del carcere e bussò. “ Che cosa vuoi, Sergio? ” risuonò la domanda timorosa di un agente che lo conosceva. “ Voglio costituirmi, ” rispose ansimante e tremante. “ Hai già scontato la tua condanna ”. Sergio rimase in silenzio, si sentì tanto deluso e orribili pensieri accorsero in un turbine per mostrargli una ripugnante esistenza. L’agente gli si accostò, gli batté sulle spalle e si alzarono da lui come in un vapore frasi di circostanza, inutili, che Sergio non ascoltò.

 

         Il portone si chiuse. Cupe brume cariche di pioggia offuscarono la volta celeste. Polvere e nebbia mulinarono sulla strada, impedendo la vista. E Sergio, con un grido roco, cadde e rimase lì come un albero stroncato mentre un soffio di vento faceva scivolare via il suo grido.


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categorie: racconti, , la colpa
venerdì, 10 agosto 2007

TRADUZIONE DELLE MEMORIE DI UN POETA MORTO

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        Mausoleo di Ash-Shabbi                                La tomba del poeta                                     

         Oasi di Tozeur - Tunisia                                   

Inizio, da oggi (10 agosto 2007), a tradurre e pubblicare le memorie di un uomo morto il 9 ottobre 1934, all’età di venti cinque anni. È il poeta tunisino più noto nel mondo arabo e all'estero. Non meno di 200 libri e 600 articoli parlano di ABŪ’L-QĀSIM ASH-SHĀBBĪ.

Ogni volta che inserisco un pezzo tradotto, do una notizia del giorno, scelta da me. Poi commento la notizia col testo di una canzone.

Reuters - Ven 10 Ago - 08.57

MILANO (Reuters) – Due ordigni, di cui uno è esploso senza causare gravi danni, sono stati piazzati questa notte davanti al centro islamico di Abbiategrasso, in provincia di Milano.

Lo riferiscono i carabinieri, specificando che il primo ordigno è esploso verso l'una di questa notte davanti all'ingresso del centro, senza tuttavia danneggiare in maniera significativa la struttura, che si trova in via Crivellino ad Abbiategrasso.

La seconda delle due bombe artigianali, composte da un tubo di metallo contenente materiale incendiario, è stata fatta brillare dagli artificieri intervenuti sul posto.

Si tratta del secondo episodio del genere in provincia di Milano nel giro di pochi giorni: domenica notte infatti la macchina di un religioso musulmano è stata data alle fiamme vicino al centro islamico di Segrate, ad est del capoluogo lombardo.

L'incendio ha mandato in frantumi le finestre e annerito il muro esterno del centro, ma non ci sono stati feriti.

 

WHAT A WONDERFUL WORLD
Louis Armstrong 

Io vedo alberi verdi e anche rose rosse
Li vedo sbocciare per me e per te
E penso tra me, che mondo meraviglioso!

Vedo i cieli blu e nuvole bianche
Il chiaro e benedetto giorno e la sacra notte scura
E penso tra me, che mondo meraviglioso!

I colori dell'arcobaleno, così belli nel cielo
Si riflettono anche sui visi delle persone
Vedo amici tenersi per mano, e dirsi 
"Come stai?"
Ma in realtà loro dicono "Ti amo"

Sento bambini piangere, Io li vedo crescere
Loro impareranno molto più di quello che io so
E penso tra me, che mondo meraviglioso
Sì penso tra me, che mondo meraviglioso
Oh sì

Questa canzone è stata messa di recente all’Indice delle canzone proibite in USA dalla Clear Channel Communication, proprietaria di 1.170 stazioni radio americane, che ha redatto un elenco di canzoni, oltre 150, che in questo periodo sono fortemente sconsigliate e saranno probabilmente bandite dai programmi radiofonici.

 

Mercoledì 1° gennaio 1930

 

            Nella calma della notte, eccomi, solitario, seduto a una scrivania tristemente posta al centro di una stanza avvolta nel silenzio. I tempi passati, colmi di lacrime e di tristezza, mi riempono d’amarezza. I quadri degli avvenimenti lontani si ripresentano davanti a me, riflettendo la mia vita nel corso dei giorni e delle notti, portati dalle vicissitudini del tempo verso gli abissi di un oblio senza confini.

 

            Seduto, solo, nella calma della notte, passo in rivista i quadri della vita, meditando sulla felice epoca passata, esumando anime dalle sepolture del tempo.

 

            Eccomi che scruto nei meandri del passato, fendendo con lo sguardo le tenebre dell’oscura e terrificante eternità. Guardo e vedo immagini multiple che si sono succedute nella vita come nuvole di primavera, che si sono mosse attorno a me come brezza del mattino, che si sono intrecciate attorno al mio cuore come sorgenti sgorganti dalla montagna. Guardo ancora, ed ecco che i quadri oscuri, agitati e cangianti, come onde del mare, fantasmi multicolori come l’arcobaleno, belli come lo spirito della primavera che passano davanti a me per sparire subito dopo, danzano attorno a me, poi si perdono nelle profondità di una oscurità opaca.

 

Costruisco sogni che nascono piano piano, simili a uccelli che cantano nei boschi, si sviluppano simili a una vegetazione lussureggiante, sbocciano come rose, per appassire, seccare e sparpagliarsi infine ai venti; poi spariscono nel silenzio del nulla.

 

Ecco i miei compagni di una volta risuscitare, nobili e belli come prima. Spontaneamente, ho rivissuto con loro i ruoli della passata vita, da noi interpretati una volta poi mai terminati. Dimentico allora le difficoltà dell’esistenza e le pene della vita, con l’illusione di poter essere come prima, gaio e felice come una tortora dei campi, e di non essere più straniero in mezzo a spettri che non mi capiscono mai, solo in mezzo a statue immobili, che obbediscono solo alle cose materiali e ai desideri del corpo. Cosi mi trovo ben lontano dal felicissimo mondo che frequentavo allora e dal quale mi separa l’avversità della vita, piazzandolo nell’immortalità e lasciandomi solo pieno di dolori e rimpianti.

 

Eccoli di nuovo, gli amici della mia sognante infanzia, che  ho conosciuto in vari luoghi, cavalcare attraverso le praterie verdeggianti, formando mazzi di papaveri e di margherite, arrampicandosi sulle colline per scovare gli uccelli dell’estate, canticchiando arie innocenti e candidi. Li rivedo seduti ai bordi di bei ruscelli che mormorano, costruendo case di sabbia che ricoprono d’erba raccolta nei campi, poi, divisi in due gruppi, si inseguono l’un l’altro e giocano cosi, inconsapevolmente, la grande commedia umana che rappresenta l’eterno ritorno delle notti.

 

Ed ecco la bella donna che la vita ha spinto sulla mia strada, fissarmi con i suoi bei occhi angelici e sognanti. Tende verso di me una mano dolce e incantevole, dalle dita affusolate color di rose, e, con le sue labbra nutrite con nettare della vita, stampa sulla mia bocca un bacio voluttuoso e inebriante.

 

Ed ora, ecco mio padre, il viso sorridente e radioso, mandarmi uno sguardo pieno di generoso affetto paterno. L’ascolto mentre mi parla con voce calma e composta. Passeggia con me nei dintorni della villa di Zaghuan scalando sentieri di montagna costeggiati di pini che effondono freschi profumi. Mi mostra pianure verdeggianti che si stendono all’infinito, seminate di graziose capanne e bei palazzi, simili a colombe bianche sparpagliate nelle praterie.

 

Ora, attorno a me, tutto è spopolato. Tutti son partiti verso il profondo nulla, ritornati all’Eterno Silenzio. Mai li rivedrò sulle strade dell’esistenza. Fino alla morte, non li rivedrò più nell’arido mondo di quaggiù. Uno schermo li separa da me, per sempre. Rimango da solo in questo mondo, sforzandomi di comunicare con loro in vano, talmente sono lontani per rispondere alle mie chiamate e alle grida del mio cuore solitario. Sono partiti tutti. E sono qui, solo, nelle calme tenebre dell’isolamento.

 

 


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MARIO SCALESI

Scalesi Mario

16 FEBBRAIO 1892
NASCE A TUNISI IL PRECURSORE DELLA
LETTERATURA MULTICULTURALE NEL MAGHREB

MARIO SCALESI

LE LIRICHE DI UN MALEDETTO
Traduzione dal francese e cura di
Salvatore Mugno


Tra gli italiani vissuti in Tunisia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando i flussi migratori andavano dall’Italia, soprattutto dalla Sicilia, verso il Nord Africa, una figura di spicco è quella del poeta Mario Scalesi (Tunisi 16 febbraio 1892 – Palermo 13 marzo 1922).  

Il padre era emigrato da Trapani. A Tunisi svolse il mestiere di scambista  ferroviario. La madre dello scrittore, di origini genovesi e maltesi, era donna di pulizie presso le classi agiate della capitale tunisina.  

Mario Scalesi aveva cinque fratelli e la condizione economica non florida della sua famiglia fu aggravata dal grave incidente a lui occorso quando aveva l’età di cinque anni: la caduta dalle scale di casa gli provocò la rottura della colonna vertebrale, storpiandolo irrimediabilmente.  

Dopo aver frequentato la Scuola Primaria francese, Mario non potrà proseguire gli studi per la necessità di guadagnarsi da vivere. Farà il contabile, prima in un carrozziere poi in una tipografia.  

Deriso dai coetanei, umiliato dalle donne, forse incompreso dai famigliari, avrebbe subito anche l’oltraggio della tubercolosi e della meningite.  

Avendo conservato la nazionalità italiana, dal 30 settembre 1921 viene ricoverato al Manicomio di Palermo, proveniente dall’Ospedale Coloniale  Italiano “Giuseppe Garibaldi” di Tunisi.

Vi morirà, per “marasmo”, il 13  marzo dell’anno successivo e il suo corpo sarebbe stato buttato in una fossa comune del cimitero.

L’opera letteraria di Mario Scalesi è alle origini della poesia nordafricana di espressione francese e si concretizza di una sola silloge Les Poèmes d’un Maudit  (pubblicata postuma, ha finora avuto sei edizioni: Parigi, 1923 e  2002; Tunisi 1930, 1935, 1996; Palermo, 1997).

Quest’ultima, in versione bilingue e contenente gran parte della produzione poetica scalesiana, è stata pubblicata dall’Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici di Palermo; da noi curata e introdotta da un nostro ampio saggio. La presente edizione si rifà proprio al citato volume del 1997, sebbene qui abbiamo apportato  delle modifiche ad alcuni testi delle traduzioni.  

Sulla figura di Scalesi sono stati organizzati (e pubblicati i relativi Atti) tre convegni internazionali (Tunisi 1937 e 1997; Palermo 1998).  

L’opera precorritrice di Scalesi è ravvisabile anche nella sua appassionata e lucida attività di critico letterario: collaborò, infatti, alle riviste tunisine «Soleil» e «La Tunisie Illustrée» dove apparvero le sue innovative teorizzazioni di una  “letteratura nordafricana” di lingua francese.  

Il suo nome figura nella Histoire de la littérature tunisienne di Jean Fontaine (Tunisi, Cérès, 1999) e in numerose antologie dedicate agli scrittori del Mediterraneo di espressione francese. Nel 2002, per la cura di Abderrazak Bannour e Yvonne Fracassetti Brondino, l’editore parigino Publisud ha stampato l’opera completa (poesie e articoli) del nostro autore, sotto il titolo: Mario Scalesi, précurseur de la littérature multiculturelle au Maghreb.

Ammiratore del parnassiano Heredia, di Gautier, di Hugo e di Baudelaire (il nostro mauditlivre de chevet proprio Les fleurs du mal), Scalesi prova a tenersi, tuttavia, lontano da l’art pour l’art e dagli eccessi romantici, ricercando una propria strada che dal simbolismo si orienterà verso un engagement di stampo realistico e quasi espressionistico, ad esempio laddove il poeta condanna la morale borghese, il capitalismo, il militarismo, la violenza contro l’individuo e le masse. 

Molto si apprende sul retroterra letterario scalesiano anche dall’analisi dei suoi testi di critica.

Su Scalesi, nel 1935, nella parigina «Revue des deux mondes», spese parole di grande elogio Yves-Gérard Le Dantec, tra i maggiori esperti di “poeti maledetti” e curatore delle loro opere complete  (in particolare, di Verlaine, Edgar Allan Poe e Baudelaire) per Gallimard.

Mentre, in anni a noi più vicini, precisamente nel 1997, un critico letterario tunisino scrisse: «(…)  se Chebbi è il nostro poeta nazionale, Scalesi è la figura mediterranea della nostra letteratura (…)».

Gli studiosi - soprattutto francesi e nordafricani - si sono occupati in modo ciclico di questo autore che, benché morto giovanissimo, quando ancora aveva pubblicato soltanto su riviste, è riuscito ad attraversare quasi un secolo di tenebre e a giungere fino a noi vibrante e tenerissimo: per lui è, forse, arrivato il momento di un riconoscimento pieno, solido e duraturo.


Chi è Salvatore Mugno?

È mio amico...


Salvatore Mugno  è nato a Trapani nel 1962.

Ha pubblicato un volume di racconti (In ogni buco della città, 1999) e tre romanzi (Opere terminali, 2001; Il biografo di Nick La Rocca, 2005; Il pollice in bocca, 2005). È anche autore di biografie  (L'italiettano. Storia umana e giudiziaria di Cizio-Margutte, 1995; Mauro Rostagno story. Un'esistenza policroma, 1998), di inchieste giornalistico-giudiziarie (Mauro è vivo, 1998 e 2004; Mecca maledetta, 2005) e di monografie di critica letteraria su autori siciliani (Tito Marrone, Giuseppe Marco Calvino, Tommaso Romano, Nino De Vita, Renzo Porcelli). Ha dedicato molte ricerche agli scrittori della sua città,  raccolte in due volumi (Novecento letterario trapanese, 1996 e 2006) e ha tradotto dal francese e curato le edizioni italiane di Les poèmes d’un Maudit del poeta siculo-tunisino Mario Scalesi (1997; 2006) e della silloge poetica Nouba dello scrittore tunisino Moncef Ghachem (2004).


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LAPIDAZIONE


 

Lapidazione

 

Questo libro, alla gloria indifferente,

estraneo agli alambicchi della mente,

nutrimento non cerca dalla Muse Noire

né dall’Abîme e neanche da Les Fleurs du Mal.

 

Se esso trabocca di funebri versi,

questi non gridano che la rivolta

che sale da una vita tenebrosa

e non da freddo spleen premeditato.

 

Invalido, ho narrato gli anni grevi

dell'età giovane d'un paria in lacrime

in ogni debolezza saccheggiato

schernito nei tormenti innumerevoli.

 

Dunque, delle più antiche verità,

lettore, si conferma la più certa:

nelle maledizioni dei tuoi simili

si rispecchiano quelle del Destino.

 

Nell'abbandono e nella povertà,

tenuto a bada come un appestato,

la mia vita ho infiorato di rovine,

di misero ideale disperato.

 

E, raccattando queste tristi pietre

dal fondo di un inferno mai descritto,

le mie ametiste vi distribuisco

o fratelli che m'avete maledetto!


 

Lapidation

 

Ce livre, insoucieux de gloire,

N'est pas né d'un jeu cérébral:

Il n'a rien de la Muse Noire,

De l’Abîme ou des Fleurs du Mal.

 

S'il contient tant de vers funèbres,

Ces vers sont le cri révolté

D'une existence de ténèbres

Et non d'un spleen prémédité.

 

Infirme, j'ai dit ma jeunesse,

Celle des parias en pleurs,

Dont on exploite la faiblesse.

Et dont on raille les douleurs.

 

Car, des plus anciens axiomes,

Lecteur, voici le plus certain:

Les malédictions des hommes

Secondent celles du Destin.

 

Dans l'abandon, dans la famine,

Honni comme un pestiféré,

J'ai fleuri ma vie en ruine

D'un idéal désespéré.

 

Et, ramassant ces pierres tristes

Au fond d'un enfer inédit,

Je vous jette mes améthystes,

Ô frères qui m'avez maudit!


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sabato, 11 agosto 2007

L'INCIDENTE

 

L'incidente

 

L’attimo in cui cessai di vivere

per lungo tempo ancora rivedrò.

(Chiuso il suo libro la speranza,

sicuri si è d'essere morti).

 

Musa, che tu celebri voglio

la banale e vecchia scala

che, spezzandomi la schiena,

mi spinge a non dimenticarla.

 

Tu conosci la storia, io credo,

poiché talvolta visitavi

quei sogni bizzarri d'infanzia

e le mie sorridenti ingenuità.

 

Era Natale, inverno africano,

l'inverno simile all'Aprile

nell'aria balsamica sbocciava

tra solari indorature.

 

Andavo su a cercar le carte.

Secondo usanze d'altri tempi,

che si giocassero, soleva,

le torte, fave cotte e noci.

 

Poco illuminata era la scala.

Felice, io conducevo il gioco,

quando il piede posò nel vuoto

mentre sognavo un cielo azzurro.

 

Dicon che, eludendo il sudario,

di notte, a volte, il trapassato

bazzichi la camera ardente

per ripercorrervi il passato.

 

Ma tali macabre escursioni,

sovente le si nega, a torto:

fuggono i miei guasti pensieri

lungo la scala dove sono morto.



L'accident

 

L'instant où j'ai cessé de vivre,

Je le verrai longtemps encor.

(Quand l'espoir a fermé son livre

On peut bien dire qu'on est mort).

 

Muse, je veux que tu célèbres

Ce vieil et banal escalier

Qui, m'ayant brisé les vertèbres,

Me force à ne point l'oublier.

 

Tu connais l'histoire, je pense,

Puisqu'étaient par toi visités

Ces fantasques rêves d'enfance

Où riaient mes naïvetés.

 

C'était Noël. L'hiver d'Afrique,

Cet hiver aux avrils pareil,

Fleurissait dans l'air balsamique

Sous les dorures du soleil.

 

J'allais là-haut chercher des cartes.

Une coutume d'autrefois

Voulait que l'on jouât les tartes,

Les fèves cuites et les noix.

 

L'escalier était un peu sombre.

Heureux, je rapportais le jeu,

Lorsque mon pied glissa dans l'ombre

Comme je songeais au ciel bleu.

 

On dit que, fuyant le suaire,

Parfois, la nuit, un trépassé

Hante sa chambre mortuaire

Pour y revivre le passé.

 

Et ces macabres escapades,

Voyez comme on les nie à tort:

Je sens fuir mes pensées malades

Vers l'escalier où je suis mort.



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categorie: poesia, scalesi